Premio Racconti nella Rete 2026 “Tutto è tornato com’era” di Fabrizio Ponti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026
Bifra è un ragazzo di quindici anni con difficoltà di apprendimento scolastico. Il suo sogno è andare a Bruxelles a vedere la finale di Coppa dei Campioni Juventus – Liverpool che mercoledì 29 maggio 1985 si disputa allo stadio Heysel.
Passano gli anni – tanti, forse troppi – e Bifra scrive una poesia per ricordare le trentanove persone che morirono in quella strage, tra cui il padre di un suo compagno di scuola.
Partita, maledetta partita
Sera di maggio, sole alto nel cielo, notizie confuse alla tv, prima solo feriti, poi i morti.
L’alcol scorre a fiumi, le pareti cedono e blocchi di calcestruzzo rotolano giù, sotto restano i corpi.
Per quanto tempo dovremo ancora chiedere giustizia?
La partita è iniziata, tutto va veloce.
Nei titoli di coda ci sarà il suo nome?
Partita, maledetta partita.
Una moglie ha perso il suo amore.
Una figlia non ha più il padre.
Un ragazzo ha lasciato la scuola per lavorare.
Undici gridano e festeggiano, ma trentanove se ne sono andati per sempre.
Un uomo si è elevato al di sopra della follia.
Un uomo ha salvato un ragazzo dal terrore.
Chi ha colpe in tutto questo?
Chi non ha chiesto scusa?
Chi vuole tenersi un trofeo insanguinato?
Chi ha dimenticato per anni i suoi morti?
Non puoi fregiarti di una Coppa che dovevi lasciare.
Alzatevi e asciugate le lacrime.
Non c’è colore nella morte.
Si è tutti uguali nella tragedia.
Queste le parole per chi reclama rispetto.
Torino, esterno giorno, gennaio 2026
Mentre la luce di un tiepido sole invernale inizia ad affievolirsi, in un dehors riscaldato di un bar del centro due uomini sorseggiano cioccolata fondente con alcuni petits four. Uno è sulla cinquantina, hai i capelli brizzolati, corporatura snella e mentre parla prende appunti al PC. L’altro, più giovane, ha un fisico ben modellato ed è musicista per passione nei week-end.
«Sai Fury», dice il primo, «tempo fa riflettevo su una serie di eventi che riguardano una partita di calcio dai risvolti tutt’altro che sportivi. Ho fatto alcune considerazioni e ora tutto mi è chiaro: i fatti si incastrano come tessere di un puzzle».
«A cosa ti riferisci, Bifra?»
«Alla partita disputata all’Heysel nel maggio 1985. Da allora una scia di dolore, sventure e sconfitte pervade la storia della società bianconera in quella che è la competizione calcistica più importante.»
«Mi avevi già accennato qualcosa diversi anni fa.»
«Probabile… Vedi, nel computo delle nove finali di Coppa dei Campioni, le vittorie sono solo due: quella di Bruxelles e quella di Roma del 22 maggio 1996, di cui proprio quest’anno ricorre il trentennale. Nelle altre la Juventus non è riuscita a vincere.»
«Be’, non è casuale. All’estero non avete lo stesso trattamento di cui godete in Italia. Non ci sono agevolazioni, di conseguenza vincete meno e pure male.»
«Parli proprio tu che se non fosse stato per la nebbia di Belgrado, la Coppa ve la sognavate!»
«Invece voi siete quelli del gol di Muntari: nonostante la palla fosse dentro, il vostro portiere ammise candidamente che non avrebbe mai aiutato l’arbitro ad arrivare alla verità!»
«Furj, ora basta con queste sterili discussioni da bar. Ho riavvolto il nastro di questa storia intricata ripartendo dall’ultimo degli eventi.»
«Sarebbe?»
«Il 6 gennaio 2023 muore a Londra, dopo una lunga malattia, Gianluca Vialli, capitano della formazione che ha trionfato a Roma. Di primo acchito non vorrei crederci, tuttavia mi domando: è solo una congettura la mia? A morire non sono stati forse i capitani delle due formazioni che hanno vinto la Coppa?»
«Cosa vuoi insinuare?»
«Gaetano Scirea e Gianluca Vialli hanno sollevato al cielo, rispettivamente a Bruxelles e a Roma, la Coppa dei Campioni. Sono morti entrambi, giovani e in circostanze drammatiche. Il primo in un incidente stradale in Polonia, dopo aver assistito a una partita del Górnik Zabrze, prossimo avversario della Juventus in Coppa Uefa. La Polski Fiat 125 su cui viaggiava, guidata da un autista locale, fece un brutto frontale a seguito di un sorpasso azzardato e prese fuoco. Il secondo morì per un cancro al pancreas che si era riacutizzato nel 2022 dopo le vaccinazioni. Forse aveva ragione il burbero Zden?k nel sostenere che le farmacie dovevano restarsene fuori dal mondo del calcio…»
«Attento, quello che dici è molto grave. Rischi fior di querele e denunce. Come puoi sostenere un’accusa così assurda?»
«Per il semplice motivo che oltre a quello che ti ho raccontato c’è altro e non si può continuare a far finta di niente.»
«Senti Bifra, io sono un giornalista freelance e ascolto già troppe fandonie. Non ho tempo anche per questa tua storia strampalata.»
«Il 3 giugno 2017, poco prima che a Cardiff si disputasse la finale di Coppa Juventus – Real Madrid, qui a Torino, in piazza San Carlo, scoppiarono dei parapiglia in cui morirono tre persone e molte altre furono ferite. Come se non bastasse, l’allora presidente A.A. acquistò il giocatore più forte sul mercato solo per vincere la Champions League. Quell’evento destabilizzò l’ambiente societario e da lì vennero a galla situazioni poco chiare che portarono alle dimissioni dell’intero Consiglio di Amministrazione.»
«D’accordo, ma la tua teoria poggia sulla sabbia, non su fatti concreti. Secondo te il trofeo doveva essere restituito? Rassegnati, ora fa bella mostra di sé al J Museum. Sei convinto che si porti dietro un alone di energia negativa?»
«È così, anche se tu e tanti altri vi ostinate a non credere alle mie parole. Furj, hai mai sentito parlare di karma?»
«Sì, vagamente, la classica fuffa new age… Teorie di cui molti cianciano a sproposito, ma che in realtà non conoscono affatto.»
«L’argomento è delicato e condivido con te l’idea che ci sia parecchia confusione in merito. Per farla breve, ogni azione porta con sé una contro-azione. In questo schema non c’è giusto o sbagliato, non c’è punizione, c’è solo un modus operandi per muoversi in equilibrio con l’energia degli eventi. Dei fatti dell’Heysel posso comprendere la concitazione del momento, a cominciare dalla baraonda iniziale, così come le informazioni scarse e contraddittorie dei primi istanti. Ma dopo aver assistito alla tragedia, il giorno successivo è stato penoso veder scendere dall’aereo i giocatori con la Coppa. Nonostante la facciata di costernazione, nessuno dei dirigenti della squadra ha considerato l’eventualità di riconsegnarla. Troppo orgogliosi di essere i migliori. Ho avuto l’occasione di conoscere Faxy, il cugino di quell’Andy Sandini che all’Heysel perse il padre. Gli parlai di questi fatti ed entrambi convenimmo su un punto: sarebbe ora che quel trofeo fosse restituito alla Uefa.»
«Bifra, tu sei un utopista. Chi credi che farebbe una mossa del genere all’interno della società? Mettiti nei panni di milioni di tifosi e appassionati… Che reazione avrebbero verso la dirigenza, che già non è ben vista? Dopotutto, la vicenda di Calciopoli brucia ancora, no?»
«Sai cosa ti dico? Scriverò una Pec a Sandro Cuniberti, il responsabile del J Museum, per esporre i fatti. Tutti, dal primo all’ultimo.»
«E tu pensi che lui dia credito alla storiella del karma e alle conseguenze positive che può avere la restituzione del trofeo?»
«Lo spero proprio. Anche se a lungo hanno scordato i loro morti, da qualche anno in qua li estraggono dal cassetto ogni 29 maggio per sciacquarsi la bocca. Ma non si rendono conto che così diventano ridicoli agli occhi dell’opinione pubblica e della tifoseria. Premurosi, certo, ma innanzitutto ridicoli. Però c’è ancora uno spiraglio. Le Chien, che ha un ruolo dirigenziale dopo essersi attorniato di personaggi incompetenti, può essere l’ancora di salvezza, vista la sua “incapacità” di gestione e organizzazione nel mondo del calcio. Se sollecitato per il verso giusto, può prendere in considerazione l’idea di restituire la Coppa.»
«Bifra, tu sei proprio fuori di testa, non vuoi desistere!»
«Se non la riconsegneranno loro, cercherò un’altra via…»
«Ora mi diventi anche fuorilegge. Se quello che hai in mente è un furto, sappi che per questo si va in galera.»
«Ne sono consapevole. Ma ascolta: ricordi Ritorno al futuro II?»
«Certo che lo ricordo.»
«Allora ricorderai anche che non si poteva modificare il presente; in compenso era possibile tornare nel passato e lì cambiare il corso degli eventi, soprattutto là dove questi avevano preso una brutta piega. Modificare il passato, ecco.»
«E dimmi, in cosa consisterebbe questa modifica?»
«Apri bene le orecchie: la sede della Uefa è a Nyon, non molto distante da Ginevra, dove c’è il CERN. Non potendo fare un furto al J Museum, noi andremo al CERN e ci fingeremo visitatori. Ho saputo che in una sezione del complesso vengono testati i viaggi nel tempo. Sarà là che noi ci introdurremo. Faremo un tuffo nel passato fino a quel 29 maggio 1985. Attenderemo che la partita sia finita e quando la squadra bianconera rientrerà in albergo, zac!, noi sottrarremo il trofeo e lo distruggeremo. Potremmo portarlo in una fonderia fuori Bruxelles, così la mattina dopo i dirigenti bianconeri saranno obbligati a segnalare il furto alle autorità “incompetenti” del Governo belga e ai vertici della Uefa. Loro non potranno che esprimere un verdetto: competizione NON assegnata. Fine della storia.»
«Semplice come mettere la mano in bocca a un leone, non ti pare? E chi ti darà il permesso di entrare al CERN e accedere a quei luoghi top secret? Me lo vuoi spiegare?»
«Andy Sandini ha dei ganci a Ginevra: conosce due che lavorano alla Croce Rossa e sono di servizio al CERN, quindi non sarà un problema intrufolarsi nei meandri di quella struttura.»
«Mah… I passaggi che hai elencato sono parecchi. Quante probabilità ci sono che tutto si incastri a meraviglia?»
«Pressoché l’ottanta per cento tra il viaggio nel passato, la sostituzione della Coppa, la sua distruzione prima che qualcuno dia l’allarme, infine il ritorno.»
«Troppe cose. Considera che avrete i minuti contati… Chi saranno i tuoi compagni d’avventura?»
«Ho contattato Andrea Sorentini, nipote di quell’Orello che creò associazioni e comitati dopo la morte di suo figlio Loren, e poi ho sentito anche Vicky Selio. A loro non ho detto che cosa ho realmente per la testa, sono stato sul vago.»
«Bifra, te lo confesso: questa idea di viaggiare nel tempo mi inquieta e, scusa il gioco di parole, al tempo stesso mi affascina. Hai una tenacia non da poco.»
«Non è solo per un fatto sportivo.»
«Me ne sono accorto, la tua meta è altro.»
«Sì, vedo che inizi a intuire cosa c’è dietro a questa idea ostinata.»
«Qualche ricompensa?»
«Non in denaro.»
«Stima, accettazione, considerazione?»
«Non precisamente. Diciamo che fa parte di un percorso.»
«Vuoi essere più chiaro?»
«Il motivo per il quale sono venuto sulla terra.»
«Ah, perché c’è un motivo se noi siamo qui?»
«Sì, anche se nessuno lo scopre finché non vive fino in fondo.»
«Mi spieghi cosa dovrebbe accadere in concreto secondo il tuo piano?»
«Non vedrai certo esplodere i vetri della teca del J Museum dove è custodita la Coppa, e neppure vedrai risorgere i morti. Le energie si muovono impercettibili come per ogni cambiamento.»
«Non pensi alle reazioni dei tifosi? Inoltre tutto questo avrà un impatto notevole nel mondo dello sport…»
«Be’, so che molti non la prenderanno bene e non mi stupirei che siano capaci di scendere in piazza a manifestare, piuttosto che farlo contro un sistema neoliberista che ci strangola ogni giorno di più. Comunque, i dirigenti di allora sono morti, quelli di oggi non hanno nessun legame con quei fatti… Alla fine si ritroveranno nella teca un solo trofeo, quello conquistato a Roma nel 1996, mentre l’altro NON sarà assegnato. Tutto qui. Trovo che un gesto così potente potrà solo far guadagnare stima a una società che da sempre è invisa a molti sportivi. E non solo sportivi.»
«Ma come riuscirai a convincere i tifosi della bontà di questo gesto?»
«Fury, se prometti loro che torneranno a vincere anche se non hanno un tozzo di pane, li rendi felici e appagati. E poi, tutto quello che faremo non modificherà l’evento nefasto in sé, non andrà a interferire con quella surreale partita.»
«Ci saranno quindi il rigore inventato e lo squallido giro di campo?»
«La vittoria resterà bianconera, il fallo sarà com’è sempre stato, cioè fuori area, il gol sarà su punizione del francese e la festa a fine partita nient’altro che un sobrio saluto dal terreno di gioco verso la curva dei tifosi.»
«Mi auguro per te che tutto vada liscio come dici…»
«Il mio cuore è rivolto a quei trentanove: che non possano più vedere gli altri far festa mentre loro sono morti.»
«Quando pensate di partire per Ginevra?»
«Dobbiamo mettere a punto il piano prima della finale del 30 maggio che si terrà a Budapest.»
«Perché?»
«È una questione di vibrazioni: occorre beneficiare di quelle positive, anche se impercettibili.»
«A vicenda conclusa vuoi per caso riunire i famigliari delle vittime?»
«Mi farebbe piacere, ma diamo tempo al tempo.»
«Bifra, ti auguro il meglio, non si può dire che ti manchi il coraggio. Ma attenzione ai trabocchetti, non sai con chi te la dovrai vedere. E poi ci sono gli imprevisti…»
28 febbraio 2026
Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e Nettuno sono allineati in cielo, visibili anche dopo il tramonto. Sulla Terra, invece, un breve scambio di battute rincuora due amici.
«Ciao Fury, ti volevo dire che siamo in partenza per Ginevra.»
«Ohi, Bifra! Avevi poi scritto la Pec al Direttore del J Museum?»
«Sì, ma non ho avuto risposta, ragion per cui domani si va in Svizzera.»
«Buon viaggio!»
Di buon mattino Bifra, Andy Sandini, Andrea Sorentini e Vicky Selio partono da Torino Porta Susa e fanno cambio a Domodossola per salire sull’Eurocity in arrivo da Milano Centrale con destinazione Ginevra. Il treno è in perfetto orario, i loro posti prenotati con largo anticipo. Faxy, il cugino di Andy, ha rinunciato all’impresa, ma essendo un ottimo informatico fornirà da casa assistenza tecnica e logistica. Durante il viaggio Bifra mette in chiaro alcuni punti: non stanno andando a una conferenza, ma si accingono a varcare le porte dell’ignoto, esperienza mai tentata prima da nessuno.
Andy e Vicky lo fissano sbigottiti, invece Andrea chiede con ansia: «Che cosa andiamo a fare a Ginevra? Perché dici che riguarda il nostro passato?».
«Heysel», sussurra Bifra.
«Heysel?!», esclamano all’unisono i tre.
«Noo! Basta, abbiamo patito sulla pelle quella tragedia e rimarrà solo nostra», sbotta Vicky.
«Lo so, ma io ho unito le tessere del puzzle di questa storia, ho visto oltre e posso testimoniare che la realtà è drammatica», risponde Bifra che ripercorre tutte le trame che dal maggio ’85 a oggi funestano la società bianconera e quanti ruotano attorno a quel mondo.
«Sai bene che ognuno di noi si occupa di mantenere viva la memoria delle vittime, oltre ad avere a cuore la sicurezza negli stadi», ribatte Vicky.
«Lo so», ammette Bifra. «Vi seguo da molto tempo, ho visto la trasmissione Il dono. Tu, Vicky, insieme a tuo papà Poldo e Jeff Conrad mi hai fatto capire che non tutti gli avversari, quella sera, erano hooligans sanguinari. Esemplare la vicenda di Jeff Conrad: tifoso del Liverpool, mise in salvo tuo padre, ma venne inseguito e attaccato da un gruppo di supporter bianconeri perché era passato vicino alla loro curva per lasciare lo stadio. Quanto a te, Andrea, conosco bene il lavoro che ha fatto tuo nonno Orello; e tu, Andy, siamo stati compagni di scuola e so quanti sacrifici hai dovuto sostenere per la tua famiglia quando tuo padre se n’è andato quella tragica notte. Ma ora state a sentire: l’azione consiste nell’andare a rimettere le cose a posto. Tutto deve tornare com’era.»
«Vuoi dire che rivedremo per un attimo i nostri cari?», chiede Andy.
«Non proprio.»
«Allora di’ cosa hai in mente di fare. Che ti frulla nel cervello?»
«All’inizio pensavo a un furto: sottrarre la Coppa dei Campioni al J Museum e sostituirla con una copia. Ma tenuto conto dei rischi ho cambiato idea e ora penso che l’unica soluzione sia distruggerla. Faremo in modo che la Uefa ne certifichi la NON assegnazione.»
«Certo, il furto sarebbe stata un’azione vile. In definitiva, secondo il tuo piano, torneremo indietro nel tempo per portare via la Coppa dei Campioni dall’albergo dove è ospitata la Juventus?», domanda Andy.
«Esattamente.»
«Cioè, prendiamo un falso e lo sostituiamo con l’originale?»
«L’hai detto!»
«Ma dove prendiamo la copia?»
«Ricordate il cantante Bob Vazzè? Abitava a Bruxelles e suo zio Antonio, in quegli anni, aveva un negozio di souvenir vicino alla Grand Place. Lì troveremo una copia del trofeo per la sostituzione.»
«E cosa faremo della Coppa originale?»
«La distruggeremo.»
«In che modo?»
«È in argento, la faremo fondere.»
«Fonderla? E di notte dove troviamo un posto per farlo?»
«Ok, non vi preoccupate. La sostituiremo prima che la squadra lasci l’Heysel.»
«E tutto intorno il caos, i morti, i feriti… Non sarà una passeggiata!»
«Vedila così: quel trambusto gioca a nostro favore. Grazie a Faxy ho trovato un recapito che ci sarà molto utile. Si chiama Le Fonderie ed è un’impresa che al tempo lavorava metalli e preziosi. Oggi è un museo, ma quarantun anni fa era in piena attività. Dovremmo entrare durante il cambio turno che avviene subito dopo mezzanotte. Ci arriveremo in taxi partendo dallo stadio.»
Ginevra, esterno notte
Anche nel cielo terso della città elvetica si stagliano i sei pianeti perfettamente allineati: uno spettacolo unico nel suo genere. I quattro amici erano arrivati alla stazione di Ginevra Cornavin intorno alle 16:30 e avevano subito raggiunto l’hotel, non molto distante. Trascorrono il resto del pomeriggio a preparare nei dettagli la giornata successiva e scelgono, per la cena, un locale in cui si possa parlare in tutta tranquillità senza destare sospetti.
Alle venti, quando entrano nella trattoria Da Tonino, il languore allo stomaco la fa ormai da padrone. L’omonimo proprietario, un omone di quasi due metri, li intrattiene accennando alle proprie origini marchigiane e narrando degli inizi assai duri in una Svizzera che non vedeva di buon occhio gli italiani. Rivela che nel maggio 1984 era stato a Basilea per la finale di Coppa delle Coppe tra la Juventus e la squadra lusitana del Porto, anche se ci era andato più per accompagnare il fratello Alberto che per autentica passione calcistica.
Fattosi tardi, i quattro salutano Tonino e lo ringraziano per l’ottima cucina e l’ospitalità. Mentre camminano in direzione dell’hotel vengono contattati da Jean Agneaux e Jean-Pierre Boni, i complici che lavorano al CERN presso la sezione della Croce Rossa. Li avvisano che la mattina seguente, alle 8:30, si sarebbero fatti trovare all’ingresso dell’istituto con in mano i pass per i visitatori esterni. Una volta dentro li avrebbero guidati nei sotterranei fino al punto in cui è custodita la macchina del tempo.
Ginevra, 1° marzo 2026
La sveglia squilla alle sette in punto. La colazione e il successivo tragitto in taxi al CERN portano via quasi un’ora e i quattro amici giungono sul piazzale d’ingresso un po’ in ritardo. Il taxista Olivier, un ometto calvo e simpatico alla Louis de Funès, li lascia augurando buona visita. Li mette anche in guardia da quelle teste matte che lavorano là dentro e borbotta qualcosa come «state attenti, quelli vogliono diventare i padroni del mondo».
Impensieriti da un simile avvertimento, scendono dalla vettura e si mettono in coda. Jean e Jean-Pierre si avvicinano a Bifra, gli consegnano i pass e accompagnano i quattro lungo la corsia riservata ai visitatori. Dopo cinquecento metri, senza dare troppo nell’occhio, li separano dal resto della comitiva e li immettono in un percorso denominato Z che conduce ai sotterranei. È là che si svolgono ricerche ed esperimenti di cui gran parte del personale del CERN è tenuta all’oscuro.
Fino a quel momento Andy, Vicky e Andrea si erano mostrati imperturbabili, ma non appena vedono la sigla Z li coglie una sorta di frenesia. Di tutt’altro avviso è Bifra, convinto che quella lettera sia un segno del destino, la conferma che presto si sarebbe potuto ristabilire l’equilibrio saltato a Bruxelles nel 1985, proprio nel Settore Z dello stadio.
I tre manifestano ad alta voce il loro malumore ed è compito di Jean e Jean-Pierre farli tacere: se qualche inserviente si accorgesse che non sono più nel gruppo dei visitatori, non esiterebbe a dare l’allarme.
«Siamo arrivati», dicono J & JP. È passata già un’ora, ma tutti hanno la sensazione che là sotto il tempo modifichi il suo corso naturale per dilatarsi o ridursi a piacimento e senza un reale motivo. Si ritrovano davanti a una porta blindata con la scritta TOP SECRET – ENTRÉE INTERDITE.
J & JP prendono un nuovo pass, con le loro foto ma con i nomi fittizi di Stefan Saldi e Marcus Camosce. L’espediente consente di accedere alla stanza della Time Line, al cui interno, su un soppalco, c’è la capsula del tempo che ha la forma di un minivan.
«Ecco», esclamano J & JP. «Quello è il vostro mezzo di trasporto. Per il viaggio nel tempo, s’intende. Ora imposteremo i dati per la partenza, per quelli del ritorno dovrete pensarci voi. La nostra è solo una precauzione, perché in caso di ostacoli rischiereste di non partire o, ipotesi peggiore, di essere sbalzati in un’altra dimensione.»
«Eventualità da non prendere in considerazione», dice Bifra con tono secco. Poi riprende: «È ora di andare. Sono le 11 esatte, abbiamo a disposizione poche ore. Al nostro ritorno dovremo rifare la strada fino all’ingresso del CERN, senza destare sospetti.»
«Siamo pronti», rispondono Andy, Andrea e Vicky.
J ordina: «Azionate il pulsante Start con la destinazione prescelta».
Bifra: «Stadio Heysel – Bruxelles – 29 maggio 1985 – ore 16:00.»
Dapprima l’ampio locale sotterraneo viene investito da una luce accecante come un lampo, poi è scosso da un boato simile a una frana. Il minivan si dissolve nel nulla.
«Auguriamoci che nessuno, all’infuori di noi, abbia visto qualcosa», dice J.
«Qui ogni angolo è monitorato, ma noi siamo registrati con il nome di due ingegneri nucleari, non abbiamo di che preoccuparci.»
Bruxelles, stadio Heysel, 29 maggio 1985 – ore 16
Il minivan si materializza in prossimità dell’Heysel, dietro la curva del Settore Z. Bifra e gli altri scendono guardandosi intorno con circospezione. Sono arrivati poco prima che scoppiasse l’inferno.
«Ragazzi, tutto bene?», chiede Bifra.
«Positivo. Qual è il piano ora?»
«Vicky, tu vai alla Grand Place, al negozio di souvenir del signor Vazzè. Procurati la copia della Coppa, poi torna qui.»
«Agli ordini!»
Alle 18:30 di Vicky ancora nessuna traccia. Bifra, Andy e Andrea sono in prossimità della Curva Z, la vedono ondeggiare e assistono in diretta alla tragedia. Il dolore più forte è non poter intervenire. All’improvviso, dopo un concitato viavai di ambulanze dove l’urlo delle sirene si mescola a pianti e strepiti, cala il silenzio. La partita è iniziata e loro sono pietrificati. A pochi metri c’è una tenda da campo incustodita che il passaggio continuo di infermieri e gendarmi rende però inaccessibile.
Lo scenario davanti ai loro occhi è raccapricciante: i corpi sono disposti a terra, coperti solo da teli bianchi, pronti per essere riposti nelle bare che giungeranno a breve.
Andy e Andrea si infilano nella calca per rivedere un’ultima volta i loro padri. Andrea aveva solo tre anni al momento della tragedia. Quanto ad Andy, c’era un ricordo curioso, e tanto più caro, che lo legava al papà Giovannino: le sue ricette. Ricette di piatti toscani che aveva conservato con gelosia e che più tardi aveva perfezionato alla scuola alberghiera.
Intanto è di ritorno Vicky, che con fatica si fa strada tra la folla.
«Ragazzi, ora basta, dobbiamo muoverci, è tempo di portare a termine il nostro obiettivo», li sprona Bifra.
«Basta cosa?», reagiscono con astio Andy e Andrea. «Ci hai portati qui e ora cosa vuoi? Fare l’eroe? La nostra vita si è spezzata proprio in questo luogo quarantun anni fa. Della Coppa e della Juventus non ce ne importa nulla.»
«È per questo che siamo venuti», li incalza Bifra. «Voglio ridare dignità ai vostri parenti, ma senza striscioni. Voglio fermare una volta per tutte questa meschina messinscena della vittoria “sportiva”. Cazzo! Quanto può valere una Coppa vinta col sangue ed esposta in bella vista al J Museum? Niente vale niente! Per questo dobbiamo distruggerla.»
La voce di Bifra squarcia il silenzio calato su quel luogo, nel mentre s’intravede un’ombra, è il delegato Uefa Runther Schneider con la Coppa in mano. Il momento tanto atteso si avvicina.
I calcinacci del muro crollato qualche ora prima sono come un lugubre selciato e di lontano, attraverso le feritoie della recinzione, si scorgono le sagome dei calciatori ancora intenti a disputare la partita.
«Un attimo di attenzione», esclama Bifra. «Adesso che Vicky è tornato, sostituiamo la Coppa e prendiamo un taxi con destinazione Le Fonderie.»
«No, cari amici», lo interrompe Vicky. «Nella calca ho perso la copia del trofeo. I piani sono cambiati, mi spiace.»
Si ode un urlo e Andrea chiede allarmato: «Cos’è stato?».
«Le Roi, il francese», gli risponde Bifra. «Ha appena messo a segno il calcio di punizione che sancisce questa pseudovittoria.»
«Mancano ormai quindici minuti al fischio dell’arbitro, cosa facciamo?»
Ma Bifra non gli dà retta, gli è squillato il telefono ed è Faxy.
«Ehi, che succede?»
«Al CERN hanno riscontrato delle anomalie, qualcosa come sbalzi di energia. J & JP sono stati presi in custodia dalla sorveglianza mentre erano sul punto di lasciare i locali sotterranei.»
«Cazzo, questa non ci voleva… Vicky! Vai nel minivan e modifica subito i dati di rientro.»
«Cosa?»
«Dobbiamo portare la Coppa con noi, ci penseremo dopo a distruggerla.»
«Ma sei impazzito? Così rischiamo la galera per furto», gli gridano Andy e Andrea.
«La galera dovrebbero darla ai dirigenti di questa società che vogliono a tutti i costi un trofeo macchiato di sangue.»
«Se è così, allora dimmi cosa devo fare», riprende Vicky.
«Impostiamo un altro orario e un altro luogo.»
«Ok. Cosa inserisco?»
«Budapest – 29 maggio 2026 – ore 00.00»
«È nel futuro», obietta Andy. «Non possiamo avventurarci nel domani.»
«È il luogo della finale della Champions League che si giocherà il 30 maggio», gli fa eco Andrea.
«Proprio così», ammette Bifra. «Noi arriveremo il giorno prima, che è il quarantunesimo anniversario della strage dell’Heysel. E sarà a Budapest che distruggeremo la Coppa per sempr…»
Ma non fa in tempo a finire la parola che una voce lo interrompe.
«Ciao Victor!»
«Chi è?»
«Ciao Jeff. Cos’è successo?», interviene Vicky.
«I tifosi della Juventus mi hanno preso a calci e mi hanno picchiato con i bastoni.»
«Jeff, scusa, abbiamo bisogno di te, puoi aiutarci?», gli chiede Bifra.
«Va bene, dimmi.»
«Ci prenderemo la maledetta Coppa dei Campioni, la distruggeremo, è un trofeo malvagio.
Potresti occuparti della sicurezza?»
«Per quanto tempo?»
«Il più a lungo possibile.»
«Ci proverò.»
«Grazie, Jeff. Che Dio ti benedica.»
Andiamo ragazzi, la stanza della Coppa è proprio qui davanti.»
Senza dare nell’occhio Andy e Andrea, seguiti da Vicky, aprono la porta, intanto il delegato Uefa presidia la soglia che dà sul campo, sotto le tribune. Vicky afferra la Coppa e si precipita nel minivan oltre il cumulo di macerie. Andy e Andrea gli vanno dietro, mentre Jeff, ancora barcollante per le percosse, socchiude la porta. Il fischio liberatorio dell’arbitro svizzero Daina fende l’aria decretando la fine di quella partita surreale. Nessuno si è accorto del nevrotico gesto di stizza del delegato Uefa Runther Schneider quando vede che la Coppa non c’è più.
Un lampo rischiara la notte di Bruxelles. Ancora una volta il minivan si smaterializza e con esso il trofeo.
Ginevra, 1° marzo 2026
Gli addetti alla sicurezza del CERN hanno fermato i due uomini della Croce Rossa: a richiamare l’attenzione era stato il loro fare insolitamente circospetto. Alla perquisizione vengono trovati in possesso di badge d’ingresso ad aree riservate a ingegneri specializzati, di conseguenza sono portati al posto di guardia della Gendarmeria elvetica per accertamenti.
Li interroga il gendarme Pierrot.
«Signori Jean e Jean-Pierre, come la mettiamo con questa introduzione in zone top secret? Sono state rilevate due anomalie ai sistemi interni della Time Line. Cosa avete da dire a vostra discolpa?»
«Stavamo svolgendo il nostro consueto servizio di accompagnamento ai visitatori», risponde Jean, «quando abbiamo riscontrato le anomalie. Per allontanarci più in fretta dai locali abbiamo pensato di utilizzare l’ascensore, ma non era in funzione, così siamo stati costretti a scendere per la scala d’emergenza, impiegando più del dovuto. Infine siamo sbucati nello spiazzo dove ci avete visti».
«Finiamola con queste cialtronate!», li apostrofa il gendarme Pierrot. «Per ora siete sospesi dal servizio, lasciate qui i vostri tesserini. Vi farò portare nella prigione di Champs-Dollon e domani valuteremo se ci saranno conseguenze più gravi.»
Intanto Jean sussurra a Jean-Pierre: «Faxy mi ha inviato un messaggio: l’esperimento è fallito, il minivan è distrutto e dei nostri amici non si hanno più notizie. E noi rischiamo l’arresto».
«Non ti preoccupare», gli risponde il collega, «da qualche parte saranno pur finiti. Non sono morti, stanne certo.»
Budapest, 29 maggio 2026 – ore 00:00
Collina di Buda: il minivan prende forma dietro il Castello che dall’alto domina metà della capitale ungherese. L’altra metà, Pest, è in basso, là dove il Danubio scorre placido. Come emersi da un lungo sonno, i quattro amici escono a passi malcerti dal mezzo, con i sensi ravvivati da una leggera brezza.
«Siamo nel giorno del quarantunesimo anniversario della tragedia dell’Heysel», commenta Bifra. «La Coppa è ancora integra, ma è venuta l’ora di disfarcene. Per l’energia che si è accumulata questo è il momento propizio: domani si giocherà la finale della Champions League alla Puskas Arena. Gli eventi non potranno che essere dalla nostra parte e noi saremo pronti a sfruttarli. All’Öntödei Múzeum c’è ancora una vecchia fonderia della famiglia Ganz. È quello che fa per noi, ma non possiamo andarci subito. Ora il museo è chiuso e quando sorgerà il sole sarà quasi impossibile attraversare la città: le tifoserie delle due squadre faranno di tutto per impossessarsi del centro storico.»
«Dobbiamo escogitare qualcos’altro per distruggerla», mormora Andrea in un misto di tensione e inquietudine.
«Mi è venuta un’idea», azzarda Vicky.
«Parla! Quale gioco di prestigio tirerai fuori dal cappello?», chiede Andrea con tono ironico.
«La Coppa che abbiamo portato via non è quella per le foto di rito al termine della gara, bensì un’altra. È la copia che viene consegnata alla società e non è composta di solo argento, ma di una lega mista che fonde a temperature molto più basse.»
«Vicky, vieni al dunque», lo sollecitano i tre.
«Se mettiamo in moto il minivan e lasciamo la Coppa a terra, il calore sprigionato dal motore la farà liquefare.»
«Ricordati», aggiunge Andy «che al momento dell’accensione avremo già impostato il luogo di ritorno.»
«È vero», dice Andrea. «Chi potrà verificare che la Coppa è stata distrutta se partiamo tutti insieme?»
«Resterò io qui», li rassicura Bifra. «L’idea è stata mia e sarò io a portarla a termine. In qualche modo riuscirò a fare ritorno a Torino.»
«Ehi, guardate laggiù», grida Vicky. «Sta sorgendo il sole e i raggi illuminano la facciata del Castello come se fosse un enorme specchio.»
«Dobbiamo sbrigarci, sono quasi le cinque…», ribatte Andy, ma Bifra lo interrompe.
«Andy, tuo cugino Faxy mi ha mandato un messaggio. J & JP sono stati sospesi dal servizio per quanto è accaduto ieri a Ginevra. Ora sono nella prigione di Champs-Dollon. Intanto voi salite sul minivan, ci penserò io a impostare l’ora per il ritorno. Faxy vi raggiungerà a Caselle, poi andrete a casa sua. Io mi terrò in contatto con lui per farmi guidare nella mia due giorni ungherese.»
Tace per qualche istante poi esclama: «Ci rivedremo tutti al mio rientro!». E abbraccia forte i compagni di avventura.
«Grazie di cuore», rispondono i tre, «hai rimesso le cose al loro posto.»
«Me lo auguro», dice Bifra emozionato. «L’ho fatto perché in quella squadra, quando ero bambino, sognavo di giocarci e i sogni non muoiono mai. Il 29 maggio avrei dovuto esserci anch’io allo stadio, ma quell’anno a scuola non andavo per niente bene, a giugno poi fui bocciato, e i miei mi negarono la trasferta a Bruxelles. Quando fermarsi è un segno del destino!»
I tre salgono a bordo del minivan, chiudono il portello e il motore emette un suono sordo rilasciando un refolo di gas ad altissima temperatura. Qualche istante dopo Bifra si accorge che la Coppa si è trasformata in una pozza di liquido ribollente.
«Sì!!», urla a pieni polmoni, mentre in lontananza si ode il fruscio dei cavi della funivia di nuovo in moto nella sua spola quotidiana tra la collina di Buda e la pianura di Pest.
«Faxy», esclama Bifra, «è finita, la Coppa non c’è più, è stata distrutta.»
«Fantastico», risponde l’amico, «ma abbiamo un problema: se non riusciamo a riportare al CERN il minivan, J & JP subiranno un processo e saranno condannati per spionaggio.»
«Come?», chiede incredulo Bifra. «Spionaggio?! Hanno solo accompagnato un gruppo di visitatori… Non possono pagare per tutti.»
«C’è dell’altro. Anche voi quattro siete indagati: le telecamere interne vi hanno ripreso mentre vi siete introdotti nella stanza della Time Line.»
«Cosa mi consigli di fare?»
«Gli altri dove sono?»
«Sono già ripartiti, in giornata saranno a Caselle.»
«Ok. Bisogna ritornare al CERN. J & JP sono in una cella di sicurezza nel carcere di Champs-Dollon, abbiamo tempo fino alle 20 per rimettere tutto a posto e posizionare il minivan dov’era. Io vado a Caselle a prendere Andy, Vicky e Andrea: devono proseguire in direzione di Ginevra, destinazione CERN.»
«Invece io ho bisogno di distrarmi un po’. Farò un giro qui a Budapest come un turista qualsiasi…»
Ginevra, 29 maggio 2026, esterno giorno
Il telefono della prigione di Champs-Dollon squilla impazzito. Il gendarme Pierrot risponde e sente dall’altro capo una voce asettica.
«Qui la direzione del CERN. I signori Jean e Jean-Pierre devono essere rimessi in libertà, è stata pagata una cauzione. Non dovranno subire alcun processo, pertanto nei prossimi giorni saranno reintegrati tra il personale dell’istituto. A loro verrà inoltrata solo una lettera di richiamo.»
«Lo comunicherò agli interessati in seduta stante», risponde laconico Pierrot. E poco dopo, rivolto ai due ospiti: «Signori Agneaux e Boni, siete liberi. In strada c’è un taxi che vi attende per riportarvi alle vostre abitazioni».
«Liberi?», chiedono i due.
«Liberi. È stata pagata una cauzione, l’ha comunicato il CERN. Per il resto, non so altro.»
«Pagata da chi?», insiste JP.
«Ho sentito dire una certa famiglia Casula», dice il Gendarme.
«Casula? Non la conosciamo. Certo che ultimamente ne stanno accadendo di cose strane.»
Budapest, 30 maggio 2026 – ore 23:30
Da pochi minuti si è conclusa la finale di Champions League. In mezzo al campo, in posa per le foto, i vertici Uefa e la Federazione Calcio Ungherese stanno per consegnare la Coppa al capitano della squadra trionfante.
All’improvviso un sibilo fende l’atmosfera e tutte le luci della Puskas Arena lampeggiano. I due maxischermi in corrispondenza delle curve smettono di funzionare e l’intero stadio piomba in un’oscurità da brivido. Gli spettatori assiepati sugli spalti iniziano a urlare, nessuno riesce più a muoversi, irrigiditi dalla paura. Dopo alcuni interminabili minuti, i maxischermi si riaccendono e compare la scritta:
NON È MAI TROPPO TARDI
in inglese, francese, tedesco, spagnolo, ungherese. Lo stadio ammutolisce davanti a quel prodigio inatteso e la premiazione perde quasi d’interesse. Ormai anche i giocatori e i dirigenti hanno gli occhi puntati in alto. Poi una leggera coltre di nebbia fa da apripista a una cascata di piume bianche mentre sui maxischermi comincia a scorrere una sequenza di nomi che sembra non avere fine.
ACERRA ROCCO – BALLI BRUNO – BRUSCHERA GIANCARLO – CASULA ANDREA – CASULA GIOVANNI – CERULLO NINO – CONTI GIUSEPPINA – FABBRO DIONISIO – GAGLIANO EUGENIO – GALLI FRANCESCO – GONNELLI GIANCARLO – GUARINI ALBERTO – LANDINI GIOVACCHINO – LORENTINI ROBERTO – LUSCI BARBARA – MARTELLI FRANCO – MASTROIACO GIANNI – MAZZINO SERGIO – MESSORE LORIS – PAPALUCA LUCIANO – PIDONE LUIGI – PISTOLATO BENITO – RAGAZZI DOMENICO – RAGNANESE ANTONIO – RONCHI MARIO – RUSSO DOMENICO – SALVI TARCISIO – SARTO GIANFRANCO – SPANU MARIO – SPOLAORE GIUSEPPE – VENTURIN TARCISIO – ZAVARONI CLAUDIO – BOS ALFONS – CHIELENS WILLY – DAENICKY DIRK – FRANCOIS JACQUES – RADCLIFFE PATRICK – ROBERT CLAUDE – WALLA JEAN MICHEL.
Gli altoparlanti diffondono un coro di voci: «Eravamo all’Heysel quarantun anni fa e non abbiamo potuto assistere alla partita. Tanti hanno festeggiato senza pensare alla sofferenza di chi è rimasto. Esibire quella Coppa come un trofeo di vittoria ci ha fatto soffrire».
Ora tutto è tornato al suo posto. Tutto è tornato com’era.
Torino, 2 giugno 2026, J Museum
La fila dei visitatori che nei giorni di festa varca la soglia del museo oggi è quasi triplicata. Pare irrequieta e rumorosa, si vocifera di una grande novità nel Tempio dei Trofei.
«Ehi, Bifra, dunque ce l’hai fatta!»
«Ohi, Fury… Grazie per l’articolo sulla pagina della Sala della Memoria, il Museo virtuale multimediale che commemora l’Heysel.»
«Be’, te lo sei meritato.»
Con l’aiuto degli amici Bifra aveva contattato i parenti delle vittime, ma nemmeno lui sapeva cosa avrebbero visto nel Tempio dei Trofei che è come un viaggio a ritroso nella storia bianconera. Sullo sfondo il Led wall continua a proiettare immagini di vittorie, ma quando giunge l’ora di ricordare la notte dell’Heysel, la sala cala nell’oscurità. Il led si spegne e sul muro si legge «NON assegnato» con i nomi delle trentanove vittime e la scritta:
NON CAMMINERETE MAI SOLI
Unanime il moto di riconoscenza verso un gesto atteso da oltre quarant’anni, anche se nessuno, in verità, potrà mai sapere chi sono gli artefici dell’impresa.
![]()