Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Wednesday Girl” di Daniela Nicolaci

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

La prima volta che ho posato gli occhi su di lei è stato un mercoledì qualunque.
Il giorno che divide la settimana a metà.
Quando è successo, ero alla fermata dell’autobus.
Anche lei. Dall’altra parte della strada. Entrambi in attesa. Io andavo a sud della città, lei a nord.
Eravamo già distanti, ancora prima di conoscerci.

Anche oggi la osservo, nella speranza che lei intercetti il mio sguardo.
Lei, però, quei suoi occhi color cioccolato non li alza mai. È rapita dal libro che ha tra le mani. Tutti attorno a lei osservano lo schermo del proprio cellulare, le mani anchilosate dal freddo dei mesi invernali.
Lei sfoglia le pagine con delicatezza, come se fossero fragili. Non riesco mai a capire cosa legge: romanzi d’amore, thriller, classici… o appunti per l’università?
Il vento le sposta una ciocca di capelli sul viso. Lei, con la stessa delicatezza, se la riporta dietro le orecchie. Indossa stivali marroni, una gonna nocciola. Si stringe nella sua giacca in tartan. Sono rapito da qualsiasi impercettibile espressione del suo viso, da ogni movimento morbido del suo corpo.
Vederla è diventato il mio rituale mattutino. Ma solo di mercoledì.
Tant’è che è diventato il mio giorno preferito della settimana.
Di lei non so niente. Solo che prende l’autobus che porta a nord della città.
Spero che non si senta troppo osservata, che i miei occhi non la facciano sentire in imbarazzo. Vorrei che il mio sguardo si posasse su di lei come una farfalla. Leggero, senza disturbarla. Solo il tempo necessario a capire se quello è il posto giusto in cui fermarsi. Se così fosse, potrei inspirare il suo profumo. Immagino sia un misto tra l’odore di bucato appena fatto e un’essenza floreale.
L’autobus si sta avvicinando. Quando si ferma, lei è una delle prime a salire.
Seguo il suo breve tragitto verso il posto vicino al finestrino.
E in quell’attimo i nostri sguardi si incrociano.
Lei mi osserva per pochi secondi, prima che il bus riparta e io perda di nuovo le sue tracce. Ci ha impiegato dieci mercoledì. Ma almeno, ora sa che esisto.

All’undicesimo, appena arrivo alla fermata, lei è già lì.
Gongolo all’idea che d’ora in poi possa aspettare di vedermi tanto quanto io con lei. Questa volta sorregge la sua borsa sulla spalla destra, controllando l’orologio. È così impaziente di andarsene? Quel pensiero mi rende inquieto. Fossi un supereroe, vorrei avere il potere di fermare il tempo, così da poterla guardare, gioendo di quei lunghi attimi in cui l’autobus è ancora lontano, chissà per quanto ancora.
Da qualche tempo inizio a desiderare di udire la sua risata. Chissà se è delicata come penso che sia.
Dò un calcio ad un sassolino, un intrattenimento frivolo durante l’attesa.
Quando arriva il mio bus, prendo posto al finestrino, in modo da poterla vedere ancora qualche secondo. Lei, però, in modo del tutto inaspettato, non è più dove l’ho lasciata poco prima.
Devo essermi perso il momento in cui se n’è andata. La frustrazione prende il sopravvento.
E non posso fare altro che sospirare.

Le settimane successive si rivelano un buco nell’acqua. La ragazza del mercoledì non si presenta alla fermata. La sua assenza mi pesa così tanto da farmi dubitare persino della sua esistenza.
Chissà se le confessassi tutto quel che mi passa per la testa.
Mi troverebbe sdolcinato, oppure ridicolo?
Il suo look è più casual del solito. Indossa dei pantaloni della tuta grigi e una felpa oversize di color bordeaux che riporta la dicitura di un’università. Grazie a quel dettaglio, un altro pezzo del puzzle va a comporre il quadro finale. Ho ancora molta strada prima di completare l’opera. Questo non mi avvilisce, anzi. Sono affamato di informazioni su di lei.
Fino ad oggi mi è bastato osservarla da lontano. Ma non mi basta più.
Basterebbe superare la strada. Sedermi accanto a lei, chiederle che cosa legge. Invece rimango sul marciapiede, bloccato, accanto alla pensilina.
Mi stringo nel giubbotto, dopo che una folata di vento freddo mi fa rabbrividire. Cerco di farmi distrarre da ciò che accade attorno a me: una signora che fa la sua passeggiata mattutina con il cane, un commerciante che alza la saracinesca del suo negozio. Ma passa solo qualche secondo prima che i miei occhi tornino involontari sulla sua figura. Il modo in cui si sistema la frangetta che le cade sulla fronte, le mani dalle unghie curate. Non c’è una singola cosa che non mi rapisca. I miei occhi sono avidi. Non ne hanno mai abbastanza. Cercano di imprimere al meglio nella mia mente il suo aspetto.
Fino al prossimo mercoledì.
Osservo i nostri rispettivi autobus avvicinarsi. Prima uno, poi l’altro.
Lascio che siano gli altri passeggeri a sedersi per primi. Anche lei sale sul suo, ma non trova posto. Sembra che ci sia molta più gente in giro, forse a causa del tempo nuvoloso che non permette una passeggiata senza doversi preoccupare di portare con sé l’ombrello. Rimane in piedi, appoggiata ad un palo. Non ha modo di continuare la lettura del suo libro, perciò indossa le cuffie e si guarda attorno. È allora che il suo sguardo si ferma su di me. Inizialmente temo che sia solo la mia immaginazione a giocare brutti scherzi.
Invece no. La ragazza del mercoledì, per la seconda volta, mi guarda.
I nostri occhi si incastrano in un vortice di curiosità. Questa volta resta a guardare senza distogliere lo sguardo. È una gara a chi lo sostiene per più tempo. Mentre entrambi i mezzi ripartono in senso opposto, un angolo della sua bocca si alza in un sorriso appena accennato.
Da allora, un solo giorno non mi sembra più abbastanza.

La volta successiva, gli occhi vagano con fatica alla ricerca di qualcosa su cui posarsi che non sia lei. È difficile, ma devo perlomeno provarci. Lei non mi aiuta nell’impresa. Di solito è china sul suo libro, in fermo immagine. In modo che io possa imprimere meglio nella mente ogni piccolo dettaglio.
Oggi, invece, non sta ferma un secondo. Apre il libro, lo richiude. Sposta i capelli dal viso, a causa delle folate di vento. Posa la borsa sulle gambe e ne cerca qualcosa all’interno. Ne estrae un quaderno, prende un pennarello, scrive qualcosa in modo forsennato su una pagina. Annuisce più volte, tra sé e sé.
Come se fosse giunto il momento di fare qualcosa, e si fosse appena decisa a farlo, orgogliosa della propria scelta.
Allora, alza lo sguardo. E, guarda caso, mi trova a fissarla. Nell’imbarazzo, mi gratto la testa e mordo l’interno del labbro. Vorrei scusarmi per essere stato sempre così indelicato, per averle provocato un senso di disagio.
Invece, lei alza il foglio. Proprio verso di me.
“Cosa stai aspettando?”
Il cuore salta un battito. Devo aver letto male.
Rileggo una, due, più volte. Come se, all’improvviso, non sapessi più leggere. Non ho il tempo per decidere se cogliere l’attimo.
L’arrivo dell’autobus non me ne dà modo.
Una volta salito, le faccio segno di aspettare mercoledì prossimo.

Non appena arriva il giorno che sto tanto aspettando, mi fiondo al di là della strada. Senza pensarci troppo. Devo giocarmi il tutto per tutto. Ora o mai più. Mi avvicino. Mi fermo davanti a lei, evitando il suo sguardo. Sono speranzoso, al contempo imbarazzato. Esito un istante. Mi siedo accanto a lei, in silenzio. Abbasso lo sguardo sul libro che stringe tra le mani. Lo tiene stretto, come se volesse aggrapparsi a qualcosa di reale.
«Cosa stai leggendo oggi?»
Quando alza gli occhi, mi perdo in quei cerchi di ossidiana. Ogni intenzione di rimanere impassibile si frantuma sotto i miei piedi. Il sorriso che mi rivolge è genuino, a tratti imbarazzato. Sta cercando quanto me di mostrarsi tranquilla, ma scorgo in lei la mia stessa agitazione. Lo noto dal modo in cui si tortura le dita delle mani, per calmarsi. A guardarla così da vicino, lo trovo di una bellezza inusuale, che desta in me ancora più curiosità.
Ha il viso piccolo, disegnato da un bravo pittore.
«Un saggio di psicologia.»
Tutti i pezzi del puzzle stanno mano a mano andando al loro posto. «Università, eh?»
«Sei un ottimo osservatore.»
«Non hai idea di quanto… o forse sì.»
Sbotta in una risatina, e a me sembra di aver appena udito un usignolo cantare. Lancio un’occhiata fugace verso l’altro lato della strada. L’autobus è in arrivo. Proprio oggi è più puntuale del solito. Prima che possa tornare al mio posto, ci diamo appuntamento al rientro dalle nostre vite ordinarie. Qualsiasi luogo andrà bene, basta che abbia la possibilità di conoscerla. Di mettere una spunta vicino a tutte le cose che ho immaginato di lei.
Torno al marciapiede dirimpetto proprio mentre l’autobus è in arrivo. Una volta salito, le faccio un cenno di saluto, accompagnato da un sorriso.
Me ne accorgo solo allora. Che stupido. Di tutte le cose che avrei voluto chiederle, ho dimenticato la principale. Non che abbia avuto modo di fare chissà quale conversazione. Pochi minuti, conditi da una sana agitazione.
Mi sono chiesto milioni di volte come potrebbe chiamarsi. Le combinazioni sono così tante che ho gettato la spugna. Alla fine è solo un nome, ma la renderebbe tangibile. Sono stanco di chiamarla “ragazza del mercoledì”. Appena la rivedrò sarà la prima cosa che vorrò sapere.

Per tutto il giorno la mia testa vaga distratta tra le nuvole. Persino un cieco lo noterebbe.
Non appena è ora di staccare, fuggo prima che al capo salti in mente di fermarmi per una ramanzina. La meriterei, ma non oggi. Oggi ho cose più importanti a cui pensare.
La ragazza che ha monopolizzato i miei pensieri negli ultimi mesi mi sta aspettando. E io non intendo sprecare altro tempo prezioso.
Risalgo sull’autobus, nella direzione opposta. Durante il percorso controllo più volte l’orario sul display del telefono. I quaranta minuti di viaggio sembrano durare il triplo. Quando arrivo a destinazione, scendo di fretta e mi guardo attorno. Della ragazza del mercoledì nemmeno l’ombra. Forse sono in ritardo, e per l’ennesima volta me la sono fatta scappare.
Lo sconforto si impossessa di me, ma solo per poco. Perché è in arrivo un bus dall’altro lato della strada. Riconosco tra di essi una chioma nera e lucente.
Il respiro allora si scioglie in un sospiro di sollievo.
Mi faccio spazio tra le persone e raggiungo le strisce pedonali poco lontane, in modo che io possa attraversare. Quando sono di fronte a lei, una miriade di farfalle esplode nel mio stomaco. La sua bellezza mi colpisce come il destro di un boxeur professionista. Vorrei invitarla a bere un caffè. O forse è più per le cene eleganti, le serate nei club? La gola mi si secca appena apro bocca per salutarla.
«Sei stato di parola.»
Per fortuna lo fa lei, altrimenti saremmo rimasti zitti a lungo.
Ci facciamo strada tra chi corre per prendere il prossimo bus e chi è appena uscito di casa e chissà dove è diretto. Ogni volta che qualcuno ci passa accanto siamo a un soffio dall’urtarci. Tengo lo sguardo basso mentre vaghiamo senza una meta. Appena mi azzardo ad alzarlo, tutto intorno a me vortica e non riesco a dare un senso alle parole che vorrei dirle. Il sudore mi incolla la maglietta alla pelle. Annuisco appena, anche se non sono sicuro che lo veda. Arrivato all’angolo della strada, mi fermo sotto un lampione. La sera è calata e con essa il buio. La luce artificiale le illumina il viso.
Per un attimo ho paura di aver fatto il passo più lungo della gamba. Che mi stia rendendo ridicolo davanti all’unica persona che vorrei impressionare. Le sue labbra si piegano in un sorriso appena accennato, che mi dà un pizzico di sicurezza in più. Fino a poco fa eravamo solo due sconosciuti separati da una strada, adesso ci divide solo un nome.
Apro la bocca. La voce si spezza appena.
Lei aspetta, comprende il mio stato d’animo. In un attimo di intesa, capisce cosa sto per fare, e mi anticipa. Le nostre voci si fondono in un’unica domanda.
«Come ti chiami?»
Per la prima volta da quando l’ho vista, ho la sensazione che le cose cambieranno. Che – da quel momento in poi – lei non sarà più solo la ragazza del mercoledì.
Chissà che non lo diventi anche per il resto della settimana.

Loading

2 commenti »

  1. Ritmato senza esagerare, misurato. Il finale c’è e non c’è, è un finale in levare, bella scelta.

  2. @Luca Baiada: ti ringrazio! Bello “un finale in levare”, mi piacel Grazie ancora.

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.