Premio Racconti nella Rete 2026 “Giovedì” di Francesca Sassi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026È successo un giovedì. Un giovedì di aprile: un giorno di mezzo cadenzato dal ritmo della settimana, già vissuto prima ancora di cominciare. Tutto è normale di giovedì: ci si aspetta che papà sia nell’atrio già con le chiavi in mano per accompagnarti a scuola, che mamma inviti ripetutamente a sbrigarsi, che la cucina sia solo una cucina, con il tavolo di legno e il rumore dei cucchiaini nelle tazze. Il giovedì non è fatto per le crepe. Di giovedì niente si rompe. Per questo fa più male quando si spezza.
La sveglia suona alle 7:00. Ancora ombre nella stanza. Le tende chiuse lasciano filtrare una luce lieve. È già giorno anche se lui ancora sta finendo di svegliarsi, ancora avvolto nella nebbia in cui non ricorda chi è e cosa deve fare. Dei sogni della notte rimangono solo piccoli pezzetti: un colore, una voce, una figura che scompare. Poi lentamente gli occhi spostano il bersaglio da dentro a fuori e i pensieri cominciano a fare ordine che non entra tutto insieme, scivola lento e si allarga piano piano. E così la sedia non è più una sagoma indistinta. Si vedono le gambe, lo schienale, i vestiti piegati dalla madre la sera prima: la maglietta sopra, i pantaloni sotto, le calze arrotolate con precisione e il grembiule con il fiocco verde. Li infila frettolosamente, uno dopo l’altro, seguendo l’ordine impartito. Alla fine il fiocco che annoda con quel gesto imparato, incrocia, passa sotto, stringe. Lo sistema al centro e controlla che sia dritto. Il corpo ormai è sistemato. Afferra lo zaino gonfio di quaderni e libri ed esce dalla stanza. La luce in bagno è troppo forte, l’acqua troppo fredda, ora si sveglia completamente.
A scuola, di giovedì, c’è geografia e matematica. La maestra manda tutti alla lavagna e mette il voto. C’è chi tiene lo sguardo basso per paura o chi, con baldanza, sfida il percorso dal banco alla cattedra. Sa già che Andrea, il suo compagno di banco, parlerà troppo, che farà ridere tutti e che verrà richiamato perché tamburella con le dita. Lui invece si distrae spesso. Guarda l’angolo cadente della cartina dell’Italia appesa storta alla parete che descrive un orecchio d’elefante. Ritorna all’attenzione solo quando la maestra gli dice:
«Ferdinando, lascia stare la cartina e ascolta.»
Le scale di corsa in un baleno, i piedi rimbombano decisi sui gradini nel silenzio della casa. Suo padre non è all’ingresso ad aspettarlo e sua madre non richiama di sbrigarsi a fare colazione, niente
«È tardi, devo correre al lavoro.»
Resta fermo sulla soglia, ascoltando il respiro delle stanze. Poi si affaccia in cucina e la vede, sua madre. È seduta davanti alla finestra con ancora la vestaglia che profuma di sonno interrotto e di pensieri pesanti. Se ne sta lì, con le mani incrociate, appoggiate in grembo, a fissare un punto imprecisato di quel cielo nuvoloso.
«Mamma!»
Lei si volta lentamente, le sue dita corrono veloci sugli occhi, un gesto lieve per asciugare il pianto e ricacciare indietro qualcosa. Si alza, gli va incontro con il suo passo silenzioso, lo stringe al petto in un abbraccio deciso e gli solleva il mento costringendolo a guardare i suoi occhi lucidi.
«Ehi, gioia mia… Oggi niente scuola. Tra poco arriva nonna a prenderti. Fai il bravo con lei.»
Il suo sguardo dice già tutto. Ma lui è un bambino, non ha il coraggio di chiedere del padre lì fuori a combattere un giorno sì e uno no con quella macchina che gli succhia il colore dalle guance. Quando torna stanco dice sempre, con un sorriso, che ha fatto un giro su una giostra. E lui lo immagina davvero il suo sangue che fa un giro: parte piano, sale, scende, gira e riappare lavato, strizzato, filtrato proprio come il cavallo di legno che si nasconde dietro il tendone. Resta in silenzio, qualcosa dentro lui si è fermato come il cavallo che, questa volta, non ha finito il giro. A casa della nonna suo cugino gli va incontro con passo incerto. Lo stringe in un abbraccio che dura poco più di un secondo di troppo, ma ha paura di restarci dentro e si scosta.
«Eh, Ferdinà…», mormora.
Una pacca sulle spalle, secca. Poi silenzio. Le parole si fermano in gola. Non sa che dire. Gli sembra tutto sbagliato. Allora prova a cambiare strada, come si fa quando un discorso va male.
«Oh…Scendiamo in cortile? Ho portato il pallone», schiarendosi la voce.
«Dai, solo due tiri. Come l’altra volta.»
Lui, però, non alza neanche gli occhi per vedere se il pallone sgonfio è ancora vicino al muro, dove hanno disegnato col gesso le porte.
«Non mi va.»
Si volta e sale le scale. La mano percorre la ringhiera di ferro battuto, fredda, ruvida sotto le dita, come quel tremore che gli risale nel petto. Non c’è nessun rumore nella grande casa deserta, le voci che si rincorrono da una stanza all’altra nelle domeniche estive oggi tacciono; non c’è il richiamo del pranzo della nonna dalla cucina, né passi pesanti che scendono due gradini alla volta. Le porte socchiuse, le sedie vuote, il corridoio con una luce obliqua che disegna rettangoli sul pavimento come sbarre di una prigione. Al piano di sopra apre la porta della stanza che era stata di suo padre e si mette seduto davanti alla vecchia macchina da cucire. L’odore è lo stesso: legno, stoffa, un fondo leggero del tabacco che fumava il nonno. Appoggia i piedi sul pedale e comincia a muoverlo piano. La ruota laterale gira, emette un suono basso, quasi un respiro, meccanico.
Avanti.
Indietro.
Tiene il viso basso, con gli occhi fissi sulla ruota. Non piange. Non parla. Il suo corpo è lì ma il resto è sceso altrove, in un posto dove nessuno può raggiungerlo.
Avanti.
Indietro.
Nel pomeriggio arriva Andrea. Ormai tutti sanno quello che è successo. Bussa piano, come si bussa nelle case dove è successo qualcosa di irreparabile.
L’ha sentita sua nonna che sulle scale gli ha detto: «Fallo distrarre un poco, è rimasto zitto da stamattina.»
L’amico gli parla della scuola del pallone, della partita rimasta a metà e dei giochi da finire alla Play Station.
Parla piano, poi un po’ più forte, per cercare di scuoterlo e destarlo dal torpore. Ma le parole gli arrivano come rintocchi di campane in lontananza. Smorzate. Se ne va più triste di quando è arrivato. I suoi passi si allontanano nel corridoio e lui piomba nel vuoto del silenzio, continuando a muovere il pedale.
La nonna, che procede avanti e indietro tra le due case, ogni tanto si affaccia nella stanza. Gli accarezza la testa più del solito e chiede come stai senza aspettare davvero una risposta. Nessuna parola, nessuna spiegazione. Dà per scontato che lui capisca, che intuisca. E, intanto, fissa quella ruota che gira e gira…
Spinge con la mano, con le dita, con tutto il corpo, come se, facendo girare quella ruota, potesse rimettere in moto qualcosa che si è fermato per sempre.
Avanti.
Indietro.
Il giorno dopo, il funerale.
Sua nonna gli ha portato una camicia bianca e un paio di pantaloni scuri che profumano di armadio chiuso. Lo aiuta a lavarsi e vestirsi con cure che lui non conosceva. Gli passa la spugna sul collo e sotto le ascelle, gli pettina i capelli appiattendoli sulla fronte con l’acqua, gli abbottona la camicia fino all’ultimo bottone, quello che stringe sotto la gola e toglie un po’ di fiato. Lui non si lamenta. Poi, gli prende la mano e gli dice: «Stai vicino a me.»
Escono di casa. Solo pochi metri di asfalto per giungere in chiesa. L’odore di incenso, di cera vecchia e di fiori recisi lo investe già all’ingresso, gli dà la nausea , un sapore amaro in bocca che risale dallo stomaco. Entrano dal portone laterale percorrendo la navata, dove teste chine e giacche scure trattengono sospiri e soffi nei fazzoletti. Lui cammina guardando le punte delle scarpe nuove, senza ancora una piega, cercando di non incrociare gli occhi lucidi che sente addosso. Al loro passaggio, il brusio si spezza interrotto solo da condoglianze, condoglianze.
Che significa questa parola?
La nonna lo guida verso la prima panca. Lì, seduta come una macchia scura, c’è sua madre. Non la vede dal giorno prima, da quando lo ha esiliato dalla nonna. Ha i capelli tirati indietro, il viso scavato più bianco del solito. Le labbra si muovono senza suono e le mani incrociate in un rosario di cocchi neri che scivolano lenti tra le dita, un grano dopo l’altro, come se contasse il tempo fermo. Non sembra lei: è una statua vestita a lutto.
«Va a sederti vicino a lei», dice la nonna e lo spinge dolcemente.
La madre lo tira a sé con un gesto rapido, istintivo. Lo stringe contro il fianco e lo incastra sotto l’ascella, gli preme la testa contro la giacca nera, ancora rigida di stiratura affondandogli il viso nel tessuto freddo, nel profumo familiare. Schiena curva, spalle larghe, ginocchia appena divaricate per tenerlo dietro appoggiato alla panca. Il suo corpo vuole essere barriera; ma quel legno non si può coprire, non si può ignorare. Obbliga gli occhi a fermarsi e guardare. E lui guarda e vede.
È al centro esatto della chiesa: si stende lunga, lucida come un’isola nera nel mare di marmo, è lì, sotto l’altare dove di solito c’è solo il bianco del lino e l’oro dei candelabri, è lì che incombe alta sul punto in cui tutti gli sguardi convergono, in cui si spezzano le frasi e arriva il pianto. Scura, compatta, immobile. È la bara di suo padre, troppo piccola per lui.
Non riesce a smettere di pensare alla posizione del suo corpo con le braccia così lunghe e le gambe che arrivavano ovunque. Com’è possibile che possa stare tutto lì dentro stretto, stretto? Ha il cuscino? Ha paura?
Tutti in piedi. Entra il prete. Ha una veste bianca con una striscia viola che gli scende dritta fino ai piedi. Le sue mani larghe si aprono nell’aria come ali.
«Preghiamo insieme.»
La sua voce arriva amplificata dal microfono che fischia contro le vetrate della chiesa. Non ammette repliche imponendo quando alzarsi e sedersi. Ma chi è? Chi è quell’uomo che parla di suo padre, lo chiama fratello, padre, amico, come se l’avesse conosciuto? Che ne sa della sua risata che finiva sempre con la tosse. Che ne sa delle corse in corridoio, del suo fiato corto e delle mani grandi che lo sollevavano nonostante la stanchezza. Che ne sa delle favole inventate cambiando voci ai personaggi o dei loro pantaloni arrotolati alle ginocchia nell’acqua gelida del fiume rincorrendo un pesce furbo.
Quella voce estranea è troppo fredda, quei canti dolorosi troppo alti. Si arrampicano fino al soffitto e ricadono giù più pesanti. E quell’organo che vibra nelle ossa e risale gonfio dentro il petto. Vuole alzarsi e dire a tutti:
«State zitti, se papà bussa da lì dentro non si sente. State zitti.»
Ma la voce resta chiusa nella gola. Cerca aria. Il colletto della camicia è troppo stretto, la presa della madre troppo calda e quell’aria troppo densa.
Non decide ma succede. Si alza in piedi districando quell’abbraccio, scomponendo quel bottone e poi fugge, corre fuori. Sul gradino della chiesa si trattiene. L’aria è nuda e inizia a respirare.
Dalla folla radunata nel piazzale esce Pietro, un compagno di partite con cui gioca. Instancabile, sempre pronto a ripartire anche quando tutti gli altri sono seduti, lui continua ad inseguire la sua palla. È più piccolo di lui di una testa, ma sta dritto allungando il suo corpo. Ha occhi svegli che vedono anche quello che gli adulti nascondono. Non sa mentire perché non sa piegare le parole. Dice solo ciò che sente, senza veli. Esce dritta quella frase, come un sasso la parola:
«Eh Ferdinà… mi dispiace che tuo padre è morto.»
E lui la sente. Finalmente. Morto. Morto.
La verità nuda e cruda senza incenso, senza organo, senza canti. La verità chiamata col suo nome nella bocca di un bambino.
«Non è vero», dice. Il petto si alza e si abbassa troppo in fretta. L’aria entra a strappi e brucia nei polmoni. «Non è vero.» ripete. Deglutisce ma non basta. Corre a casa. Corre con le gambe più leggere della paura e il cuore più pesante del suo corpo, ogni passo un colpo secco che risale alle ginocchia. Corre come se l’aria potesse diventare acqua e lavarlo via da dentro. Corre per non pensare, per non vedere, per non sentire la voce del prete, il silenzio della madre, le parole di Pietro.
Davanti a casa suo nonno si regge sul bastone, si piega e allarga le braccia per accoglierlo ma lui lo scansa. Corre ancora nelle corse in corridoio con suo padre, cercando la risata che esplode alla fine e le braccia aperte che lo sollevano. Corre ma da solo. Corre e non si ferma, senza voltarsi. Sempre avanti. Sempre via.
Anche adesso.
Anche dopo.
Anche sempre.
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