Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Una grande famiglia” di Elena Giraldi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

“Ho detto che la voglio subito. Ne ho bisogno. Ha capito, signorina?” La sua faccia, tonda e paonazza, mi fissava, un vulcano pronto ad eruttare. “Subito, immediatamente, adesso, schnell!”

Respiro profondo. È solo martedì mattina. “Mi dispiace signore, abbiamo avuto un disguido, la sua macchina sarà pronta per il ritiro la settimana prossima.” Il disguido si chiama Carlo, il figlio del capo. Ha sbagliato l’ordine. Ancora una volta. Giro la testa a sinistra. I miei colleghi sono tutti impegnati in trattative con dei clienti, tutti tranne Carlo. Seduto scomposto in un angolo è intento ad esplorare con l’indice zone profonde delle sue narici. Sospiro.

“Mi avevate detto che sarebbe stata sicuramente pronta per questa settimana. Me la paga lei l’auto sostitutiva, signorina?” Il viso del cliente, a due spanne dalla mia faccia, sta assumendo toni sempre più marcati, passando da un rosso rubicondo ad un violaceo. Posso sentire l’odore del suo alito, un mix di sigaretta e cappuccino.

“La prossima settimana sarà qui, promesso” le mie labbra si incurvano in un sorriso incerto, forzato. Il cliente mi getta uno sguardo velenoso, si volta e dopo alcuni passi sparisce dietro la grande porta in metallo della concessionaria.

I miei muscoli si rilassano. Mi accascio sulla sedia, sfinita, i miei occhi stralunati fissano ancora la porta attraversata dal cliente pochi secondi prima. I miei polmoni si riempiono di aria; finalmente posso tornare a respirare normalmente.

Devo lasciare questo schifo di lavoro. Non ne posso più. Nella tasca dei pantaloni trovo una caramella mezza schiacciata. Fragola, il mio gusto preferito. In questo momento vorrei essere distesa a letto con la musica a palla. I Black Sabbath sarebbero una buona scelta, ma nemmeno i Red Hot Chili Peppers sarebbero male. Le note acute e graffianti della Fender mi aiuterebbero a distendere i nervi. Mi viene in mente improvvisamente che il mio conto corrente è più rosso del viso di quel cliente. Non posso dimettermi. È martedì ed è già la seconda volta che medito di lasciare questo lavoro. Di solito penso alle dimessioni circa sette o otto volte a settimana. Beh, sono al di sotto della mia media, sto migliorando.

Nel desktop del mio pc compare la scritta “un nuovo messaggio”. Un’e-mail dalla direzione, hanno appena convocato un meeting con tutti i dipendenti. Sarà il solito bla bla bla del cavolo. Controllo l’orologio. Mezzogiorno e quaranta. Mi toccherà pranzare in ritardo per colpa di questa maledettissima riunione. Lancio un’occhiata ai miei colleghi, nelle loro facce è dipinta un’espressione di stizza e disappunto.

Mi alzo e raggiungo la sala riunioni, una stanzetta buia e disordinata nel retro del negozio. Il capo e suo figlio sono già lì insieme ad un paio di colleghi. Sul tavolino sbilenco troneggiano dei tramezzini stantii. Il mio stomaco borbotta come uno scarico intasato. Almeno dopo ci daranno qualcosa da mangiare, magra consolazione. Finalmente sono arrivati tutti, anche i soliti ritardatari. Strano che Carlo non sia tra questi.

Il capo si schiarisce la voce: “Buongiorno a tutti, so che vi starete chiedendo perché ho convocato questa riunione.”

I miei colleghi lo fissano svogliatamente, lo sguardo perso nel vuoto.

“Oggi è un giorno da festeggiare e ricordare nella storia della nostra concessionaria… o dovrei dire della nostra grande famiglia”.

Ancora la storia che non siamo un’azienda, siamo una famiglia. Non la sopporto, mi irrita quanto la visione di Carlo intento a scaccolarsi.

“Siamo qui per premiare la professionalità, l’impegno e il duro lavoro”.

Ci risiamo. Inizia la solita manfrina.

“Siamo qui riuniti per ricompensare uno di noi, una persona che nel tempo si è distinta tra tutti”

Starà parlando di sè in terza persona? Siamo tutti abituati alle autocelebrazioni del capo.

“Questa persona è… Carlo. Ho deciso che da oggi sarà il vicepresidente della nostra azienda.”

Silenzio. Solo il borbottio del mio stomaco interrompe l’ammutolimento generale. Il capo e suo figlio sono gli unici che sorridono.

“Beh, ragazzi, ora possiamo festeggiare! Abbiamo organizzato un banchetto per l’occasione”.

Ci muoviamo tutti verso il tavolino, piccoli automi che vanno avanti per inerzia. Prendo uno dei tramezzini. Spero che non mi verrà la colite. Lo addento, ha un sapore vagamente rancido. Il capo è davanti a me, non posso sputarlo. Devo dimettermi da questo lavoro.

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