Premio Racconti nella Rete 2026 “Il mondo di Avli” di Giovanna Congiu
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Beatrice
Il silenzio di quel luogo fu interrotto da uno strano ticchettio ad intermittenza. Spinti dalla curiosità gli ospiti della casa di riposo si portarono verso le finestre. Dal vialetto antistante si poté osservare la figura alta e longilinea di un bel signore: Astolfo.
Questo il suo nome. Egli camminava guidato da un accompagnatore e mentre avanzava cautamente il suo volto era solcato da una nube di seria preoccupazione; intimamente sentiva una grande agitazione.Uno stato di smarrimento che cercava inutilmente di celare. Ora il suo passo lento proseguiva con rassegnazione verso la sua nuova dimora. Intanto sulla grande vetrata di quell’edificio due grossi nasi premevano su di essa, mentre quattro occhi sgranati catturavano la scena. La stavano le onnipresenti figure di Sofia e Ginevra che, incuriosite si erano catapultate velocemente. le due acide zitelle amavano essere le prime a commentare sull’aspetto del nuovo ospite e ad esse non sfuggiva niente. Astolfo si guardava attorno, il grande parco che circondava lo stabile si trovava nella rigogliosa pianura Padana. Alti arbusti di magnolie circondavano la casa di riposo e nell’aria aleggiava l’intenso profumo delle bianche magnolie; ad esso si univa il delicato profumo delle rose, bianche, gialle e rosse: esse spuntavano tra gli esili fili d’erba baciati dalla rugiada .
Astolfo avanzava, il suo sguardo ruotava in modo spasmodico affinché potesse catturare e memorizzare tutto ciò che si presentava in quel momento; egli si focalizzò a metà del vialetto dove stavano tre donne, due erano suore con lunghi abiti scuri; ma quella che colpì Astolfo fu la bella signora che conversava con loro. Beatrice, egli non poté ignorare l’elegante donna, i tratti del suo volto erano delicati, segnati da piccole rughe, due grandi occhi azzurri accendevano il suo volto ammaliante. In essi Astolfo si specchio’ provando una grande emozione.
Ella incontrando il suo sguardo accennò un timido sorriso reclinando con grazia il suo capo. Il volto di Astolfo si illuminò e compiaciuto si rilassò; la presenza di quella donna gli aveva trasmesso serenità. Ben presto tutti gli ospiti della casa di riposo furono informati della presenza del nuovo inquilino, fecero cerchio attorno a lui congratulandosi per aver scelto quella casa di riposo.Il giorno volse al tramonto, silenziosamente gli ospiti si ritirarono nelle loro stanze per la notte. Anche Astolfo chiuse dietro di sé la porta e pesantemente si getto’ esausto sul letto. Lo sguardo era rivolto al soffitto, il sonno tardava ad arrivare con confuse immagini che si sovrastavano, ma nitido apparve il sorriso di Beatrice, intenso e rassicurante. Con questa immagine si rilasso’ e il sonno arrivò.Anche Beatrice turbata dalla presenza di Astolfo ebbe difficoltà ad addormentarsi.
Poi quando le ombre notturne si dileguarono Beatrice si destò, i raggi luminosi solleticavano tra le sue ciglia, essi irruppero nella sua stanza attraverso le imposte socchiuse, che amava tenerle così perché detestava il buio totale. Pigramente si rigirò nel suo letto, si beava di quel tepore e non voleva alzarsi. Udendo nitidamente le voci che provenivano dalla sala da pranzo pensò al fumante caffé che l’aspettava;i n un lampo saltò giu dal letto, era stata una brava amazzone,i suoi anni ancora non li sentiva era energica, euforica al pensiero d’incontrare il nuovo ospite. Fu così che capì di esserne attratta.Appena fece ingresso nella sala da pranzo intravide la sua cara amica Caterina che stava rannicchiata in una comoda poltrona in un angolo in fondo alla sala. Il suo sguardo era sereno, ma lontano e proiettato in un posto indefinito, così era apparso ai suoi occhi.Beatrice si fermò ,un attimo, volle rispettare quel sacro momento di quiete.il volto di lei era diafano, profonde rughe lo attraversavano e Beatrice ebbe un tuffo al cuore poiché aveva un profondo affetto per la sua cara amica.
Avvicinandosi con cautela la toccò leggermente, non voleva spaventarla, ella trasalì destandosi da quello stato di estasi riconobbe l’amica e un largo sorriso apparve nel suo viso. Dopo un attimo Caterina in modo concitato disse: “Sai, ieri è venuta a trovarmi Nicoletta, non l’hai incontrata? E’ andata via proprio adesso!” Beatrice ebbe un sussulto e capì che la povera Caterina era ormai rimasta sola, Nicoletta era morta ormai da tempo e facendo questa considerazione senti’ una profonda tristezza realizzando che in fondo una piccola bugia non avrebbe recato alcun danno e assecondandola disse: “Veramente mi è parso di incontrare qualcuno.” A questa affermazione Caterina si illuminò in un largo sorriso.
Beatrice chinò il capo, si vergognava della sua bugia; non era da lei dirle, fu solo un attimo ,ma poi si assolse pensando all’espressione felice e radiosa di Caterina. A quella rivelazione dettata semplicemente dall’affetto che ella provava per lei, Caterina animata da nuova energia raccontò di sua figlia: “Vedi Bea, ieri Nicoletta mi ha portato questa coperta. L’ha fatta lei con questi grandi quadrati multicolore. E’ morbida, fatta con vari gomitoli colorati. Cara la mia Nicoletta. Insegna e quando può viene a trovarmi, la sua vita è piena d’interessi; le piace in particolare l’astronomia, è stata sempre innamorata delle stelle. Pensa che quando era piccola al tramonto andava nel giardino che circondava la nostra casa. La si sdragliava sul prato e con occhi rapiti ammirava le stelle cercando con lo sguardo la costellazione del carro e diceva: Vedi mamma è come un’aquilone sfuggito dalle piccole mani di un bambino e si è fermato lassu’; e con questa visione si addormentava. Io e suo padre stavamo là chini a contemplare quel dolce viso sereno, ella nel sonno sorrideva mostrando così una piccola fossetta sul lato destro del volto, rendendolo ancora più bello.
Poi con delicatezza suo padre la prendeva in braccio, piano per non svegliarla, l’adagiava sul letto e silenziosamente ci allontanavano cautamente,mentre la piccola lampada sfavillava, poiché non amava dormire al buio.” Avvolta da quel racconto così intriso di tanta tenerezza Beatrice ascoltava in silenzio, il suo sguardo era commosso. Caterina mentre raccontava volle catturare le emozioni che attraversavano il viso della sua amica, poiché conosceva la sua grande sensibilità. Ella era estasiata da quella narrazione e quando Caterina finì di raccontare Beatrice chiese accoratamente: “Cara perché non esci un po’? Sei sempre quà chiusa dietro questa finestra.”
Caterina con tono rassegnato ma sereno sorrise e disse:”Vedi Bea, le mie gambe sono troppo deboli, preferisco stare qua’. Sto bene.” e aggiunse: “Sappi che il mio spirito è libero di vibrarsi oltre queste mura e con l’immaginazione posso andare lontano, sono come gli uccelli che volano e vibrano nel cielo. Però se qualcuno tagliasse loro le ali essi non volerebbero più a differenza degli Uomini che con il dono dell’immaginazione, anche se privi della capacità di muoversi possono andare lontano.” Mentre le due donne conversavano furono interrotte dall’improvvisa irruzione di Astolfo, egli era apparso nella sala e con un sorriso accattivante porse a Beatrice un bocciolo di rosa rossa, poi con riverenza e scusandosi si allontanò con passo felpato. Le due donne sogghignavano benevolmente, allorche’ Caterina fece questa considerazione: “Quest’uomo è fatto su misura per te.” Beatrice arrossì chinando lievemente il capo. Caterina spinta dal desiderio di conversare chiese a Beatrice di parlarle della madre. A quella richiesta ella s’incupì.
Poi con tono sommesso disse: “Mara. Questo il suo nome.” Caterina aspetto’in silenzio perchè aveva percepito che il ricordo non era piacevole , che portava qualcosa come un’ombra che in quel momento oscurava l’espressione serena del volto di Beatrice. In quel momento le apparve la figura di sua madre, esile, slanciata dentro quei bianchi abiti di lino consapevole della sua bellezza e che avanzava ondeggiando con fare civettuolo. Questa era stata sua madre. Concentrata su se stessa e con poco da offrire a sua figlia pur amandola. Si compiaceva e amava attirare gli sguardi di ammirazione, specie quelli del genere maschile. Mentre riemergeva quel lontano ricordo Beatrice sottolineo che il disinteresse di sua madre nei suoi confronti le aveva recato un dolore così profondo che ancora non riusciva a dimenticare. Mentre Caterina ascoltava il suo volto fu attraversato da una nube di tristezza con silenziose lacrime che scesero sull’anemico volto. Alla vista di tale reazione Beatrice espose in incontrollato pianto liberatorio. Poi ricomponendosi continuo’ il suo racconto e si rivide là, bambina innamorata della figura materna, nascosta dietro la porta della camera di sua madre spiando ogni sua movenza. L’ esile corpo di sua madre stava su una poltroncina di raso azzurro, mentre rifletteva il suo volto su un grande specchio. Le sottili dita guidavano un piccolo rossetto sulle guance, diagonalmente sfumava quel colore sugli zigomi affinché il suo volto assumesse un colorito radioso.
Beatrice ricordò anche la sua voce, mentre cantava, quelle note riecheggiavano nella sua memoria, dolci e sommessi quasi come una preghiera. Passarono diversi anni e quando Beatrice compi’ 30 anni sua madre si ammalò gravemente. Spaventata volle e reclamò con forza la presenza di sua figlia. Ora nella sua malattia era diventata più esile, quasi un fuscello. Beatrice premurosa accorse al suo capezzale spinta da una grande tenerezza facendosi piccola e sdraiandosi al suo fianco voleva coccolarla, accarezzo ‘ i suoi boccoli imbiancati precocemente. Ecco ora che lei era la madre di sua madre e con un tenero slancio la attirò forte a se. Mara con voce flebile implorò per sé il perdono di Beatrice, consapevole di aver mancato verso di lei. Beatrice con voce sicura disse: “Non ho niente da perdonarti.” e la confortò Ecco, era stata assolta dalle sue colpe, sussultando il suo petto in un pianto liberatorio. Beatrice emise un profondo respiro, quello sfogo le aveva fatto bene.
Abbracciò Caterina con affetto e aggiunse: “Mia nonna Sara giustificava il comportamento di mia madre asserendo che non tutti gli uomini hanno la capacità di amare, è nella loro indole. Ci sono uomini che con gesti e parole esprimono amore, ed altri invece che inabissano il prossimo in oscure profondità. Siamo solo uomini, spesso fragili e imperfetti.” Salutò Caterina e camminando si avviò fuori verso la piccola chiesetta del pensionato, immersa nel verde e nel silenzio.Varcò la porta, i suoi occhi si focalizzarono al centro.Là sul banco stava solitario Astolfo. Cautamente Beatrice lo raggiunse e si sedette al suo fianco. La quiete e il silenzio avvolgevano quel luogo odoroso di cera d’incenso.
I piccoli lumini votivi rischiararono il volto della Vergine Maria e le esili fiammelle oscillavano lucenti ondeggiando debolmente. Dopo una breve e silenziosa orazione Beatrice e Astolfo si alzarono all’unisono, un piccolo cenno riverente verso il busto piegato sulla croce e poi fuori, in quel tiepido giorno appena sorto.Camminarono per un tratto in silenzio avvolti ancora dalla pace di quel luogo. Fuori il profumo dolce ed inebriante di fiori li avvolse, respirarono profondamente travolti da una grande beatitudine. Beatrice fu per prima a spezzare quel silenzio, chiese ad Astolfo se tutto andava bene. “Si.” rispose lui e mentre affermava questo il suo viso fu attraversato da un largo sorriso. Beatrice pensò tra se quanto fosse bello e brillante e capì di esserne attratta piacevolmente.Passarono parecchi mesi, ormai facevano coppia fissa sotto la super visione critica delle due acide zitelle Sofia e Ginevra.Era un tiepido pomeriggio d’autunno e un leggero venticello soffiava tra gli esili fili d’erba. Beatrice ed Astolfo camminavano tra i vialetti del parco che costeggiavano quella casa di riposo; ad un certo punto Astolfo si bloccò, il suo sguardo si insidiò tra quei fili d’erba pensieroso. Era lontano in quel momento, Beatrice ebbe modo di catturare nel suo volto una nota di malinconia, poi Astolfo posando il suo sguardo su di lei disse: “Vedi cara, il movimento che il vento produce tra quei fili d’erba mi fa pensare al moto delle onde del mare; ancora adesso sento lo sciabordio che producevano sulla fiancata della mia nave, per me era come una melodia, essa mi accompagnò durante il mio lungo servizio sulle navi militari della nostra Marina. Fui un ufficiale su di esse.” Mentre raccontava si asciugò in modo furtivo una piccola lacrima, con un gesto rapido perchè non amava dimostrare la sua debolezza. Ma nel tentativo di nascondere il fazzoletto qualcosa cadde dalla sua tasca, era una foto che non sfuggì a Beatrice. Ella ne fu turbata, lui raccolse la foto e disse mentre sorrideva:”Ecco la bella signora!” Beatrice fu colta da una strana inquietudine, ma tacque facendo finta di niente.
Si sentiva gelosa pensando tra se: “Chi era quella signora?” Astolfo impassibile continuò nel racconto; “Vedi Beatrice, talvolta ritorno indietro nei miei ricordi e rivedo i volti dei miei subalterni e a volte erano silenziosi e pensierosi. Mai mi sono posto la domanda se erano felici o avessero dei problemi, erano padri di famiglia oppure giovani reclute lontano dai loro affetti. Sono stato spesso insensibile, egoista e non mi sono mai soffermato a studiare i loro volti e così catturare i loro umori. Sorvolavo su questo. Il mio pensiero era rivolto alle donne, alla mia posizione, l’aitante giovane ufficiale dentro la sua impeccabile uniforme. Ora mi rammarico di ciò. Devo ringraziare te Beatrice che col tuo atteggiamento così generoso verso tutti hai fatto in modo che mi guardassi dentro.” Allora lei lo interruppe imponendogli il silenzio e disse: “Non fartene una colpa, io spesso mi domando quanto male abbiamo recato al nostro io; purtroppo la società ci impone una parte che non sempre ci raffigura e noi costretti dalle convenzioni pur di corrispondere alle aspettative degli altri ci sforziamo di stare dentro questa veste così stretta che ci vincola. Ora alla nostra età consapevoli del senso più pieno della vita sciogliamo questi lacci affinché possa esplodere in noi la nostra vera essenza. Io ho spezzato quei lacci ed ora sono libera.” Astolfo ascoltò, capì lo sfogo di lei e ne dedusse che tutti siamo come attori sulla scena della vita. Tante maschere che nascondono spesso la nostra vera identità.
Dopo quella breve parentesi Astolfo tuffandosi nei ricordi del suo passato continuò a raccontarsi. Pensò agli uomini del suo equipaggio, ora non li chiamo’ subalterni ma bensì uomini che avevano voce e sentimenti; rise mentre raccontava del suo nostromo Ciro che era di Napoli, allegro, pronto alle battute. Cantava spesso e portava allegria. Ogni volta che ritornava a casa per licenza la bella e giovane moglie Evelina rimaneva incinta; avevano già avuto tre maschi ma lei rincorreva il sogno di riuscire ad avere una piccola principessa. Beatrice rise di cuore. Ormai immerso in quei nostalgici ricordi Astolfo continuò a tornare indietro nel passato, pareva quasi volesse rivivere spasmodicamente quelle vecchie emozioni e continuò a raccontare: “Quando la nostra flotta approdava a La Maddalena ormeggiavamo in rada e sostavamo per giorni nell’isola chiamata anche la piccola Parigi denominata così per via dei suoi palazzi e le sue viuzze, ora ricordo bella e luminosa. I miei marinai in libera uscita scendevano nell’isola e con le ragazze del borgo nascevano piccole grandi storie d’amore.
Quei giovani marinai si sparpagliavano nelle vie del centro alla ricerca di un telefono a gettoni per poter telefonare e così comunicare con le famiglie, andavano in qualche piccolo bar e nell’attesa consumavano un caffè o un cappuccino. Intanto il jukebox suonava le canzoni di Mina, Celentano, Gianni Morandi ecc… ecc… Poi prima di rientrare dalla libera uscita affamati si catapultavano nel locale di Maria che si trovava nella zona di due strade denominata Shanghai, chiamata così per via dell’affluenza di uomini di varie nazionalità. Beatrice trascinata dall’ avvincente racconto ascoltava rapita. Astolfo continuò con enfasi a ricordare con gioia quel passato, e aggiunse: “Vedi Bea, l’anziana Maria che vendeva in quella paninoteca era affettuosa e gentile con quelle giovani reclute che considerava come figli, preparava i suoi panini farcendoli con generosità e quei ragazzi li divoravano con avidità poiché molto buoni. Astolfo immerso nel suo racconto era avvolto da una radiosa luce. Ritornare al suo passato aveva prodotto in lui una grande gioia, e condividerla con Beatrice era la cosa più bella; poi con lentezza estrasse dalla sua tasca una foto. Non la mostrò a Beatrice, la portò agli occhi e disse: “Ecco la bella signora.”
A quella affermazione lei si rabbuiò, era gelosa. Dentro di lei un miscuglio di emozioni poiché era chiaramente innamorata di lui e poi con un gesto disperato si avvicinò ad Astolfo e con destrezza sottrasse quella foto. La guardò. Il suo gesto fu lento e con timore la portò agli occhi, stupita e sorpresa rimase immobile mentre sul volto di lui apparve un sorrisetto ironico, divertito. Un’espressione stupita apparve sul viso di Beatrice; ma che scherzo era quello? Lui non si scompose e rise a crepapelle. Su quella foto c’era una bellissima nave. La Amerigo Vespucci il gioiello della Marina Militare. Poi lui disse che il suo sogno sarebbe stato quello di poter comandare almeno per un giorno quella meravigliosa nave che egli definiva La bella Signora. Beatrice riprendendosi mosse la sua mano per colpirlo, ma poi gli fece una piccola carezza mentre posava il capo sul suo petto. Sollevata sospirò e rimasero in silenzio così vicini e felici assaporando quell’ attimo così intimo.All’ orizzonte si stagliava lo spettacolo del tramonto.Astolfo guardandola intensamente improvvisò dei versi:
E’ Sera
Guizzi di luce viva incendiano il cielo
Sotto di lui sterili arbusti, come braccia protese
Verso il luminoso universo.
Tu Beatrice, sei il mio luminoso universo.
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