Premio Racconti nella Rete 2026 “Burn out” di Elena Bevilacqua
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Katia sale le scale con il suo solito impeto. Zaino sulle spalle, stretta nel suo trench di pelle, cerca di percorrere i gradini tutti d’un fiato. E’ già in ritardo di mezz’ora. Le toccherà recuperare in uscita. Un’altra volta.
Gli ultimi gradini, poi tutta questa gente si dissiperà.
Katia porta una mano sugli occhi, a schermare la luce del sole.
Non respiro così. Ma cos’è? Questa volta no. Non esiste. I piedi, sì…… mi devo concentrare sulla pianta dei piedi. Così mi hanno detto: inspiro profondamente, poi espiro. Devo respirate profondamente. Inspiro 2-3- e 4. Trattengo 2-3-4. Espiro 2-3-4-5-6. Ecco così va meglio.
Katia riprende a camminare. Per un attimo il colletto della camicia si scosta, mostrando il cordino che porta in collo. Lo sistema subito.
Si trova su via Gaeta, un’ampia strada del centro, dai palazzi di inizio ‘900, eleganti, dal marmo bianco e l’architettura fascista. Molti sono circondati da cancellate. I rami degli alberi all’interno dei giardini si allungano oltre le recinzioni, quasi a toccare i passanti.
Il cordino stringe sempre più.
Di nuovo: 2- 3 -4. Trattengo 2-3-4. Meglio! Il palazzo del giornale, mi piace questo pezzo di strada: qui è più stretto, e dai muri dei giardini spuntano i rami dei platani e filtrano la luce. E’ troppo forte la luce stamattina. Qui, sotto gli alberi, mi sento al sicuro. Ah ecco, tra poco piazza Indipendenza. La piazza mi terrorizza, è grandissima…. E i muri sono distanti. Tutti bianchi. Mi abbagliano! No, non ci devo pensare. Pensa alle sensazioni. Sì. Ecco …ecco la sensazione del vento sulla faccia. Ecco va meglio. Inspiro profondamente e con regolarità. Tra poco passo davanti il supermercato e ci posso guardare dentro. Si vedono le arance negli espositori. Posso passare anche sotto il porticato, così mi sento meglio. Chissà se anche oggi mi chiameranno da scuola. Speriamo di no! No dai va meglio in questi ultimi giorni, è un buon periodo. Piano piano gli passa. Passerà tutto. Come dice mia sorella: è solo un periodo. Devo dar retta a lei. È più reattivo, interagisce, sorride di più. Poi hai visto come cammina meglio! Guarda di più negli occhi. Non le dirà più quelle brutte cose a scuola. No, no…ai compagni…. devo stare tranquilla e concentrarmi sul lavoro. La maestra si sbaglia….si sbaglia!
Davanti la porta a vetri dell’ufficio staziona Tiziana, con la sua molte imponente trattenuta a stento nella divisa blu. Katia la saluta amichevolmente, sta per scambiare qualche piacevole battuta, ma scorge da lontano la figura del Direttore Generale. Decide di tirare dritto su per le scale, per evitare di dovergli rivolgergli la parola.
Ha esagerato col botox all’ultima seduta. Nessuno glielo dice. Un’ amico vero non l’ha quest’uomo. Bene, anche la corda si è allentata. Certo è sempre stretta, ma non mi strangolerà, non oggi. Ora salgo al terzo piano, nel nuovo ufficio. Non è male, non è male….poi siamo anche in tanti, è meglio per me. Non fa niente!
Si ripeteva queste frasi per convincersi. In realtà a Katia piaceva lavorare per il vecchio ufficio, l’Area Comunicazione.
Se mi devo assentare perché Luca va in escandescenze non è più un problema. Prima invece, nel vecchio ufficio, chi avrebbe scritto la rassegna stampa! Se mi avessero chiamato da scuola, non potevo ogni volta lasciare le riunioni così! Hanno ragione a spostarmi. Prendere i permessi dava fastidio…troppi problemi, hanno ragione, davvero! C’è qualcun altro che può fare il mio lavoro qui. In caso mi assenti, meglio così. Meglio com’è andata! Ha ragione Alberto, non è niente!
Sono io che mi fisso e mi innervosisco, perché non mi piace il nuovo lavoro e mio figlio sta peggio. Perché io e mio figlio siamo in simbiosi: se io sto male, lui sta male. È colpa mia! La faccio troppo lunga, ha ragione mio marito. Sì troppo lunga perché….alla fine legge bene, alla fine con gli altri ci gioca. Sì a modo suo, ma ci gioca. Lo spettro autistico l’hanno escluso. L’hanno escluso meno male. È tutta una mia fissazione.
Io e mia sorella ci sbagliamo . Però, però non mi torna: l’altro giorno non è riuscito a fare l’aeroplanino. A sette anni. Eravamo andati a prendere un gelato. Io mi sono messa a correre sotto il porticato perché lo vedevo troppo assente. Per stimolarlo, no?! Gli ho detto: dai Luca facciamo l’aeroplanino! Apri le braccia ….Cos! E lui le teneva piegate….in questo modo. Cioè proprio non riusciva tenere le braccia su, e poi quando correva si è piegato in avanti. E’ strano!
Lui che ha camminato ad un anno, che a due anni giocava sempre a calcio….era bravissimo!
Ore e ore a giocare a pallone , dopo aver ripreso il bambino all’asilo, dopo averlo lasciato lì tutto il giorno.
Perché Alberto non c’era mai, sempre in trasferta. Sempre soli.
Alberto non c’è, e noi siamo soli a Roma, di nuovo. In questa città di merda. Ma chi me l’ha fatto fare di venire qua. Avessi studiato ingegneria al paese, come mia sorella. Ora sarei in fiat come lei, che con una laurea si è accontentata. Fa l’ operaia a San Nicola di Melfi: 1.230 euro al mese, con una laurea in ingegneria. Le hanno detto che col tempo può anche fare carriera. E poi…. vuoi mettere la comodità della famiglia intorno?! E poi… vuoi mettere la qualità della vita!
A quest’ora non starei così! Ho voluto troppo! Io mi sentivo diversa, e per allontanarmi da quell’equilibrio pesante, asfissiante, mi sono iscritta a Roma . Ad una facoltà che non c’era giù, lontana. È colpa di questa città se va tutto male, si è vero è colpa di questa città. Questa città è troppo grande, è troppo bella. Ti chiede troppe ore della vita tua che non hai, questa città…..Magari se ce ne andassimo via di qui, magari in un paese piccolo, in una casa più grande col giardino. Vuoi mettere il giardino! Oppure vicino al mare. Luca starebbe meglio al mare, avrebbe più spazio. Potrebbe muoversi di più e rinforzare la muscolatura. Vivere di più all’aria aperta, il mare porta via pensieri. Il mare può portare via tutto, anche me e Luca. Sì il mare potrebbe essere la soluzione.
Si forse dovrei trasferirmi vicino il mio amico Liberio, a Ostia. Si forse devo mollare tutto e lasciare Alberto.
Katia entra nella stanza, c’è Silvana, il suo capo, seduta alla sua scrivania. Silvana, matita nei capelli, è intenta a guardare due schermi, uno più piccolo, e l’altro più grande. Parla al telefono, toglie il vivavoce.
Katia le fa cenno con la mano, Silvana tira su il mento per un attimo, senza distogliere lo sguardo dal pc.
Mentre cerca di dipanare i cavi del portatile, Katia trasalisce – Cazzo l’ASL….devo chiamare l’ASL! – Le sfugge ad alta voce.
Il capo le rivolge un gesto di fastidio con la mano, ricordandole che è in riunione.
Katia si morde un labbro, prende posto silenziosamente alla scrivania, accende il pc.
Non posso chiamare, c ‘è Silvana!. Ora inizio a lavorare. Faccio ste cazzo di tabelle con excel , poi vediamo…. No, la corda mi dà fastidio, e non mi ricordo più come si fa il CERCA VERTICALE. E’ la centesima volta che uso questa funzione, non mi entra in testa. Che palle il CERCA VERTICALE…aspè, si ecco. Devo mettere i valori nella penultima colonna, non nell’ultima, ecco perché non funzionava! Che regola di merda. Chissà perché l’hanno inventata. Funziona….Ah! Ah! Sai che ti dico? Che i numeri, che pensavo non mi piacessero, in realtà mi rilassano! No, non mi hanno mobbizzata, è normale che non possa prendere i permessi per assistenza disabili in quell’ufficio. E’ giusto. Che pretendo! E sì perché qualcosa non va, altrimenti non l’avrebbero certificato.
Perché a scuola fanno tutte quelle storie per Luca? “E’ un bambino stancante..Troppo stancante” E’ stancante mi ripetono. Ma che vogliono! È certificato, no? Perché vogliono sapere se io e Alberto andiamo d’accordo….perchè mi guardano sempre come se volessero indagare sulla vita mia. Io non ho fatto niente. Ho sempre e solo fatto del mio meglio io.
Anche oggi, farò del mio meglio…finirò queste cazzo di pivot e poi chiamerò l’ ASL.
Mentre invia il file, squilla il cellulare. Katia risponde uscendo dalla stanza, diretta in bagno.
– Pronto? Oh Liberio, sei tu!
Ora la corda si è un po’ allentata intorno al collo.
– Sì sì, ho visto un cellulare, pensavo fosse la dottoressa dell’ASL… ah un nuovo numero, ok. Si sono arrivata un pò tardì in ufficio. Devo uscire lo stesso presto. No, il caffè ora non riesco.
Katia scoppia in una risata.
– No Liberio, non puoi aver detto così davanti a tutti! Cioè……non puoi dire davanti a tutti che hai messo il vestito perché devi andare a leccare il culo all’amministratore delegato – tra l’altro oggi ha il ciuffo ancora più selvaggio- Che ti pagano per trascorrere quattro ore alla fiera delle cazzate
Katia pronuncia la parola “fiera” imitando il difetto di pronuncia della r di Liberio.
– No dai mi trovo bene qui. Silvana non mi dice niente, storce un po’ le labbra, ma alla fine non dice niente se vado via in orario. Le ho spiegato la situazione. Si gliel’ho detto che sono sola a casa in questo periodo, non ti preoccupare Libè. Non c’è bisogno che le parli…..Si si Luca è più tranquillo, da quando abbiamo cambiato terapista – ovviamente privata, l’ASL non ce la passa – va molto meglio, ma si è fatto di nuovo male… una caduta stupida, dentro casa l’altra sera. Ero in cucina a sistemare e lui saltava come sempre di là…sette punti sotto il mento…non lo so! Abbiamo il laminato in casa…non so come abbia fatto a lacerarsi così!…Vabbè! Ci vediamo per il caffè più tardi. Il re è nudo Liberio, lo dici davanti a tutti nessuno ti crede!
Katia rientra in ufficio, Silvana sembra essere uscita: manca il suo portatile. Evidentemente è in riunione da qualche altra parte.
-OK, ora lavoro e penso solo a quello – Katia si ripete questo mantra cercando di non pensare alla corda che sente al collo.
All’improvviso si alza, è nervosa, e inizia a passeggiare su e giù. Ha una stereotipìa: la mano sinistra torce continuamente le dita, con la destra arriccia furiosamente una ciocca di capelli.
Poi quando torno non sarò stanca stavolta…se inizia con le sue stereotipie non mi devo mettere a urlare, anche se sono stanca. Ci hanno detto di non rimproverarlo quando inizia a traguardare, su e giù: tv- porta porta- tivù! Cento, mille volte. Ripete sempre le stesse frasi di Pinocchio. E delle altre storie che gli racconto. Quanto gli piacciono le storie! È merito mio!
La donna, senza accorgersi, smette di torcersi i capelli, si batte una mano sul petto, e si ferma.
Almeno questo l’ho saputo fare! Gli ho sempre letto un sacco di libri! Come faceva mio padre con me, che di sera mi leggeva le fiabe. Per questo legge bene, sì! Devo trovare nuove risorse stasera, lui è più importante. Me lo devo ricordare. Tutti i dottori mi hanno detto che gli passeranno questi tic. Poi lo devo far giocare con la pallina da tennis, gliela devo lanciare in posizioni diverse: alto a destra, poi basso a sinistra, molto angolato, così allena di più la coordinazione. E’ diventato scoordinato. Chissà cos’ha.
Ha ragione Alberto, lo devo rimproverare di più. È colpa mia che lo vizio. Non sta attento, sta nel mondo suo. ….
Rientra Silvana, poggia il portatile alla sua scrivania.
– Buongiorno Katia
– Oh, ciao Silvana. Tutto bene?
Katia si rimette a sedere alla sua postazione.
– Sì….no. Mi ha chiamato il capo progetto di là. Perché il file sui finanziamenti aveva un errore ieri: la colonna del budget 2022. Il saldo è sbagliato!
– Ah si ….quella che ho fatto ieri sera …me l’ha chiesta un’ora prima! L’avevo detto io che La dovevo ricontrollare, ma mi ha messo fretta. L’avevo detto io!
– Prossima volta ricontrollala lo stesso, anche se ti dicono che è tardi.
– Si infatti, hai ragione. Scusami…
– Eh
– Non ricapiterà
Silvana all’improvviso cambia tono, è più dolce. – Eh speriamo…ma che hai?
– Sono nervosa. Lo sai, è per Luca
Silvana si gira finalmente verso Katia.
– Ho capito che è per Luca, ma che ha questo bambino alla fine?
– E che non lo so che cavolo ha… Ha quelle cicatrici qui e qui, sulle ginocchia. Da quando aveva due anni, Sono strane!.
Silvana strabuzza gli occhi – Ma in che senso? Sono solo cicatrici!
– Non guariscono, capito? Sono enormi e sempre più scure. “A carta di sigaretta” Così ho letto su internet, una sindrome strana…impronunciabile. E poi l’altro giorno, gli si vedevano tutte le vene intorno alla bocca, mi sono spaventata! Ma il pediatra dice che è tutto a posto…
– E allora?!
Silvana la guada con disgusto, Katia se ne accorge, non sa cosa rispondere.
Fortunatamente entra Sirio, un collega che Silvana adora. Silvana è così: si scioglie solo con gli uomini. Poi Sirio “è quadro”, come Silvana. Katia è una semplice impiegata. Tra “quadri” ci si intende, e si prende il caffè assieme. Fanno tutti così in quell’azienda, il caffè solo tra pari livelli. Tranne Liberio. Liberio prende il caffè con chi gli sta simpatico.
Katia si rimette al lavoro, ma la corda stringe e la mente riprende a correre.
E’ che mi devo prendere il mio tempo…. E’ che stanno tutti lì a chiedermi sempre cose….sempre di fretta. Come se non lo sapessero. Come se non lo vedessero…..come sto! Sempre a chiedere.
Perché sei così distratta? Ma cos’hai? Cos’ha tuo figlio alla fine?!
E’ che io non lo so cos’ha! Si fa sempre male, è la seconda volta in due anni che si rompe i polsi. E poi è nervoso. Urla a scuola! Lui fa su e giù, è sempre nervoso, si agita e urla….e voi non mi date tregua.
C’è qualcosa che non va. E voi altri ….voi altri….non mi fate respirare. Io non respiro, mi dovete lasciar respirare. È venuto un disturbo dell’attenzione anche a me, e non l’avete capito!!!
Katia si alza di scatto. Corre in bagno, si lava la faccia. Tenta per l’ennesima volta di sciogliere la corda in gola, senza successo.
Ha ragione Alberto che c’è l’ha con me….Sono io che non so educare Luca. Sono una stupida che non capisce niente. Che non sa educare il figlio. Sono una stupida che si illudeva di essere uscita fuori bene con un padre così. Sì ….Sono una stupida che pensava che una volta laureata e con un buon lavoro, sarebbe andato tutto bene finalmente.
Dopo anni passati a studiare, a razzolare bene, in disparte e in silenzio, sempre col profilo basso.
A Roma mi sono mantenuta con la borsa di studio. Sì perché io mi sono costruita da sola io…. con la pasta d’ argilla. Pezzo a pezzo.
Gambe
braccia
busto
e testa…
Questa testa che se ne va in giro di notte. Appesa ai pensieri.
Nessuno mi ha costruita. E ora tutto mi manda in pezzi. Con un padre così è normale…che mi credevo di diventare. Una come me. Una nonostante me. Che si è laureata col massimo dei voti, certo….in una facoltà che la maggior parte della gente neanche capisce. SOCIOLOGIA. Che cos’è la Sociologia? Psicologia? Filosofia? Nessuno la capisce la Sociologia…Nessuno lo capisce mio padre……..
Ma che ne sa la gente di mio padre…Mio padre era un gufo, e chi ha visto gli occhi di un gufo lo sa che dentro c’è l’universo intero. Mio padre era così: con l’anima intessuta di fili d’argento, con il cielo e le costellazioni, con i buchi neri e l’acqua di sorgente. Aveva la corazza scintillante dei i guerrieri e l’istinto degli anatroccoli. Poi chissà che gli è successo, anche a lui…Ha perso una stella, anzi, gliel’hanno strappata via, poi una nebulosa. Non sono rimasti che i buchi neri a fargli compagnia. Capita a tanti, ma non a tutti. Non a noi due: a me e a mia sorella. Ci siamo messe a cercare fili nuovi per ricucire tutto, tessendo nuove orbite. E ed è difficile! Ma a volte si riesce: sì si riesce….
Tutto ciò aveva avuto un conto, un conto salato per Katia e sua sorella.. C’era stato un vero e proprio tentativo, per molti anni riuscito, di occupazione abusiva di vita. Katia era stanca, troppo stanca. Era stato logorante: urla quotidiane e loro, lei e Sonia, a risolvere la vita dei genitori. Sempre a mettere una pezza, a consolare, a convincere, a rimproverare. Loro, le figlie ! Come quella volta in cui Sonia era andata a Firenze, dal suo fidanzato. Erano anni che non lasciava il paese. Era la sua vacanza quella. Dopo due giorni, è dovuta tornare a Eboli. Il padre aveva fatto un incidente sulla statale, BUUM. Dritto contro un palo, subito dopo l’area di servizio. L’auto nuova completamente distrutta. Era ubriaco, come al solito. Hanno continuato a pagare le rate per anni. Rimanendo senza auto, per giunta.
Quella volta non ci era voluta andare in ospedale a trovarlo. Quella volta no.
Per sua sorella e per Arturo, il cane. Sì, il cane. Ci stava rimettendo le penne anche il cane che era in macchina con il padre. Da allora non si è più fidato, non erano mai più riuscite a farlo salire su un auto, niente!
Katia fa un respiro profondo, cerca di muovere il collo, nonostante il nodo. Nota dei segni guardandosi allo specchio: la corda le sta lasciando dei segni rossi. Chissà che penseranno i colleghi! Tira su il colletto, poi asciuga le mani. Torna in stanza sorprendentemente rilassata, l’acqua fredda le ha fatto bene. Si risiede al pc. La corda ora sembra un po’ più lenta ora, e meno ruvida.
Compone il numero al cellulare, con l’altra mano attorciglia una ciocca.
– Buongiorno, mi chiamo Katia Cimoli. Mio figlio Luca Padoani, minore con L104 art.3. comma 3, è in carico presso il vostro distretto. Ho inviato tre mail alla neuropsichiatra assegnata a mio figlio perché di nuovo quest’anno ci serve il certificato per l’assistente comunale a scuola.
L’anno scorso l’abbiamo richiesto ma scrivevamo a vuoto, perché la dottoressa era andata via e nessuno ci aveva avvisati.
Non ne sa niente, ecco. Sì, mi passi allora un dirigente…. grazie, buongiorno.
Dopo qualche secondo di attesa risponde un dirigente.
– …. Come dicevo al suo collega, nuovamente quest’anno, come l’anno scorso, non riceviamo alcuna risposta alle nostre mail, sia ordinarie, sia via pec. Ci serve il nuovo certificato per l’assistente all’autonomia. Non so a chi chiederlo, la dottoressa non risponde alle mail. Credo, esclusivamente per sentito dire, che di nuovo abbiano cambiato la neuropsichiatra che seguiva il bambino senza informarci, quindi di nuovo noi scriviamo a vuoto!
– Ma Lei ha mandato un e-mail alla dottoressa?
– Sì ma non mi risponde, l’ho già detto.
– E alla segreteria del distretto?
– Sì ma io scrivo, ma all’indirizzo della segreteria non rispondono. Al numero di telefono diretto non rispondono. Sono andata di persona per parlare con un responsabile, ma dicono sia in pensione. Sul sito internet invece risulta!
– Eh non lo aggiornano.
– Evidentemente non lo aggiornano, ma non è questo il punto.
– Eh sì, signora, sa com’è: i fondi per la sanità sono pochi. Lei ha ragione, ma le dottoresse, appena trovano un posto di lavoro in cui le pagano meglio, vanno via. Qui hanno 400 bambini a testa da seguire.
– Ho ragione! Che me ne faccio della ragione? A me il problema rimane…..Cosa vogliamo fare per risolvere la situazione?
– Eh ma non se la prenda con me.
– Lei è il dirigente, no?
– Eh si, ma non dipende da me! Non lo so come può risolvere.
– Ah non lo sa, eh? Io invece un’ idea l’avrei: uscita da lavoro, invece di andare a badare a mio figlio mi recherò presso la Procura della Repubblica per denunciare lei e il IV distretto. Ricordo che è il secondo anno di seguito che succede.
– Va bene ha ragione. Chiamo io il distretto
– Ecco
– Va bene, la richiamo io, le faccio fare il certificato da un’altra dottoressa.
– Mi deve richiamare entro oggi pomeriggio.
– La richiamo, signora Cimoli. Stia tranquilla.
– Si va bene, in giornata…. è meglio. Buongiorno!
Katia mette giù il telefono. E’ così che avrebbe fatto Liberio, sì Liberio, il suo amico. Loro sono uguali.
Liberio la pensa come me, non pensa che sia colpa mia. Perché Liberio ha sempre affrontato i problemi guardandoli in faccia, chiamandoli col loro nome. Lui crede in me. Lui mi crede, non come Alberto. Liberio è diventato dirigente a trentaquattro anni. Suo padre faceva il manovale a Napoli. Liberio ha due figli maschi, sono grandi. Li sa crescere i bambini lui. Mi fido di Liberio. Ne ha viste tante e se l’è sempre cavata e poi mi fa e ridere. Lui è un guerriero, non fa il forte con i deboli. Con i deboli non ci trova gusto, sarebbe troppo facile.
Squilla di nuovo il cellulare. Katia risponde.
-Sì. Si sono io. Sì, lo sento…Sì ma senta non può sempre essere questa la soluzione. Che devo venirlo a prendere. Lo capisco, io la capisco ma…Va bene, va bene, vengo. Si datemi il tempo di arrivare. Vengo.
Katia infila le dita sotto la corda, poi chiude la telefonata. Digita un numero sul telefono fisso dell’ufficio.
Poi prova a richiamare al cellulare Liberio. Squilla a vuoto.
Mette giù il cellulare, fa dei respiri profondi massaggiandosi le tempie.
Qualcuno la sta chiamando al cellulare.
– Katia! Allora caffè?
– Si …..no. Per il caffè non riesco. Mi hanno chiamato da scuola, devo andare di nuovo a prenderlo. Avvisi tu il personale per favore? Nessuno mi risponde al numero.
– Si è fatto male di nuovo?
– No, no…. È che ora non posso parlare, devo andare. Dai…
– Allora che è successo, ha la febbre?
– No! È che….non sta zitto..piange sempre…ma dice che non vuole andare a casa…Si sta agitando troppo. Sentivo le urla!
– Ok, vai , avviso io il Personale che sei dovuta andar via.
– Va bene…..vado allora!
– Senti no…ma stasera che fai?
– E che faccio! Ora lo prendo, poi non lo so…lo porto al parco, così si calma. Stasera siamo soli. Lo sai, Alberto è fuori tutta la settimana.
– Senti…appena finisco la riunione del pomeriggio passo da te.
Katia è sorpresa – Ah, ok.
– Prendo Linda al lavoro e passiamo da te..
– Va bene, va bene, vi aspettiamo. Rimanete a cena?
– No, venite tu e Luca da noi. Prepara anche un cambio, rimanete a dormire a Ostia.
– Ma no,,,
– Domani è sabato, andiamo al mare. Dormite a casa nostra. Tanto abbiamo una stanza libera. Ale non c’è, è via per qualche giorno.
– Ah ok allora.
– Bene!
Katia è felice – Va bene, e domani che è sabato portiamo Luca al mare. Mi piace, ok. Mi piace il mare di Ostia….sì, in inverno.
Katia chiude la telefonata, ripone la sua roba nello zaino in tutta fretta. Si ferma un attimo, controlla la corda. Ecco, si è spostata. E’ annodata intorno al polso sinistro ora. E’ solo un filo, un filo sottile.
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