Premio Racconti nella Rete 2026 “La Biblioteca dei Capolavori Muti” di Fabio Campoccia
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Ascoltate: nell’autunno del 1987, un uomo di ventitré anni di nome Ettore Magris scrisse il racconto perfetto.
Non è una metafora. Non è un modo di dire. Fu il racconto perfetto nel senso più assoluto e misurabile del termine — ogni parola era nell’unica posizione che l’universo le avesse mai destinato, ogni silenzio tra una riga e l’altra conteneva esattamente il peso che un silenzio può contenere senza spezzarsi. Chi lo avesse letto avrebbe pianto senza sapere perché, avrebbe riso senza trovarne il motivo, e alla fine avrebbe posato il foglio con la certezza tranquilla di aver capito qualcosa di fondamentale sulla propria esistenza — qualcosa che però non avrebbe mai saputo formulare a parole, perché le parole giuste erano già tutte nel racconto, e usarle di nuovo sarebbe stato come svuotare un oceano per trasportarlo in un altro oceano.
Ettore lo scrisse in una notte, su dodici fogli di carta da lettere color avorio con le righe azzurre sottili. La mattina dopo lo rilesse. Capì immediatamente che era perfetto. Non con l’arroganza del giovane scrittore innamorato di sé, ma con la stessa fredda certezza con cui un geologo riconosce il diamante: senza gioia eccessiva, quasi con un senso di responsabilità improvvisa.
Rimase seduto a lungo davanti ai dodici fogli. Poi li piegò, li infilò in una busta, e andò alla Biblioteca Civica Quartiere Nord.
La biblioteca era piccola, grigia, e odorava di carta umida e di solitudine istituzionalizzata. La bibliotecaria si chiamava signora Peluso ed era una donna di sessant’anni che leggeva romanzi rosa con la copertina nascosta dentro copertine di saggi storici, per ragioni che non aveva mai spiegato a nessuno.
Ettore girò tra gli scaffali per venti minuti. Cercava il posto giusto. Lo trovò al terzo scaffale della sezione Narrativa Straniera, tra le opere complete di un autore bulgaro del primo novecento che nessuno aveva mai richiesto in prestito e un dizionario geografico del 1962 finito lì per un errore di catalogazione mai corretto.
Infilò la busta tra i due volumi. Si fermò un momento, la mano ancora sullo scaffale. Poi si girò e uscì senza dire niente alla signora Peluso, che non alzò gli occhi dal suo romanzo rosa travestito da saggio sulla Prima Guerra Mondiale.
Ettore sapeva esattamente dove si trovava il racconto. Poteva tornare a prenderlo in qualsiasi momento. Poteva pubblicarlo, consegnarlo a un editore, spedirlo a uno sconosciuto. Le possibilità erano infinite e tutte legittime.
Scelse di non farne nessuna.
Non ancora, si disse. Il mondo non era pronto. O forse era lui a non essere pronto. O forse — e questa era la spiegazione che preferiva, nelle notti in cui ci pensava — il racconto era così perfetto che leggerlo avrebbe esaurito qualcosa di irripetibile, come accendere un fiammifero in una stanza dove l’aria fosse composta interamente di cose belle e fragili.
Meglio aspettare il momento giusto.
Il momento giusto non arrivò nel 1988. Non arrivò negli anni novanta. Non arrivò con il nuovo millennio. Ettore invecchiò, cambiò tre appartamenti, si sposò e si separò con reciproca gentilezza, perse i capelli e trovò in cambio una certa pace interiore che non aveva cercato. Tornava ogni tanto alla Biblioteca Civica Quartiere Nord. Controllava che la busta fosse ancora lì.
Era sempre lì.
Questo lo rassicurava profondamente, anche se non avrebbe saputo dire esattamente di cosa.
Nel frattempo, accadde qualcosa di imprevedibile.
La voce si sparge sempre, anche quando non si capisce bene cosa stia spargendo. Qualcuno aveva sentito dire da qualcuno che aveva sentito dire da un altro che un uomo aveva scritto il racconto perfetto e lo aveva nascosto in una biblioteca. Senza pubblicarlo. Senza firmarlo. Come un gesto puro, privo di conseguenze.
L’idea colpì le persone in modo strano e profondo. Non tanto il racconto in sé — che nessuno aveva letto — quanto il gesto. Nasconderlo. Custodirlo senza sfruttarlo. Affidarlo al silenzio invece che al rumore.
E così cominciarono a farlo anche loro.
Il primo fu un professore di letteratura di Torino che aveva scritto per trent’anni senza pubblicare nulla per paura del giudizio. Poi una traduttrice di Napoli che traduceva gli altri da una vita e non aveva mai scritto niente di suo. Poi un ragazzo di vent’anni a Palermo. Poi una coppia di anziani a Bologna che scrissero il loro racconto insieme, litigando su ogni singola parola, e questo secondo entrambi lo rendeva più vero. Poi un carceraio di Rebibbia che aveva tempo e qualcosa da dire.
Il fenomeno non aveva nome, all’inizio. Poi i giornali lo chiamarono il Movimento dei Muti, che era un nome sbagliato perché non era un movimento e non aveva nessuna intenzione dichiarata. Era semplicemente gente che scriveva la cosa più bella che sapeva scrivere e poi la nascondeva in una biblioteca.
Entro la fine degli anni duemila, si stimava che in Italia ci fossero circa quattromila racconti nascosti nelle biblioteche pubbliche. Le biblioteche si riempirono silenziosamente di buste, foglietti, quaderni, fascicoli rilegati con lo spago. Nessuno li richiedeva in prestito. Nessuno li catalogava. Stavano lì, tra gli scaffali, come semi in attesa di una stagione che nessuno aveva ancora nominato.
La signora Peluso, prima di andare in pensione, contò ventisette inserimenti anomali nella sola Biblioteca Civica Quartiere Nord. Li lasciò tutti al loro posto, senza dirlo a nessuno.
Una mattina del 2019 una ragazza di nome Sara, ventidue anni, studentessa di lettere, trovò la busta di Ettore Magris.
La aprì con cura. Lesse i dodici fogli. Li rilesse.
Rimase seduta a lungo al tavolo di lettura, sotto la luce al neon che ronzava piano, con il racconto tra le mani.
Poi li rimise nella busta. Li rimise tra l’autore bulgaro e il dizionario geografico del 1962.
Aprì il suo taccuino. Scrisse una nota per la tesi:
racconto manoscritto, autore ignoto, data presunta anni ‘80. Contenuto: non rilevante ai fini della ricerca.
Non era vero. Era rilevantissimo. Ma Sara non riusciva a trovare le parole per spiegare cosa avesse letto, e non riusciva a trovare le parole perché le parole giuste erano già tutte nel racconto, e usarle di nuovo sarebbe stato come svuotare un oceano per trasportarlo in un altro oceano.
Chiuse il taccuino.
Fuori dalla biblioteca, il mondo continuava a scrivere i suoi capolavori e a nasconderli con cura, in attesa di un momento migliore che non sarebbe mai arrivato, che forse non doveva arrivare, che forse era già contenuto nell’attesa stessa — in quel gesto preciso e silenzioso di infilare una busta tra due libri e girarsi e andarsene senza dire niente a nessuno.
Ettore Magris morì nel 2021, un martedì di febbraio, senza aver mai ripreso il suo racconto.
Sapeva dove si trovava.
Questo gli era sempre bastato.
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Idea e racconto originale. Tutti vorremmo scrivere il racconto perfetto e nello stesso tempo capire la ragione della nostra esistenza. La risposta è nel nostro cuore come il racconto perfetto pensato da ognuno di noi.
Non potevo non commentare, essendo bibliotecaria. Domani cerco una busta tra gli scaffali… non si sa mai.
Applausi! Finalmente un racconto originale, creativo, ironico e profondo
Apparentemente è l’angolo dei Fabi..
Grazie mille dei commenti. PS. @Daniela Nicolaci dovessi trovare qualche busta sospetta facci sapere 🙂