Premio Racconti nella Rete 2026 “Domenica 19 aprile, pomeriggio” di Laura Maria Torretti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Chiudo dietro di me il cancelletto in metallo color marrone scuro. Il sole è accecante, oggi è il 19 aprile e comincia a fare caldo, anche se un vento leggero soffia in modo costante, smorzando la sensazione di calura.
Indosso ancora il trench blu che avevo acquistato lo scorso anno, utilizzando i soldi del welfare aziendale, i jeans e la maglia lunga in viscosa e poliestere che mia madre mi ha regalato ieri, facendo lo spoglio delle sue maglie invernali.
Oltrepasso il bar che la domenica è chiuso.
Mio cognato si lamenta che il sabato sera sia malfrequentato da ragazzi che bevono birre lasciando i bicchieri di plastica ancora mezzi pieni sul muretto che delimita casa nostra dal marciapiede, insieme a mozziconi di sigaretta e fazzoletti di carta. Non fanno altro, a suo dire, che schiamazzare e fischiare in modo sgarbato e volgare.
In realtà io non avverto alcun fastidio, al contrario, questi stonati rumori mi fanno compagnia, conciliando il sonno, quando dormo qui ad Asti da mia mamma.
Percorro il primo tratto di Via Giobert, tutto in discesa, girando subito a sinistra in corrispondenza della Residenza Sanitaria Assistenziale che si affaccia sulla destra e che ogni volta che passo di qui mi ricorda i tempi tragici degli ultimi mesi della lunga malattia di mio padre.
Vi aveva soggiornato per poco tempo, per poi sfinirsi con una lenta agonia di tre mesi in ospedale. Da quando lui non c’è più, non so bene se cerco di ignorare l’esistenza di quella struttura color rosa chiaro o se, addirittura, mi rivolgo a lei beffardamente, per sottolineare che ormai lui non è più costretto a stare lì. La struttura era moderna, accogliente, il personale gentile ma mio padre non era più a casa sua e noi ben sapevamo quanto a lui questa mancasse, nonostante mia madre passasse con lui tutti i pomeriggi e lo imboccasse tutte le sere a cena, prima di tornare a casa con il magone addosso.
Evidentemente serbo ancora risentimento nei confronti del destino che, nonostante gli sforzi fatti con decine di badanti e i tanti soldi spesi, si era preso la soddisfazione di fare ricoverare mio padre laddove lui per tutta la vita aveva tenacemente e ripetutamente detto che non avrebbe mai accettato di andare.
Non ho percorso più di altri duecento metri e, di fronte alla chiesa di San Silvestro, che io effettivamente vedo solo nei momenti in cui è ostinatamente chiusa, un’altra Residenza Sanitaria Assistenziale si presenta alla mia destra. Qui, penso, non conosco nessuno che vi sia mai stato ricoverato e passo oltre, a passo veloce.
Oggi, insolitamente, davanti al bar che si affaccia su Piazza Medici, un folto numero di ragazzi e ragazze festeggia qualcosa. Le ragazze, in particolare, si dimenano in modo ritmato, nei loro pantaloni leggeri e morbidi abbinati a colorate canottiere.
Sorrido, pensando quanto queste ragazze assomiglino alle mie due belle nipoti.
Mentre scrivo, non riesco a ricordare la canzone del festeggiamento, ma sono sicura che si trattasse di un’aria musicale spensierata, ad un volume alto ma per nulla urticante, anzi, tanto gradevole quanto inusuale, considerato che questa zona, in queste prime ore pomeridiane domenicali, è normalmente immersa nel più anonimo dei silenzi.
A passi veloci raggiungo e taglio Corso Alfieri, per accedere in Piazza San Secondo. Qui, la prima insegna che mi balza agli occhi è quella della Farmacia dove, quasi quarant’anni fa, feci il periodo di tirocinio previsto dopo la laurea per accedere all’esame di stato ed esercitare la professione.
Ora quella insegna mi è del tutto indifferente ma ai tempi del tirocinio era stata galeotta per la mia sfortunata iniziazione nel mondo del lavoro.
L’innamoramento per il farmacista che allora la gestiva, era forse assolutamente prevedibile, considerando il recente completamento degli studi universitari che non avevano mai lasciato spazio di sfogo e realizzazione a quel tipo di emozioni. Ma il suo ricatto dopo il mio negato consenso, mi aveva obbligata a dare forfè, telefonando una mattina presto alla titolare della Farmacia per dirle che non vi sarei più andata a partire dal giorno dopo, visto che il suo farmacista si diceva innamorato di me mentre io non lo ero affatto.
Entro in San Secondo, la chiesa è fresca, silenziosa, il pavimento lucido, mi avvicino al grande crocifisso in legno che troneggia nella navata centrale, recito il Padre Nostro in greco.
Non lo ho mai dimenticato dai tempi della Quarta Ginnasio, quando la mia insegnante di lettere che si professava fedayn, ce lo aveva scritto sulla lavagna.
Chissà se me lo ricordo soltanto io oppure anche qualcun altro dei miei compagni di classe.
Il solo che ho sentito di recente è Enzo, da qualche tempo primario di Cardiologia all’Ospedale.
L’avevo contattato perché mi aiutasse a procurarmi un appuntamento con il primario di Oculistica, dopo che ero rimasta scioccata dalla diagnosi di cataratta, in entrambi gli occhi, presso una struttura medica privata. Diagnosi rivelatasi del tutto infondata, visto che il nuovo esame della vista mi aveva conferito dieci decimi per l’occhio destro e nove per il sinistro.
Esco dalla chiesa e inforco i portici di Via Cavour, vi è un modesto brulicare di turisti felici, lancio una occhiata alla vetrina del negozio che vende oggetti equo-solidali e proseguo veloce verso la stazione.
Devo sempre in qualche modo sterzare, anche se cammino a piedi, in corrispondenza del ristorante cinese sulla curva e volgere lo sguardo all’intramontabile Sex-Shop che ogni volta propone nuovi inviti con nuovi strani oggetti.
Constato con piacere che non vi è ritardo di treni nella tratta tra Asti e Torino ed in quella tra Torino Porta Nuova e Rho Fiera Milano, negli orari che da decine di anni mi vedono pendolare della domenica.
Al mio arrivo a Rho Fiera trovo sempre il mio Roberto che mi aspetta con amore.
Anche oggi incontro tante persone, insolitamente silenziose, forse perché l’aria condizionata sui treni non funziona e, poiché fa caldo, tutti cercano ristoro nel sonno.
Degli otto passeggeri che riesco ad osservare dal mio sedile, soltanto due utilizzano lo smartphone. Una ragazza lo tiene tra le mani aggraziate in armoniosa posizione orizzontale, staccando solo ogni tanto lo sguardo per rivolgerlo al finestrino. Si stropiccia un occhio, molto probabilmente a causa di un po’ di mascara che le è finito dentro.
Il ragazzo seduto davanti a me mantiene spalle e schiena curve sul cellulare, appoggiato al piccolo tavolinetto grigio, mi sembra che sfogli con il pollice sempre la stessa pagina di Google, ha l’aria nervosa, un orecchio di un rosso paonazzo sul cui lobo spicca un sottile orecchino ad anello.
Gli altri sei dormono: una ragazza dai grandi occhiali scuri, rimanendo immobile in posizione composta, la signora davanti a lei è sprofondata in un sonno pesante ma, stranamente, riesce a mantenere la testa rigorosamente appoggiata allo schienale del sedile, evitando gli sgradevoli scivoloni della nuca verso il basso che invece caratterizzano altri passeggeri assopiti.
Un ragazzo nella fila dietro è praticamente sdraiato su due sedili e dorme con due grandi cuffie ormai lontane dagli orecchi.
Ad un tratto, il ragazzo di fronte a me mi rivolge lo sguardo, visibilmente irritato, pare mi dica: “la smetti di guardare?”.
Ho una gran voglia di rispondergli “guardo per quanto tempo mi pare” ma mi trattengo perché mi rendo conto che è in questo modo che nascono le guerre di Trump!
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