Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il treno che andava piano” di Franco Miccolis

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Attraverso gli occhi di un bambino, il viaggio del Milite Ignoto da Aquileia a Roma diventa un percorso nella memoria collettiva di un Paese, dove il movimento lento di un treno unisce storia, dolore e identità in un’unica esperienza condivisa.

Papà mi teneva la mano stretta da così tanto tempo che non sentivo più le dita. Non glielo dissi, perché non era il momento di chiedere cose piccole. Era il 4 novembre 1921, eravamo in Piazza Venezia e io non avevo mai visto Roma così. Non era la Roma che correva, che gridava, che faceva rumore. Era una Roma ferma, come se qualcuno avesse chiesto a tutti di stare zitti, senza dirlo ad alta voce.

«Papà, perché nessuno parla?»

Non mi guardò subito. Guardava davanti, verso il bianco del monumento.

«Perché oggi si ascolta.»

Davanti a noi c’era il monumento grande e bianco che papà chiamava Altare della Patria. Io lo avevo sempre visto da lontano, come una cosa enorme che non riguardava i bambini. Quel giorno, invece, sembrava più vicino, come se si fosse spostato un poco verso di noi. Il marmo era così bianco che faceva male agli occhi. Le scale salivano larghe, una dopo l’altra, e sembravano non finire mai. In alto, tra le colonne, c’era il posto dove avrebbero messo il soldato. Papà lo chiamava sacello. Io non sapevo bene cosa fosse, ma capivo che era un luogo dove non si ride.

C’erano persone ovunque. Uomini con cappotti scuri e cappelli in mano. Donne con scialli stretti sulle spalle, come se avessero freddo anche se non faceva freddo. Bambini come me, ma tutti più zitti del solito. Nessuno correva. Nessuno spingeva. Sembrava che anche i passi dovessero chiedere permesso, come quando si entra in chiesa.

Papà mi aveva detto che stavamo aspettando il Milite Ignoto. Ignoto voleva dire senza nome. Questa parola mi tornava in mente spesso. Senza nome non si può essere chiamati. Senza nome non si può rispondere. Io avevo cinque anni e mezzo e sapevo che, se qualcuno mi chiamava, io rispondevo sempre. Quel soldato no.

«Papà, ma se non ha nome, come fanno a sapere che è lui?»

Mi strinse un po’ di più la mano.

«Perché potremmo essere tutti noi.»

Nei giorni prima, a casa, papà mi aveva raccontato tutto. Non in una volta sola. Un pezzo ogni sera, prima di dormire. Mi aveva detto che, dopo la guerra, l’Italia era diventata strana. La gente era arrabbiata e stanca. Molti non lavoravano. Molti avevano fame. Molti parlavano con voci dure di cose che io non capivo. Diceva che c’erano scioperi, fabbriche chiuse, uomini che litigavano anche se avevano sofferto le stesse cose. La guerra era finita nel 1918, ma non era finita davvero. Era rimasta dentro le persone: nei silenzi, nei posti vuoti a tavola, nelle sedie che non servivano più.

«Papà, la guerra può tornare?»

Ci pensò un attimo.

«Se ci dimentichiamo, sì.»

Per questo qualcuno aveva pensato che servisse un segno: un segno grande, che non dividesse. Un segno che fosse di tutti. Papà disse che persino quelli che non erano mai d’accordo avevano votato insieme, per una volta sola, per dare una tomba a un soldato senza nome.

Così, nel 1921, erano state cercate undici salme di soldati che non si potevano riconoscere. Venivano da posti con nomi difficili, montagne e fiumi dove si era combattuto tanto e dove la terra era stata rovinata dalle bombe. Papà diceva quei nomi piano, come se facessero male anche solo a pronunciarli.

Quelle undici bare erano state portate ad Aquileia, dentro una basilica grande e fredda. Tutte uguali. Nessuna diceva da dove veniva il soldato che c’era dentro, quanti anni aveva, se aveva avuto paura.

Il 28 ottobre 1921 era entrata una donna. Si chiamava Maria. Era una mamma. Aveva perso il figlio in guerra e non aveva nemmeno un corpo da piangere, solo una lettera. Aveva camminato davanti alle bare una per una, piano, come se avesse paura di sbagliare. Poi aveva posato il suo scialle nero sulla seconda bara e si era inginocchiata davanti alla decima. Io immaginavo quella scena e ogni volta mi sembrava che la chiesa diventasse più grande per contenere tutto quel dolore. Anche l’aria doveva essere diventata più pesante.

Da quel momento, quella bara era diventata il Milite Ignoto. Non perché dentro ci fosse proprio quel figlio, ma perché dentro ci poteva essere chiunque.

«Papà, la mamma del Milite Ignoto è salita sul treno che ha portato la bara a Roma?»

«Sì.»

«Anche lei ha viaggiato?»

«Sì. Fino a Roma.»

Il giorno dopo, il 29 ottobre 1921, la bara era salita su un treno speciale. Un treno lungo, con diciassette carrozze, tirato da due locomotive nere che sbuffavano piano. Non una sola, ma due, come se una non bastasse a portare tutto quel peso.

Il treno non doveva correre. Aveva l’ordine di andare piano, così piano che la gente potesse vederlo e nessuno potesse far finta di niente. Partì da Aquileia alle otto del mattino. Faceva freddo.

«Papà, il soldato pesa?»

«Sì.»

«Tanto?»

«Più di quanto sembra.»

Io pensai che, se pesava così tanto, allora il treno doveva essere molto forte.

Papà mi disse che quel treno non portava valigie. Portava persone ferme. In ogni stazione la gente arrivava prima del treno. Non correva per salirci sopra, ma per esserci. Alcuni stavano in piedi da ore, senza muoversi. Altri avevano portato sedie da casa. Altri ancora si erano messi in ginocchio, con la testa bassa.

«Papà, ma se non salgono, perché vengono?»

«Perché il viaggio è anche guardare passare.»

A Udine il treno si fermò un’ora intera. La gente era ferma sui marciapiedi, in piedi, con i cappelli in mano. Nessuno parlava. A Treviso si fermò mezz’ora, a Mestre novanta minuti. In ogni stazione la stessa cosa: nessuno saliva, nessuno scendeva, tutti aspettavano.

A Venezia il treno arrivò la sera. Le luci si riflettevano sull’acqua, ma non sembravano serene. Anche l’acqua faceva rumore piano, come se sapesse.

Il 30 ottobre il treno ripartì: Padova, Rovigo, Ferrara. Ogni nome era una fermata, e ogni fermata sembrava una ferita. A Bologna Centrale la stazione era enorme e piena come un mare. Molti di quelli che aspettavano avevano combattuto. Guardavano la bara come si guarda qualcosa che non si può aggiustare.

Papà disse che i macchinisti non furono scelti a caso.

«Perché proprio loro?»

«Perché sapevano andare piano.»

Il 31 ottobre il treno attraversò le montagne. Andava ancora più piano, come se anche le pietre dovessero essere rispettate.

Il 2 novembre arrivò a Roma.

Il 4 novembre tutto si fermò.

Alle dieci la bara arrivò. Non fece rumore. Sembrava scivolare nell’aria.

Fu portata su per le scale, gradino dopo gradino.

Alle dieci e trenta fu posata nel sacello.

Alle dieci e trentasei la lastra di marmo scese, piano.

Quando toccò terra, il silenzio diventò enorme.

Papà mi disse che, in tutta Italia, nello stesso momento, tutti si erano fermati.

Un Paese intero era diventato una stazione.

Tornando a casa camminammo piano.

Io continuavo a pensare al treno. Al treno che aveva attraversato l’Italia, fermata dopo fermata. Al treno che non aveva avuto fretta.

Capii allora una cosa, da bambino, ma vera: la guerra corre sempre troppo.

Quel treno no. Era andato piano.

Per questo tutti lo avevano visto.

Per questo nessuno aveva parlato.

In quel silenzio c’era qualcosa.

Nomi chiamati che non rispondono più.

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