Premio Racconti nella Rete 2026 “La donna di Silvano” di Angelo Besenzoni
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Silvano è il nostro ragioniere. Di bassa statura, corporatura esile, pallido, il volto scavato, gli occhi sporgenti ed una ciuffo di capelli sempre ordinato. Cammina con la schiena rigida, dritto ed impettito, a passetti brevi, ma svelti. Circospetto e sospettoso passa veloce e quando indugia nel proseguire si muove a scatti, come un passerotto che saltella qua e là, pronto a fuggire via. Ha un ufficio personale, da dirigente, e raramente si unisce a noi nelle pause caffè. Tuttavia, quando succede, l’atmosfera si fa tesa, ognuno di noi cerca di assumere un atteggiamento rilassato ma rispettoso, mentre lui si sforza di apparire cordiale ed amichevole, ma alle sue battute si ride per dovere ed il caffè si blocca in gola. Ha una passione smodata per i numeri. Non una passione matematica, ma piuttosto aritmetica. Li allinea, in perfetta fila indiana e rimane ad ammirarli. Utilizza il computer e la calcolatrice. Ma non si fida delle macchine, i conti preferisce rifarseli, almeno quelli più sostanziosi, le cifre importanti delle spese e dei guadagni. Quando si dedica al ricalcolo, alla fine della giornata, dopo che tutti se ne sono andati, allora si rilassa sulla sedia. Abbandona la rigidità che l’ha accompagnato per tutto il giorno, incurva un poco la schiena, allunga le gambe e distende le braccia sulla scrivania. Con aria beata apre il quaderno personale, annusandone i fogli. Sfila dal portapenne la stilografica e ne toglie il cappuccio, lasciando che il profumo di inchiostro si spanda nelle narici, aspirandone l’aroma con un profondo respiro. Stira ben bene la pagina bianca e con un sospiro rassegnato, ma soddisfatto, inizia a riportare i numeri. Uno dopo l’altro, ben incolonnati: unità, decine, centinaia, migliaia. Tra una colonna e l’altra, nella riga del totale, lascia uno spazio per il riporto. Quando tutti i numeri sono stati scritti, posa la stilografica ed inizia i calcoli, aiutandosi con le dita che fa scorrere sulle labbra. Dopo aver sommato la colonna, riporta nel totale l’unità trovata e segna le decine nell’apposito spazio vuoto dei riporti. E così via fino ad ottenere il risultato finale, che confronta con quello della stampa che la segretaria gli ha portato per la firma. Sempre i risultati coincidono e questo viene sottolineato da un sorriso benevolo, come a dire che anche stavolta la macchina si è comportata bene. Solo una volta i conteggi suoi e quelli della macchina non coincisero; scoppiò una tempesta che durò giorni, saettavano ordini da destra a manca, le stampe furono rifatte più volte, dando sempre lo stesso risultato. Lui si rifiutò di rifare i propri conteggi, opponendo la sua ostinazione all’ostinazione della macchina. La faccenda arrivò al direttore generale che non potendo sbarazzarsi del suo ragioniere storico, un vero archivio vivente, decise che senz’altro i risultati del ragioniere erano esatti, ma che si sarebbero dovuti usare quelli della macchina. Tanto bastò per quietare le acque agitate.
Quando arrivai in azienda, Silvano era già sposato. Nessuno di noi l’aveva conosciuto da scapolo, come nessuno di noi l’aveva conosciuto da giovane, ma non si può dire sia vecchio. Non conosciamo la sua età esatta, ma sarà sui cinquanta, anno più, anno meno. Ha invece un’anzianità aziendale che incute timore. Si è sempre un po’ troppo formali con lui, non si becca mai, in sua presenza, l’occasione per scherzare. E’ una persona scontrosa ed austera, ma dimostra una straordinaria generosità. Non prova invidia per i successi dei colleghi, come invece spesso succede in azienda, e si rammarica se qualcuno ha problemi nello svolgere il proprio compito, offrendo immediatamente tutto l’aiuto possibile. Ma non deve essere distratto dalle sue abitudini, questo lo manda letteralmente in bestia. Con i brividi lungo la schiena ricordo ancora quella sera in cui ero rimasto più a lungo del necessario dovendo finire dell’urgente lavoro arretrato. Silvano stava nel suo ufficio a rifare i conti come al solito. Questo ben lo sapeva anche la moglie, che forse quella volta non se lo ricordò o volle sfidarlo, chiamandolo al telefono. Tanta era la sua concentrazione che lo squillo lo fece sobbalzare. Ebbe un tale sussulto che la stilografica gli cadde di mano e macchiò d’inchiostro il foglio immacolato del quaderno. Divenne una furia, afferrò il telefono e lo gettò contro la parete. Urlando ed imprecando, prese il quaderno, lo stracciò, lo scagliò a terra calpestandolo per diversi minuti finché non cadde esausto sulla sedia. Quando si riprese, si accorse che lo stavo osservando. Mantenni la calma ed abbozzai un lieve sorriso, gonfiando un poco le guance ed agitando piano la testa, in segno di solidarietà. Lui allargò le braccia, con le palme delle mani rivolte verso l’alto.
<<Mi scusi per la deplorevole scenata, ma è stata una giornata difficile. Ero un po’ teso. Se poi ci si mette anche la moglie, allora…>>
<<Non si preoccupi, uno sfogo ogni tanto non può che far bene.>>
<<Speriamo… la prego di non far parola dell’accaduto… non vorrei che…>>
Non lo lasciai finire. Non ero amante dei pettegolezzi, il suo timore risultava infondato.
<<Non si preoccupi, davvero. Richiami sua moglie invece, se posso darle un consiglio.>>
Mi guardò con aria interrogativa, mi ero spinto troppo avanti. Ringraziandomi, si scusò per il lavoro da finire e chiuse la porta dell’ufficio, scomparendo dalla mia vista.
Conoscemmo sua moglie Laura alla festa aziendale, per il centenario di fondazione. In quel periodo la proprietà aveva programmato un ricevimento presso un prestigioso ristorante, invitando tutti gli impiegati ed i loro familiari. Un vero avvenimento perché mai era stato organizzato un pranzo sociale, nemmeno a Natale. La proprietà era ancora in mano alla famiglia storica che nel secolo scorso, per opera del fu commendator Vincenzo, da un garage in campagna, aveva saputo realizzare l’impresa che ora dava lavoro a tutto il paese. Sfortunatamente il commendatore mancò prima di aver potuto dare un erede alla famiglia e l’azienda passò al promettente nipote, a quel tempo fresco di laurea in ingegneria. L’ingegner Roberto amministrava l’azienda militarmente e manteneva un atteggiamento padronale ed ottocentesco verso i propri dipendenti dai quali pretendeva rigore assoluto e moralità nei comportamenti, specialmente dal figlio maggiore, il giovane Alberto, promettente avvocato, che aveva provato ad introdurre in azienda. Ma fu un esperimento che non ebbe successo perché all’improvviso Alberto, appena nominato direttore del marketing, fu poi licenziato quasi subito dal padre stesso. Quella mattina l’ingegner Roberto si recò di buon ora nell’ufficio del figlio, entrando senza bussare. Era in corso una riunione e si stavano proiettando istogrammi, torte e flow-chart dai colori vivaci. Si avvicinò ad Alberto, gli porse la mano in modo formale e con una vigorosa stretta lo licenziò.
<<Avvocato, da oggi la sua collaborazione è conclusa. La ringrazio per il lavoro svolto. L’ufficio deve essere liberato entro mezzogiorno. Grazie. Buongiorno>>
Il figlio rimase senza parole, arrossì non poco di fronte ai suoi collaboratori, ma non disse una parola. Sembra che ora sia a Parigi e si occupi di moda, dove ha lanciato una nuova linea di abiti casual ma eleganti, insieme a Laura, la ormai ex-moglie di Silvano
Fu proprio alla festa del centenario, quando Laura gli fece una corte spietata, che per Alberto iniziò la fine della sua carriera in azienda. Senza pudore, Laura non perdeva occasione per appartarsi con lui, lasciando che Silvano si aggirasse smarrito per il salone in cerca di lei. Nulla che potesse dar scandalo, ma poi, quando in pausa caffè ne discutevamo fra di noi, allora gli avvenimenti assumevano contorni diversi. Anche perché nel frattempo, dopo solo poche settimane, subito dopo il licenziamento di Alberto, Silvano divorziò da Laura. Era una donna di estrema eleganza e dal portamento algido ed austero, in questo assomigliava molto a Silvano, con cui aveva condiviso tanti anni. Ma evidentemente qualcosa fra loro non girava per il verso giusto oppure Laura aveva deciso che per lei era tempo di cambiare vita. Fra colleghi ne avevamo parlato parecchio, ma ogni deduzione scadeva nel pettegolezzo se non addirittura nella maldicenza vera e propria. Per quel poco che potemmo parlare con lei, durante la festa, Laura ci confidò alcuni particolari della vita privata di Silvano che già prefiguravano la crisi imminente.
<<Non so come si comporta con voi, ma con me è un tale maniaco dell’ordine, da risultare insopportabile. E peggiora con il passare del tempo. Ogni cosa al suo posto, ogni cosa a suo tempo, tutto è scandito e tutto è previsto. Dopo tanti anni, ormai è talmente metodico che potrei descrivervi quello che farà da qui ad una settimana senza sbagliare una sola ora del giorno>>
A quelle parole, ognuno di noi aveva il suo ricordo particolare, tutti ci eravamo scontrati con il suo puntiglio e le sue manie.
L’angolo del muro, fra la finestra e la macchinetta del caffè a cui appoggiarsi durante le poche pause che si concedeva con noi; a volte, per non trovarcelo tra i piedi, bastava occupare il suo posto ed allora mai si sarebbe avventurato a prendere un caffè non sapendo dove appoggiarsi.
La disposizione dei fogli per la firma, rigorosamente scalati l’uno dopo l’altro, in modo che dal pacchetto si potessero leggere tutte le intestazioni contemporaneamente. Se qualche foglio veniva trovato coperto dopo che il pacchetto era già stato lasciato sulla scrivania, Silvano invitava la segretaria a riprendersi il tutto ed a ritornare con le pratiche ordinate “come si deve”.
Oppure l’orario prestabilito per recarsi in bagno. Ormai chiunque sapeva che almeno un bagno doveva essere lasciato libero in quei prefissati orari della giornata, per non vedere Silvano aggirarsi paonazzo di stanza in stanza.
Il divorziò fu una mazzata che lo lasciò completamente stremato. Divenne ancora più solitario ed incupito. In quel periodo arrivava in azienda prestissimo, si ritirava nel suo ufficio e non ne usciva mai, nemmeno nell’intervallo di mezzogiorno. Solo la sua segretaria personale era autorizzata ad entrare da lui, ma solo se chiamata. Ci riferiva che sempre lo trovava seduto dietro al scrivania, con la schiena rigida e gli occhi bassi, intento a leggere e mai sollevava lo sguardo, nemmeno nel parlarle. Le dava ordini secchi, con poche ed essenziali parole e la invitava ad uscire con sollecitudine.
<<Ha capito signorina?>>
<<Sì, dottore, è tutto chiaro>>
<<E allora vada, su, svelta…>>
A me dispiaceva vederlo in quello stato. Non so perché, ma da quella sera in cui avevo assistito alla sua sfuriata, mi ero quasi affezionato a Silvano. Naturalmente non ne avevo mai parlato con nessuno, ma mi veniva spontaneo di difenderlo ogni volta che qualcuno lo derideva o lo biasimava per quel suo comportamento un po’ troppo ombroso.
Fu così che mi convinsi di tentare l’impossibile. Mi decisi di parlargli, avevo in mente un consiglio da dargli riguardo ad una possibile soluzione al suo profondo disagio attraverso un rimedio che con me aveva funzionato egregiamente.
Quella sera aspettai che tutti se ne fossero andati e bussai alla porta del suo ufficio, ma non ricevetti risposta. Provai ad aprire piano la porta e lo vidi, sprofondato nella sedia, con i gomiti sulle ginocchia a sostenerne la testa, scosso da un profondo pianto.
<<Tutto bene, Silvano?>> sussurrai timidamente, pentendomene subito dopo per aver osato tanto.
<<Ma che… chi è… accidenti….>> stava già alzandosi furioso con il dito indice ad indicarmi l’uscita, quando si accorse che ero io. Abbozzai un sorriso di cortesia, allargai le braccia mimando un gesto di abbraccio, cercai di mostrarmi il più disponibile possibile.
<<Ahh, è lei Angelo. Venga, venga… mi perdoni… stavo pensando… è veramente dura, non credevo…>>
<<Lo è stato anche per me, sa? Mia moglie se ne andò, all’improvviso. Quella mattina la salutai come al solito, lei rimaneva a letto ancora qualche minuto, io dovevo correre al treno. Non rispose al mio saluto, pensai che aveva ancora sonno, invece probabilmente con la mente era già partita. Mi chiamarono in ufficio, allora lavoravo fuori città. Fu mio suocero, sua figlia era ritornata dai genitori, non l’avrei più rivista…>>
<<Si perdono i propri punti di riferimento… ci si sente come svuotati… senza appiglio… sperduti… soli… >>
<<Sono stato male diversi mesi. Poi un giorno, mentre stavo camminando per il parco incontrai una coppia di giovani, abbracciati, felici, soprattutto innamorati. Ahh si capiva che erano innamorati… ridevano, si stuzzicavano. Ma ciò che mi colpì è che il prato su cui sedevano, il pioppo che li riparava dal sole, gli uccelli che saltellavano intorno per le briciole dei loro panini, il cielo, il vento, tutto era per loro, affinché si sentissero felici. E allora mi dissi che accidenti, era ora di darmi una mossa; per la miseria potevo innamorami ancora, che cosa aspettavo a cercarmi un’altra donna?>>
<<Angelo, lei non immagina quante volte ci ho pensato. Sa, io ho bisogno di una compagna che mi aspetti… non posso sopportare di tornare dal lavoro e trovare la casa vuota…ma allo stesso tempo… se penso a quello che mi ha fatto Laura… meglio la solitudine..>>
<<E allora mi sono dato da fare. Internet, Silvano. Le sembrerà assurdo e poco ortodosso, ma mi ha aiutato Internet. Ho trovato lì la mia nuova compagna. Un ragazza speciale, ci siamo piaciuti subito, al primo incontro. E’ stato subito amore. Sono già diversi anni ormai, mai uno screzio, mai un problema. Un miracolo. Io e Francesca siamo la coppia più bella del mondo. Ci può scommettere.>>
<<Internet? Ma sta scherzando?>>
<<Ci vuole molta attenzione. E’ necessario essere molto prudenti. Ma le assicuro che c’è la possibilità di entrare in contatto con agenzie serie e rinomate. A me è andata bene.>>
Silvano mi guardava perplesso, ma sembrava seriamente incuriosito. Gli diedi tutte le informazioni possibili, gli spiegai come contattare le varie agenzie, mi offrii completamente a sua diposizione. Alla fine sembrò gradire. Ora era molto più sollevato. Ero soddisfatto di quanto ero riuscito ad ottenere.
Passò diverso tempo, forse qualche mese, non ricordo con precisione, l’atteggiamento chiuso di Silvano sembrava stabile, non dava segni di apertura, ma almeno non peggiorava. Finché una mattina arrivò inaspettatamente più tardi di noi, come suo solito si diresse in ufficio a passi svelti e con la testa china, ma non chiuse la porta. Addirittura, durante la giornata c’era chi giurava di averlo sentito persino canticchiare. La sua segretaria ci riferì poi, alla pausa delle cinque, che Silvano sembrava meno nervoso, più rilassato, a modo suo anche un poco cordiale.
Il giorno dopo addirittura Silvano salutò con uno schietto e squillante “buongiorno a tutti” e prima di entrare in ufficio passò da me e mi diede una pacca sulla spalla.
<<Giornata splendida. Ha visto che sole magnifico stamattina? Ci voleva dopo tanta pioggia, non le pare?>>
Ammutolito per lo stupore cercai di rispondere qualcosa, ma mi si strozzò la gola. Dovetti tossire un paio di volte, ma alla fine riuscii a biascicare due parole
<<Sì, splendido giorno…>>
Quando se ne andò i colleghi mi stavano guardavano con tale curiosità che sentivo i loro sguardi pizzicarmi ovunque, tanto che mi venne voglia di sfregarmi, con le mani, le braccia e il petto, per il fastidio. Non sapendo cosa dire, ruotai leggermente la mano destra vicino alla fronte, come a dire che a Silvano era andata fuori posto qualche rotella.
Ma non avevamo visto ancora nulla. Da quel giorno Silvano prese l’abitudine di fare la pausa caffè con noi, ignorando il suo posto vicino alla finestra, ridendo di gusto alle nostre battute, a volte mescolando il caffè da destra a sinistra, altre volte da sinistra a destra, così come capitava od addirittura dimenticandosi di mettere lo zucchero. La nostra curiosità cresceva giorno dopo giorno. Alla sera, Silvano correva via allo scoccare delle sei, come un impiegato qualunque. Quando una volta la segretaria lo rincorse con la consueta stampa di totali da controllare, Silvano le rispose che aveva cose ben più importanti da fare.
<<Signorina, se abbiamo un computer, usiamolo. Non è possibile che con tutto quello che abbiamo speso per la tecnologia, ancora si debbano controllare a mano dei totali…. sia ragionevole, perdio.>>
<<Ma dottore… lei voleva… diceva che…>>
<<Su, su.. vada a casa pure lei, la giornata è conclusa… a domani>>.
Fu il venerdì successivo, quando Silvano si presentò in ufficio in camicia e jeans, senza giacca e senza cravatta, che non ressi oltre. La curiosità ci stava divorando.
Bussai alla porta aperta e mi affacciai, sempre timoroso e rispettoso, ma fui subito travolto dal suo entusiasmo.
<<Venga Angelo, si accomodi pure. Non l’ho più ringraziata, sa? Ho seguito alla lettera il suo consiglio e così ho trovato Gianna…>>
<<In Internet, come le avevo detto?>>
<<Esattamente… ho fatico un po’, ho incontrate parecchie ragazze… con alcune mi sono incontrato, ma non sentivo nessuna emozione, non mi dicevano niente… finché non trovai Gianna.. Ci siamo piaciuti subito, al primo incontro già avevamo deciso che lei si sarebbe trasferita da me… sa che le dico?>>
<<Che mi dice?>>
<<Caro Angelo, sono innamorato. Stavolta sono davvero innamorato… ne sono sicuro… se penso che confondevo l’ammirazione per Laura con amore… che rabbia!!!… ora so cosa significa amare ed essere amato… per come sono e per come è lei, senza ombre, senza sotterfugi, senza menzogne… siamo uno lo specchio dell’altra…>>
Non mi riuscì di dire nulla tanta era la gioia e la soddisfazione di essere stato in qualche modo l’artefice di tutto questo. Gli sorrisi con gratitudine. Allora Silvano si alzò dalla scrivania e visibilmente commosso, con gli occhi lucidi, mi prese la mano e me la strinse con vigore fra le sue.
<<Grazie Angelo, le sarò riconoscente per sempre…>>
Non dimenticherò mai il suo sincero riconoscimento.
Ben presto la notizia si sparse per tutta l’azienda e, visti gli effetti assolutamente positivi sul carattere di Silvano, tutti ne furono contenti, soprattutto il direttore generale che non ne poteva più delle sue intemperanze.
Fu poi un giorno, alla pausa caffè, quando Silvano ci disse, con tono cattedratico, che con Gianna avevano iniziato lo studio del Kamasutra, “come filosofia per apprendere il corretto piacere dei sensi, secondo il giusto principio etico su cui si basa la vita di coppia”, che, dopo essere scoppiati tutti a ridere di gusto (ora con Silvano era possibile pure questo), ci sgorgò da dentro un irresistibile desiderio di conoscere questa donna dagli straordinari poteri.
Insomma, chi era questa Gianna, da dove sbucava? Ma soprattutto come aveva potuto affascinare ed ammagliare a tal punto Silvano da renderlo quello che era ora? Non si poteva aspettare oltre, bisognava incontrarla.
Fra colleghi non eravamo abituati a frequentarci dopo il lavoro e non sapevamo quindi come proporre a Silvano una serata insieme, con le nostre famiglie. Non avrebbe mai accettato. A me venne però un idea. Potevamo recarci a casa di Silvano durante la pausa di mezzogiorno, suonare alla porta, vedere questa straordinaria Gianna, inventare una scusa qualsiasi, magari presentarci come testimoni di Geova e poi ritornare velocemente al lavoro. Nessuno obiettò nulla, era un’eccellente idea. Formammo una squadra di tre persone, io partecipai di diritto, gli altri due posti furono contesi con determinazione e dopo una dura battaglia. Arrivato il giorno stabilito il basista designato si sistemò a portata di vista di Silvano, pronto a comunicarci una sua eventuale ed inaspettata uscita dal lavoro e noi partimmo per la nostra delicata missione. Arrivati alla casa, ci portammo davanti al cancelletto che dava direttamente sul loro giardino. L’erba era ben tagliata, lungo i bordi correva una siepe di bosso che fungeva da muretto naturale lungo il sentiero verso l’entrata. Un maestoso roseto copriva un angolo della casa e correva lungo la parete fino alla grande finestra che probabilmente dava sulla sala dell’appartamento. Da dietro le tende candide e drappeggiate si scorgeva la sagoma di una persona, seduta di spalle, dai lunghi capelli mori che le scendevano lungo la schiena.
<<Deve essere Gianna>> pensammo << benissimo, è in casa.>>
Suonammo il campanello, sentimmo lo squillo uscire dall’appartamento fino a noi, ma non ricevemmo risposta e nemmeno la persona dietro le tende accennò il minimo movimento. Suonammo una seconda volta, ma nulla nemmeno allora.
<<Evidentemente sta sentendo musica con le cuffie, oppure dorme…>>
<<Oppure semplicemente non ha voglia di rispondere…>>
<<Aaahh behh.. se è come me… io non apro mai a nessuno… nove volte su dieci vogliono venderti qualcosa…>>
Delusi, imbarazzati per la stupidaggine che avevamo architettato, ritornammo in ufficio.
La sera stessa, come per effetto di una sorta di telepatia, Silvano mi convocò nel suo ufficio, mi fece sedere con una certa solennità e mi pregò di ascoltarlo con attenzione. Al momento pensai che avesse scoperto la bravata che avevamo appena compiuto, ma come parlò mi tranquillizzai subito.
<<Angelo, come può ben comprendere, ho parlato molto di lei a Gianna. Abbiamo deciso di invitarla a cena stasera, se ci facesse l’onore di accettare…>>
<<Ne sono lusingato. Il tempo di arrivare a casa e sistemarmi e sarò da lei per le nove.>>
<<Va benissimo, a più tardi allora>>
Mi presentai allo scoccare delle nove, dal cancelletto vedevo la finestra della sala illuminata ed ancora la figura di una donna seduta. Mi aprì Silvano, con un sorriso smagliante. Indossava jeans e camicia, come ormai era solito fare anche al lavoro. Mi invitò ad entrare. L’ingresso era elegante, da un lato un’antica cassapanca probabilmente di fattura locale ed un raffinato appendiabiti intarsiato con motivi floreali. Dal lato opposto all’entrata, una porta a scomparsa conduceva ad un corridoio.
<<Gianna, è arrivato, sei in sala?>> disse Silvano a voce alta, rivolto verso il corridoio. Non si udì risposta, tuttavia Silvano aggiunse un “allora sbrigati”, per rimarcare la lentezza delle donne nel prepararsi.
Intanto che mi appendeva l’impermeabile, all’improvviso, come rispondendo ad un invito che non avevo assolutamente sentito rivolgergli, urlò di nuovo <<Gianna, dai. Che figura mi fai fare. So bene come comportarmi con un ospite. Gli sto appunto sistemando l’impermeabile. Stiamo arrivando>>. Mi guardò sorridendo e sottovoce aggiunse che Gianna era molto emozionata e non voleva assolutamente sfigurare con i colleghi del marito.
Finalmente ci avviammo, lungo il corridoio potevo vedere il salone che si apriva davanti a noi e lo spigolo del divano che correva lungo tutta una parete. Superato l’angolo, all’altra estremità del divano, la vidi. Gianna non sembrava alta, sebbene fosse seduta, pensai che più o meno doveva essere come Silvano. Di corporatura gracile, aveva capelli neri e lisci lungo le spalle, come avevo già immaginato, gli occhi erano sorprendentemente grandi, spalancati, intenti ad osservarmi, ma fissi ed immobili, e come paralizzata in una smorfia di stupore, la bocca era aperta e le grandi labbra strette quasi a forma di cuore.
Fu una sorpresa talmente forte che per un attimo provai un senso di vertigine, dovetti appoggiarmi alla sedia di fianco. Silvano mi osservava stupito per la mia reazione, ma non disse nulla al riguardo e fece le presentazioni.
<<Gianna, lui è Angelo… Angelo, lei è Gianna>>
Avrei voluto dire almeno “Piacere”, ma dalla gola mi uscì solo uno sgradevole raglio. Allungai la mano e al contatto con la mano di lei provai dei brividi che mi scossero tutto il corpo.
Gianna era una bambola. Come se ne vedono in certi negozi. Non aveva quell’espressione volgare, Silvano aveva saputo trasformarla, ma restava una di quelle bambole, di gomma.
Mi accomodai di fronte a lei e mi lascia sprofondare nei cuscini della poltrona. Mi sentivo sfinito e senza forze, come in un incubo non trovavo una ragione per quello che stava succedendo, non vedevo una via d’uscita.
Silvano iniziò a parlare, interloquiva con Gianna normalmente e, come se lei davvero rispondesse, continuava con il suo ragionamento. Ogni tanto mi chiedeva qualcosa, cercavo di rispondere anch’io, ma non mi rendevo bene conto di costa stavo dicendo.
<<Sei perfetta Gianna, ma un difetto te l’ho trovato…. non sai cucinare… Angelo, lei e la cucina non andranno mai d’accordo>>
<<Aaahhh beh, sapeste la mia Francesca… Non sa bollire nemmeno l’acqua per la pasta…>> pian piano stavo riprendendomi.
<<Eddai, Gianna… non fare l’offesa adesso, è la verità. Tu in cucina fai solo danni…>>
Poi Silvano iniziò a preparare la cena ed io rimasi solo con lei. Ogni tanto lui mi dava la voce, mi diceva di non essere troppo timido e rimproverava Gianna di non saper mettere a suo agio un ospite. Mi ritrovai a parlare con Gianna del tempo e del lavoro. Dicevo frasi che cadevano nel vuoto, ma sempre Silvano arrivava in aiuto riprendendo le presunte affermazioni di Gianna, che sentiva solo lui.
Non mangiai molto quella sera, anche se il risotto ai frutti di mare e la spigola al cartoccio erano davvero squisiti. Avevo un peso sullo stomaco ed ogni piatto mi dava nausea.
Quando finalmente la serata terminò, mi buttai in macchina sfinito e mi avviai deciso verso casa. Non vedevo l’ora di gettarmi nelle braccia di Francesca. Il contatto col suo corpo caldo aveva il potere di calmarmi da ogni ansia.
Il giorno dopo, al lavoro, fui assediato dai colleghi. Volevano sapere di Gianna. La descrissi per come l’avevo vista, naturalmente evitando di menzionare il fatto che era una bambola di gomma. Anzi, cercai anche di giustificare un certo qual mistero che si era creato intorno alla sua persona. Dissi che, pure essendo bellissima, soffriva di un difetto fisico e faticava a camminare. Inoltre era sordomuta, per questo non sentiva quasi nulla e si esprimeva a gesti con suoni inarticolati. Ma era comunque una splendida ragazza.
Passarono i mesi, ormai la mia amicizia con Silvano si era ulteriormente irrobustita. Spesso mi chiedeva consigli sulla vita di coppia, come superare certi screzi, come affrontare certi problemi. Rispondevo per quel che potevo, cercando di essere il più verosimile possibile.
A volte, il suo entusiasmo nel parlarmi di Gianna era tale che mi ricordava quei due ragazzini innamorati al parco che avevano dato una scossa alla mia grigia vita di allora. Silvano era innamorato e lo si capiva dalla gioia e della spensieratezza con cui affrontava ogni giornata.
Quando ci fu la festa del centenario, quella dell’unica occasione di incontro fra noi colleghi e le nostre famiglie, Francesca non stava bene. Era il periodo della sua terapia che doveva essere scrupolosamente ripetuta ogni sei mesi esatti. Era quindi mancata all’incontro aziendale ed ora Silvano avrebbe voluto conoscerla e presentarla a Gianna. Ricordo che ne parlai a Francesca la sera a letto, le spiegai per bene tutta la situazione, cercai di essere il più convincente possibile. Lei non disse niente, si girò e si addormentò. Però la sera dell’appuntamento, al mio ritorno dal lavoro era già pronta per andare da Silvano. Francesca era così. Di poche parole, ma decisa nelle sue azioni. Non fu una serata difficile. Francesca si adattò subito alla situazione. Si può dire che entrò subito in empatia con Gianna. Per Silvano era la prova provata di quanta complicità c’è sempre tra due donne.
<<Noi maschi dovremmo imparare da loro ad essere maggiormente solidali fra noi…>>
Mi venne da ridere, ma dissimulai il mio sarcasmo e feci finta di nulla. La sera, a casa, Francesca mi confidò di essere entusiasta di Silvano. Come successe a me, anche lei fu colpita dal suo immenso amore per Gianna che, ovviamente, non la lasció indifferente. Ma preferì non approfondire il discorso.
Poi successe quello che prima o poi sarebbe dovuto succedere. Ne avevamo parlato parecchie volte ed io avevo consigliato a Silvano la cura giusta. Anche la mia Francesca ne soffriva, ma insieme avevamo deciso che se la medicina ci aveva fornito certi strumenti, era giusto utilizzarli. Silvano mi obiettava che così il suo rapporto con Gianna ne avrebbe sofferto, che quel trattamento artificiale avrebbe macchiato la purezza del loro amore.
<<Ne ho parlato seriamente con Gianna. L’ultima parola deve essere la sua, ovviamente. Ebbene anche lei, come me, ha deciso che quando succederà, se succederà…. allora noi saremo pronti…>>
Saranno state le quattro di notte quando mi arrivò la sua telefonata. Silvano era talmente agitato che non riuscivo ad afferrare il senso delle sue parole.
<<Presto… venga… Gianna… sta male…>>
Balzai giù dal letto, infilai camicia e pantaloni, mi gettai in macchina e, dopo aver superato diversi semafori con il rosso, in meno di mezz’ora ero già da lui. Mi accolse piangendo come un bambino, non riusciva a parlare per i singhiozzi, mi indicava la sala. Gianna era là, distesa sul divano, completamente sgonfia, afflosciata dentro i vestiti che ormai quasi la coprivano interamente. Sembrava il corpo di una vecchietta, morto d’inedia e di stenti, senza più carne, senza ossa, solo la pelle liscia e pallida. Mi prese una tale angoscia che abbracciai Silvano e piansi con lui.
<<Perché Silvano… perché non ha voluto ascoltarmi…>>
<<Grazie Angelo… ma non potevo contro la sua volontà… non sarebbe stato giusto…>>
Mi disse che, sebbene pensasse di essersi preparato per questa eventualità, ora che era davvero successo non aveva la forza per affrontare la situazione. Ma per Gianna avrebbe voluto delle esequie religiose, solenni e decorose come lei si meritava.
<<Quando parlavamo dell’eventualità che lei se ne potesse andare prima di me… ebbene, mi disse che le sarebbe piaciuto che le sue ceneri fossero sparse nel vento>>
Per fortuna avevo un lontano parente che si occupava di imprese funebri. Si chiamava Carlo, era il nipote di una zia di mia madre. Un tipo concreto, poco incline ai sentimentalismi, ma pronto alla commozione di maniera nei momenti opportuni. La persona ideale per il mestiere che si era scelto. Quando gli spiegai la faccenda, lui mi guardò quasi con rabbia e con l’indice della mando destra iniziò a picchiettarsi una tempia.
<<Il tuo amico Silvano è matto, ma tu lo sei ancora di più se stai a ricorrerlo in queste sue paranoie>>
<<Carlo, ti prego, cerca almeno di capire>>
<<Capisco che adesso è meglio che andiamo al manicomio e lo facciamo ricoverare>>
Mi montò dentro una tale rabbia che lo afferrai per il colletto della camicia e gli dissi a muso duro: <<Tu adesso mi ascolti bene… vai da Silvano, gli vendi una bara, ci metti la sua bambola, chiudi per bene e fai come se fosse morta la sua donna… hai capito bene?>>
Sentivo che mi colava la bava dalla bocca, le vene del collo mi dolevano tanto erano gonfie, la mia mascella era serrata nello sforzo di apparire cattivo e violento. Avevo davvero intenzione di colpirlo e di fargli male e credo che Carlo lo capì benissimo perché non fiatò neppure.
<<Scusa.. scusa… va bene… chiudiamo tutto nella bara… e poi…>>
<<Poi la morta vuole essere cremata… organizza anche questo>>
Gli feci avere una foto che avevo ritoccato al computer, per fare sembrare più reale possibile il ritratto di Gianna. Fu un lavoro che lasciò senza parole anche Silvano.
La cerimonia funebre fu toccante e partecipata. Nessun collega mancò. Qualcuno dice di aver visto anche Laura, nel fondo della chiesa, nascosta tra il battistero ed il confessionale. Il prete, pur non conoscendo affatto Gianna, ma su indicazioni di Silvano, proferì una commovente omelia, rimarcando specialmente l’amore che aveva unito quella coppia.
<<Un amore così sincero che il cuore di Silvano, d’ora in poi, non sarà più vuoto ed arido, nonostante la mancanza della sua amata. Sempre lei rimarrà presente in lui>>
Alla fine il tempo è la migliore medicina e aiuta a superare qualsiasi dolore. Ed ora eccolo là, Silvano, coi suoi amati numeri, a contare con le dita che scorrono sulle labbra. Sono passati ormai diversi mesi, ma quel prete aveva ragione. Certamente Silvano è triste, ma non disperato. Una sera mi confidò che Gianna le manca, ma la casa stranamente non la sente vuota. Gli pare a volte che lei sia ancora sul divano, ad aspettarlo mentre lui finisce di preparare la cena. Oppure gli pare di sentire la sua voce che lo chiama, perché ha sonno e vorrebbe andare a letto. Ormai è ritornato il Silvano di una volta, qualche sua mania è rispuntata, ma da lui traspare una forza ed una solidità inspiegabili.
Ammiro Silvano. Ho una smisurata stima di lui e lo invidio. A me il suo coraggio è mancato. O meglio, a noi il loro coraggio è mancato. Sapeva che prima o poi Gianna si sarebbe arresa alla vita, perdendo le forze poco per volta, ma pur di mantenere intatto e naturale il loro amore, Gianna ha saputo rinunciare alla vita e Silvano alla sua presenza.
Un coraggio ed una abnegazione che vorremmo possedere anche noi, ma che non abbiamo. Anche Francesca come Gianna si sarebbe spenta poco alla volta, ma noi abbiamo deciso di intervenire, di affidarci alla medicina ed alla scienza. Quasi subito dopo il nostro incontro, Francesca decise che si sarebbe fatta operare ed io fui d’accordo. Le praticarono un’incisione nella nuca, poco sopra il collo, per installarle una valvola ben nascosta dai capelli. Furono giorni difficili, la convalescenza fu lunga, sempre a rischio che la ferita si aprisse. Ma alla fine, la valvola resse bene.
Ogni sei mesi inizia la terapia, che dura una notte intera. Alla sera, lei si distende sul letto, ci baciamo con passione, per darci coraggio reciproco. Poi applico la spina del compressore alla valvola ed attivo la macchina. Per una notte intera, una lunga notte, il compressore lavora lento e pompa piano l’aria necessaria. Lei soffre terribilmente, sento il suo respiro farsi sempre più affannato, il cuore battere forte. Vedo il suo petto sollevarsi, le sue membra contorcersi sotto la spinta dell’aria. Per fortuna, quando il dolore diventa insopportabile, Francesca sviene. Rimango sveglio, in attesa spasmodica della mattina, quando la terapia è finita e lei ritorna miracolosamente la splendida Francesca di sempre.
Quando Silvano e Gianna videro tutto il macchinario, le sonde, il compressore, le bombole, i tubi, si allontanarono inorriditi.
<<Meglio mantenere la nostra umanità e accettare con forza la nostra condizione, che rischiare di vivere vite artificiali>> sosteneva con vigore Silvano.
Non sono come lui, non posso vivere di soli ricordi. E Francesca, seppure che per due notti all’anno prova degli insopportabili dolori, non può tollerare di lasciarmi solo e di darmi una tale sofferenza. Per noi l’amore è un sentimento concreto, fatto di abbracci, di sensazioni reali, di corpi che si uniscono e si completano. Per noi l’amore è qualcosa di vivo.
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