Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Ci guardano” di Rodolfo Fioribello

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Si lo so perfettamente che il tema della TERRAZZA è stato trattato in tutti i modi, scrivendo, filmando, cantando, dipingendo e soprattutto lo hanno fatto persone che la sapevano decisamente più lunga di me, ma come si dice in questi casi, per essere creativi bisogna saper copiare.

Non mi occupo professionalmente di TERRAZZE e per vivere, sono impiegato, in senso letterale, in una grande e grossa azienda del terziario non particolarmente avanzato. 

Appurato che non ho conflitti di interesse e nemmeno la necessità di promuovere articoli per TERRAZZE e che quindi non sono un influencer delle TERRAZZE, vi racconto questa cosa che mi devasta quotidianamente da almeno due anni. 

Ok, vengo al dunque: abito in un condominio decente nella periferia di Milano. L’appartamento non è un granché, anche se l’ho scelto io e l’ho preso nonostante mia moglie lo detestasse come detestava tutto il resto del quartiere, perché ha il balcone grande. Ci siete cascati! Ha una TERRAZZA!! Ho passato una vita in questa città sperando un giorno di poter avere una TERRAZZA e finalmente, ormai prossimo ai sessanta anni ci sono riuscito. Ho avuto la mia TERRAZZA! 

Quando abbiamo comprato casa, davanti a noi c’era un bell’abete alto, verde e soprattutto garante della nostra privacy perché impediva a quelli della casa di fronte di guardare fin dentro la nostra. Peccato che in quella maledetta estate del ‘19 una tempesta di vento, unica per intensità a Milano, avesse incrinato il nostro abete tanto da doverlo successivamente abbattere. 

Dato che le sfighe non vengono mai da sole, oltre all’abbattimento del nostro prezioso abete è successo che arrivasse anche la pandemia. Eh va beh, direte voi: avete la TERRAZZA, più di così, cosa volete?! In effetti durante i vari lockdown ci è stata di grande conforto perché è stato il nostro sfogatoio in tutti quei mesi così straordinari. Abbiamo una figlia che vive con noi e che all’epoca aveva tre anni e quindi avevamo attrezzato la TERRAZZA come un vero parco giochi. 

In quel periodo ricordo che davanti alla nostra TERRAZZA c’erano solo appartamenti chiusi e disabitati e quindi la scomparsa dell’abete non aveva avuto effetti devastanti; ciò ci ha consentito di proseguire la nostra strategia familiare che consiste nel non mettere le tende (oggetti versamente detestabili) davanti alle finestre per difenderci dagli sguardi degli altri. 

In verità non facciamo cose inenarrabili nel nostro appartamento, ma abbiamo da sempre un vezzo tutto nostro: a noi piace girare in mutande. In particolare a mia moglie che ne fa una questione di espressione di libertà, financo politica. Vi rassicuro in ogni caso, che non abbiamo mai cercato rappresentanza all’interno delle istituzioni per garantirci questo vezzo, ma il fatto di girare in mutande non va preso alla leggera. 

Non è solo pigrizia, scarso decoro ovvero mancanza di rispetto per gli altri familiari conviventi, ma è un modo di vedere la vita, una vera Weltanschauung  [non voglio esagerare, ma credo che fosse dal tempo del liceo classico che aspettavo l’occasione per poter scrivere questa parola: elegante, colta, che ha pure due uu consecutive! Finalmente eccola qui, ce l’ho fatta! Bastava scrivere delle mutande! e dajee!] di coloro, che come noi, credono profondamente nelle libertà individuali, nelle politiche di parità di genere e che quindi difendono convintamente le democrazie liberali contro le autocrazie e le pulsioni populiste e demagogiche. 

Beh, insomma dal fatto di girare in mutande, all’abete, passando per il Covid, arriviamo alla questione centrale di questo pamphlet [che ve lo dico a fare?! vedi parentesi sopra…]: nell’appartamento  di fronte al nostro si è installata una tribù che non fa altro che guardarci! E non solo quando siamo in TERRAZZA, ma anche quando siamo all’interno, insomma, dentro casa nostra. 

L’appartamento di fronte è costituito da una camera matrimoniale, un cucinotto e un bagno, oltre ad un misero, piccolo, stretto balconcino che sfigura totalmente di fronte all’imponenza elegante della nostra TERRAZZA. Diciamo che a farla grossa, saranno 45 mq di appartamento, di cui calpestabili meno di 40, più il miserrimo balconcino di 1 metro per 4. Dalle mie rilevazioni, so che nelle settimane più fredde dell’inverno sono presenti 6 occupanti, mentre con la bella stagione si raggiunge il picco di 10 occupanti. L’età media degli occupanti è bassa, attorno ai venticinque anni e questo è il primo indizio sul fatto che non si tratti di connazionali. Il secondo fornisce una certezza; l’idioma parlato è, secondo mia moglie, un novello esperanto: un grande frullatore tra tagalong filippino, spagnolo e una specie di italiano alla jovanotti, molto “zeppolato” (“mi riconosci ho le tasche piene di sassi”); da parte mia giuro di aver sentito anche suoni simili al cinese, ma provenivano da una parte minoritaria del gruppo perché di questo si tratta; non è un unico nucleo familiare ma un gruppo eterogeneo, unito dal desiderio di fare tantissime lavatrici tutti i giorni e di osservare la nostra famiglia. Ogni giorno a prescindere dal tempo meteorologico ci sono almeno trenta capi di abbigliamento che penzolano dal misero balconcino. Insieme alla biancheria penzolante ci sono un paio di sedie di plastica sulle quali trovano posto quelli del gruppo che hanno i soldi sufficienti per pagare il biglietto per lo spettacolo di casa nostra. 

La prima volta che me ne sono accorto ero impegnato a innaffiare le piante della TERRAZZA; ero ovviamente in mutande, ma quando ho alzato gli occhi ho incrociato lo sguardo divertito di una ragazza che se la rideva con l’amica anche lei pagante. Sono sicuro che fossi io il motivo del loro divertimento perché so di non essere un bello spettacolo, dal punto di vista squisitamente estetico. Mi sono rifugiato in casa, con l’innaffiatoio ancora sgocciolante e sono andato di gran carriera a stanare moglie e figlia che, ignare di tutto, erano in camera a leggere un libro.

“Ma porca di quella porca! Qui davanti ci sono due tizie che ci guardano in casa! Se passate in sala copritevi, altrimenti vi vedono in mutande!”. Mia figlia mi guardava un po’ stupita perché non mi aveva mai visto così agitato per una cosa così stupida. Anche mia moglie, conoscendo le mie tendenze persecutorie cercava di stemperare il dramma: “Ma non credo che stiano lì a guardare te che sei in mutande! Avranno di meglio da fare nella vita!”. 

“Ti dico che è così, porca di quella porca! Ero con l’innaffiatoio in mano e quelle due ridevano di me! Ma come si permettono?!” 

“Dai Renato, piantala di fare il drammatico che poi Paolina si spaventa! Cara, non ti devi preoccupare, tu resta pure in mutande se ti va, non dare retta a papà, sai che si agita per niente!” Diceva queste cose davanti a me, come se fossi trasparente, oppure un coso piazzato lì per caso. La rabbia mi stava montando dalla pancia fino alle orecchie, stavo per sbottare come spesso mi capita, ma per fortuna Elisa dice: “Vado a controllare io come è la situazione, tu stai pure in camera in mutande.” 

“D’accordo, grazie, ma copriti per la miseria non andare in TERRAZZA così! 

Sei in mutande!”. Mia moglie passando dal bagno prende un asciugamano e si avvolge i fianchi. 

Torna con un sorrisetto stampato in faccia: “Sono due ragazze molto simpatiche che stavano chiacchierando tra di loro e di te se ne fregano ampiamente, non sei così interessante! Ah e mi hanno fatto i complimenti per il nostro balcone.”

“Non è un balcone!! E’ una TERRAZZA!! Porca di quella porca!!” e mi metto a piangere come un vitello. 

Da quel giorno non giro più in mutande per casa.

Ho comperato delle atroci tendine con l’asta stroboscopica per fissarle in cima alle finestre e con il magnete per tenerle arrotolate in fondo. 

Mia moglie mi odia come non mai, perché le ripeto in continuazione di “coprirsi” mentre la figlia assiste impotente allo sviluppo della mia paranoia. 

Gli spettatori dell’appartamento di fronte sono aumentati perché sono comparse prima una terza e poi una quarta sedia e le persone se ne stanno con il mento appoggiato alla ringhiera del loro misero, ridicolo balconcino. 

Ho piazzato un faro piuttosto potente che dalla mia TERRAZZA fa partire un fascio di luce che dovrebbe accecare gli occupanti del balconcino e ho chiesto a moglie e figlia di stare il più possibile al buio dopo il tramonto per non facilitare l’opera dei guardoni. 

Mi sembra che la cosa funzioni alla grande perché ogni tanto vado in strada a controllare l’effetto che produce il faro!

Un mese fa, era di venerdì, lo ricordo bene perché è il giorno in cui innaffio le piante in TERRAZZA, quando sono rientrato a casa mi sono accorto che moglie e figlia non c’erano più. C’era un bigliettino sul tavolo in TERRAZZA con un disegno di una mutanda e nient’altro. 

Ne parlo sempre con il dottor Pasquini, ma lui continua a scuotere la testa e dice di continuare a prendere le pastiglie due volte al giorno, possibilmente in TERRAZZA.

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