Premio Racconti nella Rete 2026 “Pisechi” di Mattia Falco
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Giacomo Pisechi aveva trentacinque anni. Da quando la madre era morta lo scorso anno viveva da solo in quella grande casa, l’unica che avesse mai abitato. Era al settimo piano di un antico palazzo di periferia, e finché la madre di Pisechi era stata in salute era stata tenuta ordinata e pulita come un gioiello, come se aspettassero sempre visite da un qualche principe. Ogni giorno lei spolverava, lavava a terra, puliva tutti i vetri, i sanitari sempre lucidissimi; c’era sempre un odore di bucato appena fatto e di rosa selvatica o di un qualche dolce, soprattutto cioccolato o vaniglia; se c’era un segno qualsiasi sul muro lo faceva coprire immediatamente, non c’erano mai piatti accumulati da un pasto precedente, non lasciava mai niente fuori dal posto che aveva scelto.
Ma nessuno era mai andato a trovarli, tranne i medici, e a quel punto il disordine e lo sporco, senza la cura costante e maniacale della signora, avevano iniziato a prendere il sopravvento sulle cose. La polvere aveva pian piano iniziato a ricoprire tutti gli oggetti, inutili, che la madre aveva accumulato nel corso della sua vita: statuine senza valore, bomboniere di battesimi di bambini che ormai erano adulti, foto di persone decedute, quadri di poca bellezza ingialliti. Tutto richiamava al passato, ma per quella casa non si poteva usare il costrutto grammaticale “sembrava che il tempo si fosse fermato”: lì i segni del tempo erano giorno dopo giorno più chiari, il tempo scorreva inesorabile e lasciava segni precisi e violenti, seppur lentamente, subdoli. Pisechi negli ultimi cinque anni non era stato solo svogliato, pigro e negligente nelle pulizie, ma aveva dovuto fare da infermiere per la madre, ogni giorno più invalida. Sin da ragazzo aveva lavorato come parcheggiatore in un garage sotto casa, lavoro che gli occupava poco la mente e perciò non aveva mai abbandonato nonostante gli esigui guadagni. L’ambiente del garage era un ambiente sporco, virile, puzzolente, così diverso da lui, così gracile, che si muoveva sempre delicatamente, con movenze quasi femminili, forse per imitazione, perché aveva sempre e solo vissuto con sua madre.
Questa sua femminilità, questa sua grazia, stonava però col suo aspetto: era bassino e magrissimo, portava lunghi capelli neri e un’altrettanto lunga barba, aveva orecchie leggermente a punta ed un naso un po’ più lungo di quanto dovrebbe essere, gli occhi neri e troppo vicini, il viso cavallino ed una carnagione giallastra. Sua madre invece era bellissima, veniva da una famiglia ricca caduta in disgrazia poco dopo la sua nascita, e l’unica cosa che le avevano lasciato era la casa in cui Pisechi era adesso. Non era molto alta, era bionda, gli occhi verdi, una pelle liscissima e bianchissima. Portava con grazia e fierezza i segni della vecchiaia, almeno finché stava bene. Con le malattie neurodegenerative ci fai poco. Perse sempre di più il controllo dei suoi movimenti e dei suoi pensieri, fino a che non poté più alzarsi dal letto, quel letto in cui Pisechi aveva dormito tanti anni insieme a lei per un’infantile paura del buio, e che da suo rifugio era diventata il simbolo della morte imminente della donna. Quando la madre ebbe i primi segni di cedimento fisico, Pisechi lasciò il lavoro ed iniziò esclusivamente ad occuparsi della donna. Osservando i movimenti delle infermiere aveva imparato a fare tutto come andava fatto. Quando c’era bisogno di lavarla lui le passava dolcemente sul corpo una spugna umida, le passava un sapone delicato e poi la risciacquava.
Si era segnato tutte le medicine e gli orari in cui doveva somministrargliele, senza mai dimenticarsene una volta. La sera si stendeva vicino a lei e le accarezzava dolcemente il viso, finché la madre non si addormentava anche con la mente, che quel corpo ormai inutile lo era da tempo. Sentiva di far parte del ciclo della vita mentre faceva queste operazioni. I soldi non erano pochissimi: il ragazzo aveva accumulato in tredici anni di lavoro parecchio denaro che non aveva mai utilizzato, poiché non avendo praticamente amici o conoscenti, non aveva avuto ragione di spenderli, ma d’altro canto non erano nemmeno abbastanza da mettere la donna in una struttura privata, nemmeno se non avesse lasciato il lavoro. Aveva molto amato la madre, non voleva vederla finire da sola in un istituto anonimo, senza di lui. Loro due erano sempre stati una cosa sola, la loro struttura familiare si reggeva su loro e basta. Pisechi non aveva mai avuto interesse nelle donne, o negli uomini, voleva solo poter fare contenta la madre, e per farlo gli serviva semplicemente la sua presenza; non che la donna gli avesse mai fatto pressioni per non fargli avere una vita sua, ma nemmeno lo aveva mai spinto a vivere, a realizzarsi. A loro due bastava guardare un programma stupido alla televisione la sera, mangiando sul divano con un piccolo tavolinetto davanti, troppo basso e che li costringeva ad assumere una posizione curva. Il tavolo nella sala da pranzo forse non era mai stato utilizzato, o almeno non da quando Pisechi aveva memoria. Ora il ragazzo era steso sul letto, guardava il soffitto che piano piano aveva iniziato ad ammuffire, e pensava accarezzandosi la barba. La camera era quella che era stata della madre. Dal letto non aveva mai cambiato le lenzuola da quando la donna non c’era più.
La spazzatura aveva iniziato a diventare parte dell’arredamento, cumuli di vaschette di alluminio da cui aveva ingurgitato pasti precotti contrastavano sempre meno con quella che era stata la pulizia maniacale della casa. Bussarono alla porta e si fece consegnare la spesa dallo stesso ragazzo che vedeva una volta alla settimana, non si rivolgevano la parola, gli dava due euro di mancia e si salutavano accennando lievemente un gesto col capo. Pisechi lo sapeva di apparire assai strano dal di fuori, si guardava allo specchio e non ricordava più come fosse il suo volto, così ricoperto di barba e capelli. Sapeva di essere brutto e di non avere un odore gradevole. Faceva la lavatrice sì e no una volta ogni due mesi, e con la stessa frequenza si faceva una doccia. Si sentiva strano anche dal di dentro. Non aveva interessi. Sapeva lui stesso che questo non era il modo di vivere una vita felice, ma non sapeva fare altro. Non riusciva più ad avere una conversazione con un essere umano, e già da prima era stato molto silenzioso, anche quando era a lavorare. Il suo capo, che conosceva lui e la madre da moltissimi anni, aveva provato più volte a convincerlo ad uscire di casa, a tornare a lavoro, a prendere un caffè, qualsiasi cosa, ma Pisechi era irremovibile, ogni occasione sociale lo faceva sentire a disagio. Anche quelle visite, poi, erano inevitabilmente finite, ed il ragazzo del supermercato era l’unica altra persona che vedeva, senza contare quelle alla televisione. Aveva continuato ogni sera a cenare sul divano e a guardare lo stesso quiz in tv, di cui non conosceva quasi mai le risposte.
Ogni tanto si affacciava alla finestra e guardava il traffico e la mole di persone che si spostava, immaginava di essere uno di loro: il ragazzino che correva con lo zaino sulle spalle per non arrivare tardi a scuola, la ragazza con la gonna corta color salmone che lenta si fermava davanti alle vetrine, l’uomo vestito elegante col telefono all’orecchio, la signora sovrappeso che andava a fare la spesa. Ognuno di loro rappresentava un universo a sé, un universo che non avrebbe mai esplorato. Si chiedeva perché tutti gli altri avessero così tanta fretta, così tante voglie, così tanti bisogni; si sforzava di capire e ad immedesimarsi per cercare una motivazione al suo respirare, ma niente, chiudeva la tenda, si mangiava il suo pasto riscaldato al microonde e si stendeva su quelle lenzuola che avevano visto esalare l’ultimo respiro all’unica persona che avesse mai amato. Pisechi era cosciente che gli altri avrebbero potuto considerare morboso il loro rapporto, e forse lo era; sapeva che la madre aveva condizionato tutta la sua vita, e lo faceva anche adesso da morta. Aveva passato gli anni della scuola dell’obbligo pressoché in silenzio. Si era escluso anche dal gruppo dei non integrati, di quelli un po’ più strani. Aveva provato a non emarginarsi del tutto ad un certo punto, aveva provato ad uscire facendo uno sforzo per lui sovrumano, ma il suo silenzio e la sua voglia di scappare avevano creato solo imbarazzo a sé stesso e alle persone che lo circondavano.
Da quel momento aveva smesso del tutto di avere rapporti sociali, o anche di provarci. Quella sera mangiò con le mani una fetta di lasagna che aveva riscaldato nel microonde e si stese sul letto. Era una sera come tante, uguale a tutte le altre. Ma non prese sonno. Erano giorni che continuava a pensare a cosa dovesse fare. I soldi erano praticamente finiti, non pagava le bollette da due mesi, e non aveva nessuna intenzione di tornare a lavorare. Osservò così tanto le macchie di muffa sul soffitto che nel breve momento che divide la veglia dal sonno, un sonno che poi non si concretizzò, le macchie presero vita, si riassemblavano in volti mostruosi che gli ricordavano la madre, lo chiamavano con violenza “Giacomo! Giacomo!” con l’unica voce che ricordava. Si alzò, bevve direttamente dal rubinetto della cucina, e rimase a guardare lo sporco accumulato nel lavandino. Sul mobile vicino al piano cottura c’era ancora un posacenere con un mozzicone di sigaretta lasciato dalla madre. Lui non aveva mai fumato né bevuto, nemmeno i vizi riusciva a comprendere.
Erano le quattro del mattino, ma lui non lo sapeva, non guardava quasi mai l’orologio. Si affacciò alla sua finestra e guardò la città addormentata, illuminata solo di un arancione artificiale. Immaginò di essere l’unico essere vivente al mondo, di scendere per strada e di esserne il padrone. Avrebbe potuto finalmente percorrere quelle vie in solitudine, spogliandosi dei vestiti che aveva addosso. Avrebbe potuto dormire dove voleva, all’aperto, lontano da quella casa che era diventata una camera mortuaria. Libero, sì, finalmente libero. Sentì un improvviso bisogno di quella libertà che da solo si era imposto di non avere, e come se niente fosse aprì la finestra e si buttò di sotto. Mentre cadeva, una matassa ingarbugliata di pensieri lunghi e complessi si formarono nella sua mente, una matassa che se fosse stata sciolta avrebbe potuto fare il giro della città intera.
Un ricordo gli tornò alla mente più forte degli altri. Era bambino, avrà avuto sì e no sette anni, era al parco e stringeva la mano alla madre. Lei era ancora in forma, biondissima e bellissima, sembrava una gigante ai suoi occhi così giovani. Sentiva il sudore della mano della donna mischiarsi col suo. Era una giornata molto calda, era probabilmente estate. Loro due passeggiavano finché la madre non trovò un alberello ombreggiato sotto cui si posarono. La madre prese dalla borsa due panini e dell’acqua e si misero a mangiare. Era raro che uscissero, e quella a Pisechi sembrava un’avventura. Finito il pasto abbracciò la madre e con il sole che gli bagnava il viso le disse “Mamma, staremo sempre insieme, vero?”.
Un sorriso si fece largo sul volto dell’uomo che ora cadeva, e sarebbe uscita anche una lacrima se ci fosse stato il tempo, ma ormai il suolo era vicino. Chi lo conosceva, chi lo aveva conosciuto, non si sarebbe sorpreso troppo a vederlo a terra la mattina dopo. Nel momento in cui ci fu l’impatto il sorriso era ancora pieno sul viso di Giacomo, si sarebbe potuto dire quasi che era felice, sì. Finalmente libero.
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