Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Trieste” di Elisabetta Pizzarda

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Ricordo bene mia nonna. La ricordo in cucina, vicino al fuoco, con le mani stese a scaldarsi, appisolata sullo scanno accanto al camino. Si sedeva sempre lì a fine giornata, quando era stanca. Spesso pregava e diceva il rosario. Chinava la testa grigia, raccogliendo i pensieri e con voce sommessa, quasi bisbigliando, recitava l’Ave Maria e il Padre Nostro in un latino di dubbia provenienza. A volte, avrei voluto correggere quelle sue frasi sgrammaticate, ma l’intimità del momento non consentiva alcuna intromissione. Allora, la lasciavo al suo “Ora pre nobe”, trasposizione personale di “Hora pro nobis”. Le lanciavo, però, occhiate oblique e lei intendeva.

«Nostro Signore mi capisce lo stesso, Cecì» mi diceva, mentre sgranava il rosario, saltando qualche verso e l’ultima sillaba del mio nome. «E poi, io l’ho sempre recitate così le preghiere» continuava con tono fermo e deciso «e lassù nessuno si è mai lamentato». E nessuno doveva lamentarsi neanche quaggiù, avrebbe voluto aggiungere.

Io non replicavo. Osservavo la sua espressione contratta e di disappunto nei miei confronti. Il disaccordo derivava non tanto dai rimproveri mossi al suo latino, quanto dal fatto che io non recitavo mai il rosario. 

«Che ne sa lei di preghiere» borbottava tra sé e sé, sistemandosi lo scialle di lana sulle spalle smagrite ma resistenti, «non ci va mai in chiesa, neanche per sbaglio! Ha perso la via come sua madre.»

Mia madre veniva sempre chiamata in causa, quando qualcosa non funzionava.

«Te la prendi sempre con mamma, nonna» provavo a ribattere io, senza troppo slancio. Sapevo che l’apertura di un dibattito sulla “questione mamma” non avrebbe portato da nessuna parte. Mi piaceva, però, stuzzicare la nonna su certi argomenti, perché amavo le sue reazioni concitate, le sue parole gesticolate, la sua spiccata ironia e le sue metafore. 

Mi faceva ridere, mia nonna.

«Me la prendo sempre con tua madre, sì» incalzava, «perché ti ha allevata fuori dalla grazia di Dio» e alzando gli occhi al cielo, chiamava in aiuto la rosa dei santi festeggiati in paese e deputati al soccorso delle anime perdute e sperdute in quel cantuccio di provincia. Si rivolgeva poi al fuoco e presa dal nervosismo, rattizzava con frenesia le braci mugugnando: «Spento saresti pure tu, se non ci fossi io, sempre qua a controllare».

Si chiamava Trieste, mia nonna, ed era il capo della casa. Teneva in equilibrio la bilancia di ogni cosa e si faceva ubbidire.

Ogni tanto intraprendevo vane battaglie nel tentativo di giustificare mia madre Dora e anche un po’ me stessa: «Non è vero che mi ha cresciuta senza Dio. Sono stata battezzata, ho fatto la comunione e addirittura la cresima».

«Lascia stare i sacramenti, Cecì, che pure lì se non ci avessi pensato io, senza benedizione restavi» e così dicendo, agitava la coroncina tra le mani screpolate, che portavano i segni del lavoro nei campi. «Tuo nonno neanche ci è venuto alla comunione» rimarcava, «diceva che era per la sua fede politica; come se esistesse una fede per ogni cosa. La fede una è! A me questo hanno insegnato» e storceva la bocca, piccola e sottile, ma ancora rosata come nella foto che la ritraeva nel giorno del suo matrimonio. 

Quella mancanza nonna Trieste non l’aveva proprio digerita, neanche a distanza di tanti anni. «Mi è rimasta sullo stomaco come il cavolo crudo» esclamava, ricordando l’evento nefasto, e commiserava nonna Iris che, composta, accettava le peregrinazioni ideologiche del marito.

«Povera Iris, una vergogna le fece passare quel giorno. Era sulla bocca di tutti. Lasciata da sola come sempre alle feste comandate.»

Le parole correvano via veloci e si mescolavano allo scoppiettio della legna, che bruciava anch’essa con vigore, senza però scaldare i sentimenti che nonna Trieste provava per il consuocero. 

«Non l’ho mai avuto in odore di santità, tuo nonno» farfugliava e io ai suoi aforismi stringevo le labbra per non sorridere. Nei momenti in cui ero a testa buona, provavo a distoglierla da quella convinzione: «Era un brav’uomo, nonno Alfio. Aveva le sue idee, ma mi voleva bene» e le ricordavo che, pur se non era stato presente alle feste comandate, come diceva lei, mi aveva sempre rispettata e mai aveva dimenticato il suo personale cadeau.

«Non parlare straniero, Cecì, che non ti capisco» bofonchiava «io so solo che qua campate tutti sulle mie spalle» e si toccava il petto, facendosi il segno della croce come per scongiurare il demonio, «finché ce la faccio, state al sicuro, poi vi arrangiate voi altri». Mi guardava senza alzare la testa, ma i suoi occhi erano una spada. Muoveva le pupille verso l’alto in cerca del mio viso e delle mie smorfie. Sapeva che non avrei avuto il coraggio di rispondere e che avrei riso in silenzio, ormai abituata al suo sarcasmo.

«Dimentichi, nonna, che il nonno mi ha lasciato la dote per l’università» punzecchiavo, sicura della sua battuta pronta e secca. 

«L’università, l’università» ripeteva «sempre con questi libri in mano», parlava e si aggiustava le forcine tra i capelli mai spettinati. «Non mi pare che tuo nonno sia diventato un galantuomo a forza di stare sui libri.»

Il tono severo della sua voce pungolava l’aria e, a dire il vero, anche un po’ il mio animo.

«Questi pensano che a scuola ci sono andati solo loro» e si rimetteva il rosario in tasca, che l’ora della preghiera era passata. «Ci sono stata pure io a scuola» e mostrava orgogliosa la pagella appesa sulla parete della cucina, nell’angolo accanto alla cappa del camino, dove trionfavano alcuni ricordi della sua giovinezza: la foto di nonno Nevio, suo marito, in divisa «che lui ha fatto la guerra, mica come Alfiuccio che si è inventato le malattie» diceva; la foto dei suoi genitori, quella di mamma e papà e la nostra. Mi teneva in braccio. Era nel mezzo degli anni ed era bella, nonna Trieste. 

«Ho fatto la terza elementare» tornava a sottolineare, indicando quel foglio di carta color crema, incorniciato, sul quale spiccava la scritta Regno d’Italia, «era il 1926 e non tirava un’aria buona, ma nessuno parlava. Andavamo a scuola a piedi e non c’era acquazzone, temporale o aria gelida che tenesse. Spesso ci inzuppavamo pure il grembiule e noi bambine cercavamo di salvare almeno il fiocco. A scuola si entrava dritti in fila. Si imparava a leggere e a scrivere, che a far di conto eravamo capaci da soli. I figli della campagna erano svelti con le operazioni. Ero brava io» sottolineava «guarda, Cecì, avevo tutti bei voti» e indicava l’elenco delle materie accanto alle quali spiccavano le valutazioni: sufficiente, buono, lode. Quei voti li conoscevo a memoria, ormai, ma li ripassavo uno a uno attraverso la gioia dei suoi occhi. «In effetti eri in gamba, nonna» confermavo «buono in disegno e bella scrittura, in lettura espressiva e recitazione, in ortografia, in esercizi in lingua italiana, in aritmetica, in lavori donneschi e lavoro manuale e lode in canto.»

«Avevo proprio una bella voce. Mi piaceva cantare. Se avessi potuto, avrei fatto la cantante» e alzava gli occhi al cielo «ma tata non voleva; bisognava lavorare. Nei campi servivano le braccia di tutti.» Sospirava, pensando a quella rinuncia, una delle tante. «Ma poi tata morì e a me prese la disperazione alla gola. Ero la prima di tre figli e mi dovetti caricare sulle spalle i miei fratelli più piccoli, che mamma aveva da fare tutto il giorno, su e giù per il campo, tirando l’asino e le ceste. Non mi piace tornare indietro nel passato scolorito, Cecì» e intanto additava la sedia, affinché mi accomodassi. «Il passato è come un libro chiuso ammuffito, che rimane in soffitta dove non va più nessuno. Però, io lo ricordo bene quel passato, pure se ha perso colore. Ero giovane, avevo quindici anni, quando tata se ne andò. Stavo rattoppando i pantaloni di Italo e Ginetto, che si infilavano dappertutto e si strappavano pure le ginocchia. Ma erano i miei fratelli e io li proteggevo come potevo. Quel giorno, però, non ci riuscii.» La sua voce si fece greve. Le parole pesavano. «L’ago mi cadde dalle mani e lasciai il cucito a metà. Corsi fuori fin giù sulla strada. Cercai aiuto, ma sapevo che tata non c’era ormai più. Era rimasto pallido in viso, addormentato sulla sedia di vimini, dove si appoggiava la sera con le mani grandi e le spalle impolverate. Andai al mulino. Leone non mi chiese nulla e mi venne dietro coi capelli mezzi bianchi di farina e gli occhi affossati dalla fatica. Mi ripeteva di stare tranquilla, che avrebbe pensato a tutto lui, ma anche lui aveva solo quindici anni. Erano tempi brutti, Cecì, e dovevi stare attento a chi chiedevi un favore, ma Leone era di casa. Mi voleva bene, lo vedevo, ma l’amore per noi allora era un’altra cosa e io dovevo badare a Italo, a Ginetto, alla mamma, alle faccende e solo alla fine a me. Leone, però, scriveva certe belle lettere, da farti innamorare. Gli venivano naturali, tanto che in molti andavano da lui in cerca di parole per le amate. A me ne aveva scritte tante. Le lasciava scivolare sotto il grande masso, quello che segna ancora la fine della strada comunale in fondo alla valle. Me ne accorgevo se c’era una lettera, perché il sasso era un po’ spostato. Non gli rispondevo, ma quando passavo di lì, l’occhio o meglio il cuore vinceva. A maggio ne trovavo sempre più di una, perché facevo la strada ogni sera per andare al santuario del Carmelo a sentire la messa del mese mariano. Inventavo una scusa per uscire un po’ prima di casa, così da gettare uno sguardo sotto il cippo. Per il paese c’era odore di erba e le rondini giravano intorno al campanile. Ho avuto anch’io qualche giornata bella.» Era un fiume in piena, nonna Trieste: «Pensavo, però, che senza tata saremmo rimasti senza pane. Allora correvo, correvo verso casa, inseguita da Leone, che forse aveva più paura di me. Tata era già tutto ben vestito. Mamma aveva lasciato il balcone aperto, che la casa era in lutto. Impettita, in piedi, indossava il nero e tempo per le lacrime non ne aveva, che forza si doveva fare per camparci a tutti quanti. Faceva caldo quel giorno, ma io sudavo freddo. Ogni tanto tirava un alito di vento dalla finestra della cucina. A scuola ci avevano detto che il vento era aria in movimento, ma a me piaceva pensare che di notte il vento si facesse uomo e potesse vivere e sentire le mie paure. Questa cosa, Cecì, non l’ho mai detta a nessuno. Si sarebbero messi a ridere. Mi avrebbero detto che ero strana e a quel tempo non ci voleva niente per farti battezzare come squilibrata. A te lo posso dire. Tu non ridi, mi capisci. Tata era morto, ma io lo vedevo ancora vivo nella stalla, a tarda sera, quando il camino si anneriva e l’ombra del tetto copriva il cortile. Attaccava l’asino alla mangiatoia, gli dava una manciata di paglia asciutta e contava i mucchi di legna, accatastati al coperto. A detta sua, diminuivano troppo in fretta. Allora, si esclamava con mamma che avrebbero dovuto comprare la legna per l’anno venturo; ma lui la legna non l’aveva mai comprata da che era in vita. Così spezzava qualche ramo secco di ulivo e mandava giù il malumore. La voce di mamma lo richiamava per la cena e lui lento lento risaliva in casa per le scale senza luce ma con il cruccio meno scuro». 

Nonna raccontava e io me la immaginavo bambina, con la treccia lunga sulla schiena, mentre rassettava le stanze al pianterreno, preparava il fuoco e metteva a bollire l’acqua per la minestra.

«Sono dovuta crescere in fretta, io. Tempo per pazziare non ne ho avuto. La vita nostra quella era. Ce la siamo presa così com’è venuta, senza fiatare. Ci siamo tenuti il sole e la pioggia, senza poter scegliere quello che era meglio per noi. Mica come tua nonna Iris, che arrivava dalla città e le scomodità non le conosceva, anche se poi matrimonio comodo non l’ha fatto con Alfiuccio. Povera, Iris.» 

Quello era il suo ritornello. Nonna Iris, in realtà, povera non era e aveva vissuto una vita accanto a nonno Alfio, condividendo il bene, il male e la fede politica. Da quella condivisione era nata mia madre, cresciuta secondo quei principi che nonna Trieste riteneva distanti dalle buone maniere. Non era affatto così. I miei nonni avevano fatto un buon lavoro e in cuor mio speravo di aver ereditato qualcosa da loro. Di sicuro, mi avevano tramandato il desiderio di conoscenza, di scoperta, il valore della memoria, il senso dell’uguaglianza e del rispetto, la bellezza della libertà. Quando facevo queste osservazioni a nonna Trieste, in difesa dei nonni paterni, i suoi occhi diventavano tondi, grandi e più verdi del solito. La risposta non si faceva attendere: «Vuoi salvare sempre tutti tu» diceva «ma qui in campagna le belle parole a poco sono servite. Qui abbiamo dovuto faticare d’inverno e d’estate e nessuno ha avuto tempo per la libertà».

Ero io, allora, ad abbassare la testa in quei momenti, consapevole della storia passata e dello stato sofferto di intere generazioni. Aveva ragione nonna Trieste. Al suo mondo non era stata riservata una fetta di libertà, anche se lei la sua indipendenza l’aveva trovata in quello spirito irto, un po’ rude, ma schietto e sincero che animava il suo essere donna di altri tempi, quelli difficili diceva lei.

«Ne abbiamo passate di crude e di cotte» esordiva, con le mani all’aria, quando sentiva lamentele per un niente. Mi rimbeccava, allora, per essere poco risolutiva negli affari e finiva sempre per biasimare la mia scarsa dimestichezza in cucina. 

«Neanche la frittata sai rigirare» puntualizzava, strappandomi la padella dalle mani con il suo fare sbrigativo. «Morirai di fame» fu la sentenza data alla mia decisione di andare a vivere da sola in città. Aveva ragione anche quella volta. Non sapevo cucinare. Non lo so fare tuttora. A volte, salto i pasti e mi dimentico di fare la spesa. Il cibo è l’ultima preoccupazione, per me che ne ho in abbondanza. Per nonna Trieste, che aveva respirato la guerra, era il primo pensiero. Sarebbe contrariata nel vedermi sgranocchiare gallette e crostini senza lievito.

 «Fai sempre di testa tua» mi direbbe, strofinandosi le mani nel grembiule. A modo suo, mia nonna mi faceva lezioni di vita. Mi spronava alla prontezza, alla determinazione, all’arte del sapersela cavare in ogni dove. Le sono grata per questo e solo ora apprezzo fino in fondo la durezza della sua pelle.

«Il passo molle non ti porta lontano» blaterava, vedendomi indecisa davanti alle scelte. In segno di resa al mio debole reagire, scuoteva la testa, lasciandola un po’ penzoloni, quasi a voler imitare il mio modo remissivo e rassegnato. Così facendo, dimostrava di volermi bene. «Sei troppo molliccia, figlia mia» rincarava la dose «la gente ti mangerà» e anche in quella occasione rinviava la presunta debolezza alla nuora, considerata poco rigida ed estranea alla buona creanza di un tempo. «Quella, tua madre, non sa neppure che pane si mangia» deliberava, facendomi segno di lasciarla stare che aveva da fare. «Piuttosto» riprendeva «vedi di apparecchiare che sono le sette e nessuno ha messo mano alla cena». Stizzita, tornava alle sue preghiere, alle sue faccende frettolose, ai suoi monologhi e al suo essere la padrona di casa. Però, era vero: i fornelli, senza Trieste, sembravano tristi, così come il tavolo sul quale impastava, tagliava, pelava, cuciva e rammendava. Mia nonna abitava la cucina; era la cucina. Il fuoco, se non c’era lei, si addormentava. 

È ancora lì, mia nonna, seduta sullo scanno. Allunga le mani verso le braci. Le scaldano il cuore indurito dall’esistenza e illuminano il suo viso liscio, privo di rughe. Quelle le conserva nell’animo. Continua a parlarmi come l’ultima volta quando, puntandomi gli occhi negli occhi, mi disse: « Cecì, pigliati chi ti piace».

Quella fu la sua ultima lezione. 

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