Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Storta va, deritta vene” di Massimiliano Romitelli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026


È mattina presto, il cellulare illumina l’abitacolo della minicar. Guardo un film su Netflix,
non voglio parlare con quella stronza di mia sorella.
«Beh, che c’è?» mi chiede lei a un certo punto, decidendo di rompere la sacca amniotica
del mio rodimento.
«Lo sai» le rispondo.
«Non è colpa mia se papà è finito all’ospedale.»
«E per questo dovrei andare al funerale di un’estranea?»
«È pur sempre tua nonna»
«Nostra nonna. Potevi andarci tu, visto che almeno da piccola l’hai conosciuta.»
«Ascolta, ho sgobbato come una schiava per mettere la mia firma sulla ricerca di
Marinelli. Col cavolo che oggi mi perdo la convention.»
«Ma fammi il piacere! Lo sanno tutti che hai fatto carriera in Farmacologia perché te la
fai col professore!»
Mia sorella inchioda l’auto. «Scendi!» mi ordina, spingendomi praticamente fuori.
«Vigliacca! Vuoi mollarmi qui?»
«Siamo arrivati, cretino» ribatte lei. «Laggiù c’è la stazione Termini. Corri, il treno parte
tra dieci minuti.»
Agguanto lo zaino dal sedile posteriore, ma prima di sfilarmi dall’abitacolo, Elvira mi
blocca per un braccio.
«E fammi il favore, lascia questo a zia Addolorata. Non sai quanto l’ha cercato, mi ha
chiamata apposta ieri al telefono. Per fortuna ne avevo una copia.»
Mi porge un libro, rivestito di carta multicolore per non rovinare la copertina. Sarà una
delle pubblicazioni a cui ha collaborato. Non fa che vantarsene e propinarle a tutti, amici
e parenti.
«Come no» le rispondo mentre infilo tra le pagine i biglietti del viaggio e scatto verso la
stazione. «Zia Addolorata non vedeva l’ora di leggere la tua ricerca!»
Mia sorella mi urla dietro qualcosa, che a causa del traffico di Piazza dei Cinquecento,
non capisco. Ma posso immaginare.
Prendo il treno per un pelo, appena salgo le porte si chiudono dietro le mie terga. Mi
fermo un momento a riprendere fiato, ho corso come un dannato. Quando torno in me,
attraverso il convoglio alla ricerca del 23B, il posto riportato sul biglietto d’andata. Lo
trovo all’ultima carrozza, che è completamente deserta, a parte un unico passeggero.
Seduto proprio al 23B. Potrei mettermi da qualsiasi altra parte, ma è una questione di
principio. Mi avvicino alle sue spalle e dico, «Scusi, qui ci sarei io.»
Il passeggero si volta verso di me. Anzi, la passeggera. Un’apparizione divina.
«Mi spiace, ora mi sposto» dice, spostandosi sul sedile accanto.
Accento partenopeo, mia coetanea, sulla ventina. Capelli scuri e mossi, raccolti dietro la
testa, il viso incorniciato da due riccioli che le scendono lungo le guance come rotelle di
liquirizia. Gli occhi, gocce di mare.
Nemmeno il tempo di accomodarmi che arriva il controllore: “Titolo di viaggio, prego.»
La ragazza fruga nella borsetta, io recupero la pubblicazione di mia sorella. Mentre porgo
il biglietto all’uomo in divisa, il libro mi cade dalle ginocchia e carambola a terra. Quando
faccio per raccoglierlo, mi accorgo che ci ha già pensato l’apparizione divina. Infatti,
adesso, lo sta sfogliando incuriosita.
«Posso dargli un’occhiata?» mi domanda.
Prego. Se anche mi chiedesse una verticale con spaccata, l’accontenterei seduta stante. In
effetti sembra molto assorta nella lettura. Una volta tanto gli studi di mia sorella possono
tornarmi utili. Indicandole il volume, le chiedo, «Ti interessa l’ambito farmaceutico?»
Lei alza gli occhi divertita e fa «Non tanto, ma questo è interessante.»
«In effetti ho fatto ricerche sul campo per anni per arrivare al… risultato che vedi!» Spero
che le basti, perché non ho davvero idea di cosa tratti la pubblicazione e, se anche l’avessi,
di sicuro non saprei parlarne. Per fortuna, l’apparizione non mi chiede altro.
«Complimenti. Onestamente è uno dei migliori testi in circolazione sull’argomento.»
«Beh, sai… Ne sto scrivendo un altro. Se sei così appassionata, potrei fartelo leggere in
anteprima, una volta finito.»
«Certo, ne sarei onorata» mi risponde, stavolta proprio ridendo.
Mi rendo conto solo adesso che ancora non ci siamo presentati, così tendo la mano. “Io
sono Alessio.»
«Piacere, Carmela»
Entriamo subito in sintonia e cominciamo a chiacchierare.
«Vieni a visitare Napoli?» mi chiede.
«No, in realtà sto andando al funerale di mia nonna.»
«Gesù, mi dispiace. E di cosa è morta, se posso chiederti?»
«Boh! Di vecchiaia, credo. Non l’ho mai conosciuta. Mio padre ha interrotto i contatti
con lei che non ero ancora nato.»
«E non ti vedi nemmeno con gli altri parenti napoletani?»
«Purtroppo no. Ci sentiamo ogni tanto al telefono, ma per il resto papà ha tagliato i ponti
con tutti. Quando ha saputo di nonna, però, non ha mangiato per due giorni. Era pronto a
partire ‘per dare l’ultimo saluto a mammà’, ma giusto ieri sera gli è tornata la fame e si è
sbafato un chilo buono di impepata di cozze. Due ore dopo era ricoverato all’ospedale per
una colica renale. E quindi eccomi qui.»
Proseguiamo a chiacchierare e senza rendermene conto ecco che arriviamo a Napoli
Centrale. Il treno si fermerà soltanto per pochi minuti, deve ripartire per Salerno. Io e
Carmela ci affrettiamo ad ammucchiare le nostre cose scendiamo al volo.
Sulla banchina, mentre ciascuno recupera i propri bagagli, mi chiede, «Hai qualcuno che
ti viene a prendere?»
«No, vado a cercarmi un taxi.»
«Ma stai scherzando? Vieni cu nuje!» Mi prende per mano e mi strascina verso l’uscita.
All’ingresso l’aspettano i genitori, baci e abbracci a non finire. Poi Carmela mi presenta.
«Questo è Alessio. Deve andare o’ funerale rà a nonna!»
«Gesù, mi dispiace. E di cosa è morta, se posso chiedervi?» fa lui, ripetendo la stessa
identica domanda della figlia. Inizio a raccontare di nuovo tutta la solfa.
«E come si chiamava vostra nonna?» domanda ancora quando ho finito.
«Maria» rispondo. Almeno questo lo so. E so anche l’indirizzo, lo ripeto a memoria senza
dover cercare il bigliettino che mi ha scritto mio padre. «Abita in via Toledo, Quartieri
Spagnoli.»
«Maria dei Quartieri Spagnoli? A’ moneca?» trasecola la madre, che ancora non aveva
aperto bocca. «Uh, povera donna. Sì, sì, la conosciamo. Abitiamo ai Quartieri pure noi.
V’accompagniamo nuje, venite.»
Il viaggio è breve, ma include tutto il repertorio del traffico napoletano: niente cinture di
sicurezza, autoradio a palla, bruciamo un paio di semafori rossi e quando arriviamo,
parcheggiamo in terza fila. I posti in seconda erano già tutti occupati.
«Guagliò simm’ arrivati.»
Vedo Carmela che si morde le labbra ed esito a scendere dalla macchina. Vorrei chiederle
il numero di telefono, ma il padre strilla, «Oè, facimm’ ampress, song arrivàt e’ vigili.»
Perdo l’attimo e così io e Carmela ci scambiamo un saluto frettoloso. Mi sento morire
dentro, perché so che non ci rivedremo mai più. Volto le spalle a quella che poteva essere
la donna della mia vita e mi avvio a passi incerti per la strada. Dopo qualche metro noto
sulla sinistra un portone addobbato con veli neri. Non ci vuole la laurea di mia sorella per
capire che la casa è questa. Entro nell’androne e comincio a salire le scale, sature di un
afrore d’incenso misto a friarielli. E più salgo e più si intensifica. Quando arrivo al
secondo piano non si respira quasi più dall’odore di fritto. Noto una porta aperta da cui
giungono bisbigli e pianti sommessi e so che sono arrivato. Attraverso la soglia e mi
ritrovo in una casa immersa nel buio.
«Permesso?» Mi viene incontro una donna di una certa età.
«Venite, venite. Io sono Assuntina la vicina di Maria.»
«Alessio.» Vorrei aggiungere che sono il nipote della defunta, ma la donna non me ne dà
il tempo. Si volta e mi fa cenno di seguirla.
Percorriamo un lungo corridoio fino a un doppio salone illuminato da moccoli e candele,
stipato di persone. Sparsi qua e là, capannelli di individui che parlottano tra loro con aria
grave. Parenti o conoscenti della morta. Qualcuno accenna un saluto, ma per lo più restano
indifferenti alla mia presenza, continuando a fumare e a sorseggiare caffè.
Accediamo alla camera ardente, una stanza ancora più buia del resto della casa, a parte
quattro grossi ceri attorno a una cassa da morto, appoggiata alle estremità su due sedie
imbottite che la sospendono da terra. Non c’è nessuno a fare compagnia alla morta, tranne
un bambino sugli undici anni accucciato nello spazio libero sotto la bara, che si sta
sbafando una sfogliatella riccia. Quando vede che lo sto guardando, mi fa un gesto con le
mani come a dire: “Che vuò?”.
«Avvicinatevi,» dice Assuntina, «ché Maria ha piacere a vedervi.» Ne dubito, visto che
in tutti questi anni non ha mai voluto vedere neanche il figlio, ma sono già stato trascinato
accanto alla bara. «Marì, avete visto chi è venuto?» fa a mia nonna. «Questo bello
guaglione. Siete contenta?» E poi, rivolta a me, «Datelle nu vas.»
Rimango impietrito, non ho mai avuto il desiderio di baciarla da viva, figuriamoci da
morta. Da vicino poi, noto che ha un porro enorme sotto la narice destra, sembra un
cicciolo di maiale. Mi inchino mimando il gesto con le labbra, ma senza toccarla.
Assuntina apprezza comunque. «Venite a prendervi qualcosa» mi dice.
Quando torniamo in salone capisco perché la stanza sia strapiena di gente e la camera
ardente vuota. Sulla parete in fondo è stato allestito un tavolo che straborda di frittatine
di pasta, cuoppi fritti, babà, pastiere, parmigiana di melanzane, pizza farcita in ogni modo
possibile e una pentola colma di pasta e patate, mantenuta calda da una piastra elettrica.
E ovviamente un’imponente piramide di sfogliatelle ricce.
Mi siedo accanto al banchetto insieme ad altri sconosciuti.
«Ténete, mangiate nu poco pe’ fa fesso ‘o stommaco!» mi dice Assuntina prima di sedersi
accanto a me, appoggiandomi sulle ginocchia un vassoio così carico di cibo che potrebbe
sfamarmi per una settimana. Solo che io non ho fame, sono frastornato e un po’ giù di
morale. Osservo le persone intorno a me che si scambiano ricordi e aneddoti sulla defunta,
e mi rendo conto che a casa di mia nonna l’unico estraneo sono io. Non so nemmeno che
faccia abbiano i miei parenti… Zia Addolorata! Stavo dimenticando di lasciarle il libro!
Chiedo ad Assuntina se può indicarmi la sorella della defunta mentre ravano nello zaino
per cercare la pubblicazione di Elvira
«Non la saccio, mi dispiace, vado a chiedere.»
Torna dopo cinque minuti per dirmi che nessuno l’ha mai vista né sentita. «Strano che la
sorella di Maria a’ moneca non la conosce nessuno!» commenta mortificata.
Certo, strano è strano, ma è meglio così, perché mi rendo conto che il libro nello zaino
non c’è, devo averlo dimenticato sul treno.
Assuntina tira fuori da una tasca un ricordino funebre. «Tenéte, è la figurina di Maria,»
mi fa porgendomi la foto mentre si asciuga una lacrima con l’angolo del fazzoletto. Nella
foto nonna è venuta proprio bene. È seduta su una poltrona con il rosario stretto tra le
mani giunte. Il grosso porro sotto la narice spicca al centro dell’inquadratura.
«Toglietemi una curiosità,» le domando «ma perché la chiamavano a’ moneca? Era così
devota alla chiesa?»
Assuntina ora ride. «Alla chiesa, sì. Ma era assai più devota al parroco.»
Cado dal pero. «Scusi, in che senso?»
«Eh, in che senso… Non sta bene dirlo,» inizia a sussurrare lei, «ma Maria se ne stava
più in parrocchia che alla casa. Il marito era sempre per mare. Così essa, per abbuscare
qualche soldo, andava a governare da Don Pasquale. Lava oggi, spolvera domani e…»
Mi guarda con un sorriso malizioso.
«E?» la incalzo.
«E Maria s’è ritrovata co’ ’na panza tanta!»
«No!»
«Sì!»
«No!»
«Sì! Lo giuro sulla tomba di mio marito, buonanima. Maria ha avuto ‘na criatura che era
tale e quale a o parroco! Ai Quartieri lo sapevano tutti, ci fu uno scandalo grosso. Lo
sapeva puro o ’uaglione. Quando s’è fatto gruosso, se n’è juto da Napoli per la vergogna
e non ha voluto più sapere niente della madre.»
Sono sconvolto.
Innocentina sospira. «Speravo che almeno da morta o ‘uaglione la volesse rivedere…»
È così, lo so per certo, ma a lei non dirò più un bel niente. Col cavolo che le spiattello che
sono il nipote di Don Pasquale. Comunque il discorso cade, perché nella stanza entrano
quattro uomini vestiti di nero e Assuntina si alza per andargli incontro. Sono quelli
dell’agenzia funebre. Entrano spediti nella camera ardente ed escono dopo un minuto
trasportando la bara. Al suo passaggio i presenti si scansano facendosi il segno della
croce. Molti la toccano per un ultimo saluto. Piano piano cominciano tutti ad accodarsi al
feretro e anch’io faccio lo stesso. Ancora scioccato, seguo il corteo per le scale del palazzo
e fino in strada, dove finalmente usciamo alla luce del sole.
Non riesco a credere a quello che ho appena scoperto. Sono il nipote di un prete fedifrago.
Capisco perché mio padre non mi abbia mai voluto avvicinare ai parenti di Napoli. Devo
avere un’aria davvero abbattuta, perché un vecchietto, mentre mi supera, mi stringe una
spalla e dice, «Fatte curaggio. Mo’ essa sta ‘int’ o cielo…» Non ne sarei così sicuro, ma
tengo la riflessione per me.
Il cellulare mi vibra nella tasca. Proprio l’ultima persona che volevo sentire.
«Alessio, a papà, come va?»
«Eh, come deve andare? Sono al corteo funebre…»
«Ah, e gente ce n’è?»
Mi guardo intorno. La strada è piena zeppa di persone che seguono il feretro con aria
contrita. Almeno un paio li ho visti accodarsi e poi chiedere a chi gli stava accanto, Chi è
ca stann’ purtando?
«Sì, pa’. È pieno.»
«Ascolta, qui Elvira chiede se zia Addolorata l’hai vista.»
No, papà. Non la conosce nessuno, ma conoscono tutti Don Pasquale, vorrei dirgli. Visto
che rimango in silenzio, mi chiede, «Alessiù il ricordino di nonna te l’hanno dato?»
«Sì, ce l’ho qui.»
«Me la mandi la foto, così le dico due preghiere prima che la tumulate?»
Faccio uno scatto dell’immagine con il cellulare e gliela invio. Dopo pochissimo, papà
dice, «Alé, ma mi vuoi prendere in giro il giorno che seppelliscono a tua nonna? Chesta,
cu stu cicciolo e puorco ’n faccia, secondo te, è mia madre?»
«E io che ne so, non l’avevo mai vista! Ma qui dicono tutti che è Maria a’ moneca.»
«A’ moneca? Ma quale cazz’ e moneca! Quella non è tua nonna. A quale funerale ti si
‘ngupato?»
«A via Toledo c’era solo questo.»
«Via Toledo? Mannaggia a muorte, mamma mia non era a Via Toledo. Stava a Toledo a
bass, Vico Santa Maria delle Grazie. Ma lo hai letto il biglietto che ti ho scritto o no?»
Chiaramente no, ma non c’è bisogno che glielo confermi. Nel panico, chiudo la telefonata.
Confesso che sono sollevato di non avere alcuna parentela con Don Pasquale, ma ora
devo filarmela da questo funerale e andare possibilmente a quello della nonna vera.
Faccio del mio meglio per non dare nell’occhio e rallento il passo. Non appena arrivo in
coda al corteo, imbocco il primo vicolo e me la do a gambe. Quando reputo di essermi
allontanato abbastanza, riprendo il telefono. Mio padre non mi ha più scritto, immagino
il cazziatone che mi aspetterà una volta tornato a Roma. Purtroppo l’orario sul display
dice anche che comunque è tardi per cercare il funerale giusto, tra quaranta minuti parte
il treno per tornare a casa. Controllo su Maps, posso raggiungere la stazione in mezz’ora,
se mi avvio subito. E così faccio, non vedo l’ora di lasciarmi alle spalle questa città.
Quando arrivo scopro che bisogna esibire il biglietto ai tornelli. Neanche mi sfilo lo zaino
per cercarlo. Il biglietto era nel libro di mia sorella, e il libro l’ho perso. Vorrei mettermi
a urlare. Affranto, mi guardo intorno alla ricerca di una biglietteria e vedo qualcuno che
gesticola e mi corre incontro. Ho un tuffo al cuore. Carmela!
«Menomale che ti ho trovato» mi dice affannata quando mi raggiunge. «Per sbaglio ho
messo il tuo libro nella borsa. Quando ho visto il biglietto, sono corsa qui a restituirtelo.»
Di slancio l’abbraccio e dico tutto d’un fiato, «Non sai cos’ho passato. La casa era piena
di sconosciuti, volevano farmi baciare la morta e ingozzarmi di cibo, poi scopro che sono
il nipote del parroco, solo che non era vero perché la nonna era sbagliata e pure la foto e
quindi sono scappato via!»
Lei scrolla le spalle, non ha capito un’acca. Mi guarda con tenerezza e poi mi porge il
libro. «Scusami. Mi ha preso così tanto la lettura che alla fine me lo sono tenuto.»
«Sul serio ti appassiona così tanto la ricerca farmaceutica?» le domando incredulo.
«Ma quando mai. Ma il merletto a fuselli sì!»
Non riesco a seguirla. «Il che…?»
«Guagliò,» mi fa lei ridendo. «Almeno li leggi i libri che scrivi?»
Sfoglio per la prima volta il volume che mi sono portato da Roma. Il titolo recita: Arte e
Tecnica del Tombolo Napoletano. Sotto, la dedica a penna di mia sorella: A zia
Addolorata, con tanto affetto. Elvira. In fondo alla pagina, scritto a matita, il nome di
Carmela seguito da un numero di cellulare. Il capotreno mi salva dall’imbarazzo
fischiando la partenza del treno.
«Ci vediamo a Roma,» mi dice salutandomi con un bacio sulla guancia.
«Che giornata!» la guardo raggiante. «Cominciata male, proseguita malissimo e finita nel
migliore dei modi.»
«Eh, qualche volta la vita è così» ride Carmela. «Storta va, deritta vene!»

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2 commenti »

  1. Giochi sapientemente sull’equivoco, esaltando la parte comica. Bravo!

  2. «Storta va, deritta vene!» Quattro parole che chiudono perfettamente il racconto degli equivoci . Divertente!

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