Premio Racconti nella Rete 2026 “Occhi” di Cristina Bruscaglia
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Tutto è cambiato in pochi attimi e quegli attimi divideranno la sua esistenza in un “prima” e un “dopo”.
Non ricorda di aver mai corso così tanto, è allo stremo delle forze. Ha fatto delle brevi pause riparandosi in vari nascondigli durante la lunga fuga, ma poi la paura l’ha sempre spinto a proseguire. Il cuore batte impazzito nel petto, il fiato corto, comincia a capire che presto dovrà inevitabilmente arrendersi all’ignoto.
Il “prima” era sempre stato piacevole, quasi felice, semplice e sicuro. La mamma, le sorelle, il padre non l’aveva conosciuto ma, grazie a una madre tanto amorevole, non ne aveva mai sentito la mancanza. Un piccolo mondo perfetto, abitudini confortanti atte a soddisfare tutti i suoi bisogni affettivi e materiali. Poi, da qualche ora, era accaduto lo sconquasso, l’invasione, la fine di ciò che conosceva e amava, ed era cominciato il “dopo”.
Quelli si erano presentati aggressivi, urlanti, enormi. Da quale luogo provenivano? Come erano potuti piombare nel suo ambiente devastandolo? Presenze terrificanti ma, a causa della velocità dell’azione, non aveva avuto modo di osservarli con attenzione. Alcuni avevano afferrato le sorelline, mentre altri si erano messi a rincorrere la mamma che invano aveva tentato di difenderle. Poco prima lui si era allontanato per andare a giocare nel prato e ciò gli aveva dato il vantaggio di vedere la scena a distanza e la possibilità di fuggire.
Appena uscito dalla zona conosciuta, però, si era reso conto che quegli esseri erano dappertutto; una vera invasione.
Ora è arrivato in un posto diverso che non somiglia affatto a quello dove è nato e cresciuto. Ogni cosa gli appare spaventosa, e in particolare è terrorizzato dal fragore di grandi oggetti luccicanti che si muovono emanando un’esalazione soffocante. Probabilmente gli invasori sono riusciti ad alterare anche il paesaggio.
Improvvisamente i loro suoni si fanno più vicini; forse sono dei versi, il modo con il quale comunicano quelle creature. Si volta e li vede, non ha scampo, se a breve non troverà un rifugio lo prenderanno. È abbastanza piccolo da riuscire ad acquattarsi sotto al fitto intrigo di rami di una siepe. Per fortuna non l’hanno notato. Li guarda passare; sono giganteschi, camminano con delle zampe spropositate e, più in alto, ne hanno altre due lunghe con artigli. Il muso è bianchiccio, molle e schiacciato, la bocca è un buco con delle brevi zanne che mostrano spesso. Solo gli occhi riconosce simili ai suoi, ma lo sguardo è cattivo. Sono quasi interamente avvolti da uno strato apparentemente leggero e mobile di cui ignora il senso. L’aria è impregnata del loro odore sconosciuto e ripugnante.
Rimane lì fermo per un po’, poi si affaccia circospetto tra le foglie. Controlla a destra e a sinistra: non c’è nessuno, può uscire. Riprende a correre ma appena gira l’angolo ne scorge vari gruppi, sono tantissimi. È perduto. Sente un mormorio dietro di sé, sta per chiudere gli occhi rannicchiandosi arreso quando nota un’apertura poco più avanti, la imbocca disperato e si ritrova nel verde di un giardino che gli ricorda casa. Avanza guardingo e, prima di riuscire a capire cosa fare, avverte il loro odore… un fruscio sulla destra… si gira e gli appare l’essere. In una frazione di secondo si rende conto che è anomalo, più basso, gli artigli sono gli stessi, sono le zampe inferiori a farlo apparire di minore statura, sembrano tondeggianti, non ne ha mai viste di simili. La creatura lo vede e avanza lentamente, non cammina come fanno gli altri, ma si avvicina strusciando, con difficoltà, aiutandosi con gli artigli. Lui adocchia uno stretto nascondiglio e ci si fionda. Da lì sotto lo sente emettere suoni, ma, al contrario dei precedenti, questi hanno un tono pacato, forse gentile.
Mentre cerca una posizione più comoda nell’angusto spazio lo vede allontanarsi, poi ode un tonfo sinistro, sbircia fuori e si accorge che quello ha chiuso l’unica via di fuga. È in trappola!
Il terrore aumenta, i battiti del cuoricino sono fuori controllo.
Non passa neanche un minuto che lo sente tornare. Con sorpresa vede che sta appoggiando davanti all’uscita del nascondiglio un oggetto rotondo con qualcosa sopra. L’osserva stupito, non sa cosa sia ma gli arriva inaspettatamente un profumo delizioso. Gli esplode una fame incontenibile che la paura gli aveva fatto dimenticare. L’acqua era riuscito a berla da una fonte durante la fuga, ma non ricorda da quanto tempo non mangia, sicuramente troppo.
Forse se agisce velocemente può riuscirci; si fa avanti ma si accorge che quello sta protendendo le grinfie per acchiapparlo, alza lo sguardo e vede i suoi occhi… non sono come gli altri, c’è del calore; è confuso, per un attimo gli ricordano quelli della mamma. Si ritrae con un balzo.
Ad un tratto partono dei trilli assordanti che lo agitano ulteriormente. Sta con il fiato sospeso temendo il peggio ma non succede nulla e l’essere ricomincia con la sua flemmatica intonazione. Prosegue per un po’, e ad un certo punto smette. Subito dopo avverte un movimento e vede che non è più lì di fronte, si dev’essere spostato, ma non se ne è andato, ne sente il respiro e l’inconfondibile afrore.
In un solo istante, sorprendendo anche se stesso, decide: la fame gli sta mordendo lo stomaco, comunque non ha scampo, meglio morire con la pancia piena, e poi quell’essere gli sembra meno pericoloso degli altri.
Invece, come temeva, non fa in tempo a raggiungere il cibo che viene preso e sollevato. L’artiglio non è doloroso e ora è appoggiato su qualcosa di soffice e caldo. Con l’altra grinfia quello raccoglie la cosa stuzzicante che aveva messo per terra e gliela porge, ma lui ha troppa paura e nasconde la testa sotto la zampa che lo sta trattenendo.
I suoni che produce sono ancora tranquillizzanti e anche il suo odore non gli sembra più così sgradevole ma quasi familiare. Adesso sta muovendo su di lui un artiglio, ma con delicatezza, non per fargli male.
Lentamente tira fuori la testa e lo guarda: sì, sono gli occhi di poco fa, non gli fanno paura.
Il profumo del cibo è fortissimo, troppo invitante. Ne assapora un piccolo pezzo; un alimento ignoto ma non ha mai sentito nulla di così gustoso. Comincia ad ingozzarsi famelico e si rende conto che, come per incanto, quell’essere non gli appare più estraneo, c’è una sintonia. Continua ad osservarlo… non capisce, ha l’impressione di conoscerlo da sempre. Un legame indissolubile mai provato prima e più forte della sua stessa volontà.
Inghiottendo l’ultimo boccone si chiede: “Avranno anche dei poteri magici queste creature?”
***
I giovani mi considerano vecchio, quelli di mezza età quasi vecchio e i vecchi ancora giovane, ma quest’ultimo giudizio non mi è di grande consolazione, purtroppo. Le donne “ancora giovani” non mi rivolgono più neanche un’occhiata, se non di sfuggita, per sbaglio; sguardi nei quali leggo solo compassione, ma ciò non dipende dai miei anni, ovviamente.
Mi muovo agevolmente in casa e anche fuori. I soliti percorsi in un piccolo paese dove ci si conosce tutti e si sta come in famiglia. Abito in un piano terra, tengo la porta d’ingresso sempre aperta, chiunque può entrare quando vuole, i ladri non vengono anche perché non troverebbero nulla da rubare.
Dopo quattro anni ormai ho imparato a fare tutto da solo, anche la doccia. È questione di pratica, agilità e forza nelle braccia. Prima dell’incidente ero uno sportivo e questo mi ha aiutato.
Una sera simile a tante altre, una cena da amici che stanno appena fuori città, torni a casa, anzi, non torni a casa, e ti cambia la vita. Lei dice: “Tu hai bevuto, guido io”. Un rettilineo, una strada sicura, ma probabilmente è bastata una breve distrazione o un tacco che si incastra a farle perdere il controllo dell’auto. “Non è che stai correndo troppo?” le chiedo, e poi il buio.
Mia moglie non ce l’ha fatta, ventinove anni di matrimonio interrotti in un secondo. Lorenzo, il nostro unico figlio ormai trentunenne, è rimasto a vivere e lavorare a Roma dove mi ero trasferito dai tempi dell’università. Per non gravare su di lui con la mia invalidità, né farmi isolare e distruggere dalla metropoli, ho preferito tornare nel paesello natio.
Mi sento solo? Non ci si può sentire soli in un posto come questo, non te ne danno il tempo… però sì, ci sono dei momenti nei quali vengo avviluppato dalla paura, la paura di girarmi e non vedere più l’amore negli occhi di qualcuno.
Esco in giardino. Odio quando la ruota della sedia si incastra tra le zolle erbose, mentre la sblocco intravedo qualcosa dietro al tavolo: è un pelosissimo cucciolo color miele che mi guarda terrorizzato. Provo ad avvicinarmi ma lui schizza via e si nasconde in un buco sotto la legnaia.
<<Vieni!>>, faccio schioccare le labbra, <<Esci da lì! su… dai! vieni piccolino!>> Niente, non si muove. Si è rintanato in profondità, io non riuscirei mai ad arrivarci da qui sopra, potrei chiamare qualcuno ma non vorrei usare la forza, preferisco che la bestiola capisca che non ci sono rischi. Ho avuto diversi cani e li conosco bene, so che si possono prendere facilmente per la gola. Mi viene in mente il pasticcio di patate avanzato, l’avrei mangiato volentieri stasera, questa volta mi è riuscito particolarmente appetitoso. Decido di darlo a lui, ma prima di dirigermi in cucina chiudo il cancello, non vorrei che se la svignasse per finire chissà dove.
Torno e l’appoggio proprio davanti, in modo che ne senta il profumo. Fortunatamente con le mie lunghe braccia arrivo senza difficoltà a toccare terra, devo solo stare attento a non sbilanciarmi.
Sbuca per un attimo, ma appena provo a chinarmi rischizza dentro.
Squilla il cellulare, è Franco, lo sto aspettando per la nostra consueta partitina pomeridiana a tressette.
<<Ciao Fra’>>, mi dice che nel sollevare una cassetta è rimasto bloccato dal mal di schiena e non riesce a muoversi. <<No non venire per carità! sennò sai che bella coppia! Comunque oggi non ti avrei dato retta, sono impegnatissimo… sto tentando di acchiappare un cuccioletto che è entrato in giardino>>.
(Lui con me parla dialetto stretto ma, per i più, traduco):
<<Dev’essere della cucciolata che Ezio ha scovato stamattina. Era andato con il solito gruppo di amici a caccia, e su, vicino alla Crocetta, hanno trovato una cagna, la stessa che Arturo stava cercando da mesi perché l’aveva vista rubargli parecchie galline. Stava in una tana insieme a quattro cucciole e a un altro che è fuggito verso il paese… sarà quello. Dovrebbero far parte di un branco di cani inselvatichiti che si è stabilito lì, so che stanno cercando gli altri. Credo che le abbiano fatte fuori anche perché mi ha detto che non sarebbero servite, non erano una razza buona per la caccia o da pastore>>, uomini di montagna vecchio stampo, se un animale non serve lo fanno fuori.
<<Ok, rimettiti in fretta>>, taglio corto.
Hai ragione ad aver paura, povero piccolo.
Mi sposto di lato, uscendo dalla sua visuale penserà che sono andato via e proverà ad uscire per mangiare, sono disposto ad aspettare tutto il tempo che ci vorrà.
Invece dopo pochissimo si sporge e riesco a prenderlo.
È un maschietto di taglia piuttosto piccola, avrà quattro o cinque mesi.
L’appoggio sulle mie gambe morte.
Al contrario di ciò che mi aspettavo non si divincola, capisce che sono più forte di lui. Dev’essere un cagnolino particolarmente intelligente.
Trema come una foglia.
Raccolgo il piatto e glielo metto vicino, ma lui mi infila il musetto sotto un braccio; sta cercando di non guardare quanto è brutto il mondo.
<<Dai piccolino! mangia che è buonissimo>>, gli accarezzo il pelo setoso.
Si fa coraggio e tira fuori la testolina, barcolla, è stordito.
Mi fissa dritto negli occhi, comportamento singolare per un cucciolo.
Assaggia timidamente ma poi prosegue con voracità, senza mai scollare gli occhi dai miei.
Sorrido e penso che d’ora in avanti, quando mi girerò, questo è lo sguardo che vorrò incontrare.
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