Premio Racconti nella Rete 2026 “Il viaggio seguente” di Felicita Felle
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Ero stata fregata.
Ero sta fregata alla stazione ferroviaria di Nuova Delhi, ero stata fregata all’ufficio turistico, ero stata fregata all’agenzia di viaggi. Tutti mi avevano fregata, anche il conducente del tuk tuk che mi aveva condotta alla fermata di un bus locale.
Pure lui: fregata.
E’ decisamente fastidioso sentirsi ingannati non da un singolo individuo ma da un’intera comunità. Eppure la rabbia è ampiamente superata dal vittimismo se la truffa non è di significative proporzioni. Ci si sente così ingenui e perbene, così progressisti e fiduciosi nel prossimo da bearsi in quella incredulità che si manifesta nell’ elaborazione dell’accaduto.
Il sole ormai alto all’orizzonte, ben visibile sopra il mercato di frutta e verdura e sulla scarna mucca vagante nel mezzo della via, donava un incanto di luce che rimbalzava sui sudici vetri del malmesso autobus che mi trasportava ad Agra.
Due bambine mi occhieggiavano con irresistibile insolenza sgranocchiando patatine verdologne e sorbendo una bibita dall’audace e non sostenibile colorazione. La loro comica sfrontatezza non mi impediva di ritornare alla quasi passata pandemia, ai suoni ossessivi delle sirene delle ambulanze, alla imposta solitudine ai miei cari.
Mi rifocalizzai sull’origine dell’impulso che mi aveva spinto in India in quel febbraio 2023: assenza, disagio senza nome, esorcizzazione. Paradossalmente ero alla ricerca della morte, delle sue manifestazioni, delle sue celebrazioni, del suo estinguersi.
La prima meta del mio viaggio fu il Taj Mahal ad Agra, il mausoleo che il sovrano moghul Shah Jahan fece erigere per accogliere le spoglie della moglie Mumtaz Mahal spirata dopo aver dato alla luce il suo quattordicesimo figlio.
La delicatezza dei marmi, la perfezione delle angolazioni, l’eternità dei sentimenti d’amore e del dolore che vi sono racchiusi, le tormentate pulsazioni che vi albergano e il subbuglio di disperazione, felicità, delirio su cui poggiano quelle fondamenta, mi portarono a percepire il monumento come uno stato emozionale, come la materializzazione di un anelito evanescente, come un sentiero di passione costruito su lievi e glaciali pietre che ne fanno la più armoniosa opera architettonica dedicata alla morte. La leggerezza dei massi che con naturalezza s’innalzano verso l’infinito sono un capolavoro di tristezza e desiderio, un‘apoteosi del tempo mancato, dell’immortalità agognata.
Da ogni parte lo guardassi, il monumento raccontava la sua storia dal respiro leggendario sospirando ed esalando sofisticate lacrime di ardore verso il cielo, inducendo una comune visitatrice come la sottoscritta a ripensare e a rileggere il proprio passato in funzione del grande trapasso che certamente mi avrebbe atteso dietro chissà quale prossimo angolo. Nessun amato avrebbe fatto erigere una tale sinfonia funebre per me e nemmeno io per qualcuno, com’era misera la mia esistenza, com’era scarna e asfittica la mia vita amorosa.
Smossa da tali avvilenti pensieri vacillai verso l’uscita e forse per l’intimo turbamento, forse per il bioritmo disallineato, forse per gl’impacciati dondolii che caratterizzano la mia camminata, il mio passo scomposto incespicò nel vuoto e mi ritrovai con un piede immerso in una vasca dell’ingegnoso sistema idrico e il resto del corpo riverso sul ciglio di una fonte che splendidamente rifletteva le marmoree pietre funebri.
Quale goffaggine, quale maldestrezza, quale imbarazzo di fronte a tale capolavoro celebrante l’indissolubilità e la perennità dell’amore. Mi sentii insignificante, sgangherata e meschina, un essere superfluo, persino parassitario, un elemento non conforme alla natura e alla imponenza artistica e spirituale del luogo.
L’accaduto mi si riversò addosso come una micidiale lastra sepolcrale. Un duro colpo che minacciava di minare alle radici la mia autostima.
Mi immersi in riflessioni lente e impegnative e in altrettanto impegnativi raccoglimenti.
Il viaggio in India stava manifestando i suoi effetti.
L’irrequietudine mi spinse a Varanasi. Mi convinsi che quello era il luogo che poteva placare il senso d’inadeguatezza e la famelicità d’esistere che mi rendevano insofferente e inquieta.
A Varanasi scorre l’anima dell’India. Una città costruita sul Gange, che profuma di Gange, che colora il cielo con le sfumature delle acque di madre Ganga.
Gli imponenti e decadenti palazzi urlano antichi splendori e si specchiano con ancor viva eleganza nelle sfuggenti acque del fiume che costante mormora e mormora di epoche passate, di dinastie maestose, di rituali mistici.
Il Gange sembra la vera casa di chi vi si reca per le preghiere serali e di chi vi si immerge per l’abluzione mattutina, di chi riposa o abita lungo le sue sponde, di chi si siede sugli scalini delle sue enormi gradinate, chiamate ghat, per meditare.
Rimasi sopraffatta dall’anima metafisica del luogo. Camminavo e camminavo lungo i ghat, ascoltavo orazioni, compravo cibo dagli ambulanti, respiravo palpitante l’aria che transitava sopra quella riva.
Lungo tutto il corso del giorno al Manikarnika Ghatavvengono le cremazioni funebri e le ceneri dei defunti sono rilasciate nel fiume. E’ impressionante.
Un tizio dall’aria losca mi propose, per pochi denari, di farmi assistere a una cerimonia.
Un grande bilanciere blu pesò la legna necessaria ponendo il cadavere su un piatto e le fascine sull’altro. I famigliari accompagnarono la salma alla pira, il rogo proseguì per l’intera notte, suppongo.
Quello che di primo acchito mi apparve come un rituale primitivo si rivelò un evento toccante, un’esperienza ineffabile, dove i principali elementi naturali si confondevano e s’impadronivano di quel corpo per non lasciarlo più andare.
La liturgia terrena, la spiritualità del vento che alimentava il sacro fuoco e il principio vitale insito nelle acque che accoglievano e trasportavano lontano, oltre il visibile, il nuovo divenire di quelle spoglie, mi rendevano chiaro il ciclo continuo della vita.
Profondamente turbata e interiormente elevata, mi accoccolai sulla gradinata vicina, approvando e quasi invidiando nell’intimo quell’estinzione dell’essere nella solennità del Gange.
In cerca di sintonia con l’ambiente circostante, riflettendo sull’essenza dell’esistenza e sulla possibilità di una prosecuzione squisitamente incorporea della stessa, percepii un canto dall’aria devozionale che si avvicinava al mio ascolto.
Era un sacerdote dall’alto copricapo violaceo tendente una mano verso le persone che via via incontrava, accompagnato da un discreto stuolo di seguaci che cantilenavano quella che appariva un’ode commovente. L’uomo sacro si fermò a me davanti e rifilandomi un autorevole sorriso, scosse amabilmente sotto il mio naso una ciotola da questua.
Del tutto impreparata all’evento, mi frugai frettolosamente nelle tasche dei calzoni e fra i fazzoletti, gli occhiali e il cellulare, ecco arrivare alla consistenza di alcune monete che estrassi e riversai senza indugio nel recipiente con spirito di generosità e partecipazione, scuotendo leggermente la testa in segno di umiltà, sottomissione e rispetto.
D’improvviso la litania armoniosa di sottofondo si fece rabbiosa e aggressiva, il viso del religioso perse ogni traccia di celestiale misticismo e si fece truce, il suo sguardo buio, il sorriso sprezzante, con tono urlante e tagliente mi urtò con la mano per mostrarmi l’elemosina raccolta: non insulse monetine tintinnanti ma fruscianti banconote di vario tipo e valore. Quindi, il medesimo, riversò sulla mia persona quelli che apparvero come tante e tali offese, ingiurie ed anatemi validi per l’attuale e le future esistenze per me e per tutta la mia progenie. Probabilmente anche i miei avi furono tirati in ballo e chissà chi altro.
L’ondata di disprezzo e spregio proseguì per diversi minuti, non avevo mezzi per fermare quel diluvio d’insulti, che mi inondò a tal punto da farmi rimanere basita e farmi vergognare al cospetto di coloro che parevano ben comprendere il senso di quegli improperi e mi osservavano divertiti.
Mi ritirai sul gradino meno in vista del ghat successivo.
Il cielo era sereno, il Gange scorreva noncurante ai miei piedi.
Proseguii il mio viaggio indirizzandomi verso l’interminabile, caotica, inquinata e sovrabitata Nuova Dheli.
Ben lontana dal senso di supremo e assoluto percepiti nei giorni precedenti, tutto mi appariva prosaico e banale, nonostante il potere attrattivo della città. Preferii la zona del vecchio centro storico, mi avventurai fra i vicoli ingorgati dai tuk tuk e stracolmi di mercanzia e di banchetti affollatissimi e sporchi, gonfi di carne e fritture.
Ero sola o solitaria? Più sola qui o altrove? Mi sentivo osservata, schiacciata, spinta, sospinta, parole gridate, risate, vestiti tinteggiati, visi grandi e affamati, occhi impudenti, bambini scalmanati.
Ero partita in cerca della morte e Nuova Dheli mi gettava addosso, sfacciata, lo scorrere rigoglioso del sangue nelle sue vene.
Quell’ondata di odori, quel frastuono di suoni, quelle membra in movimento mi portarono a sentirmi in armonia con la confusione della città, mi venne voglia di ridere e cantare, mi venne voglia di mangiare e divertirmi.
Mi fermai davanti a un ambulante zeppo di gente dove vendevano samosa, uno snack dal gusto pungente, cotto in olio bollente, con sfoglia croccante ripiena di piselli, patate e spezie.
Adoro il cibo piccante e mi vanto di assaporare piatti ricchi di peperoncino e di gustarmeli appieno senza fastidio alcuno. Adoro pure il cibo fritto, tant’è che non sono mai riuscita ad assaporarne alcuno senza scottarmi il palato. E’ più forte di me. In definitiva adoro le fritture piccanti. Le samose facevano per me.
Mi sentivo forte e baldanzosa, il mio palato era formato, complesso ed esperto. Mi feci passare una frittella bella grossa e mi avventai su di essa con voracità, senza indugio.
Oltre che bollente il ripieno era praticamente un vulcano in eruzione, le mie papille s’infuocarono e le sentii gonfiarsi all’istante.
Tutto bruciava, il mio viso, il palato, la lingua, persino le dita con cui mi ero aiutata per mangiare. Trangugiai l’intera bottiglietta d’acqua che prontamente mi venne allungata. Rendendomi conto della mia inferiorità culturale e numerica e della sgraziataggine del mio comportamento mi diedi un contegno.
Poco dopo, il friggitore mi chiamò al suo cospetto e mi rifilò un’altra samosa, più piccola, urlandomi: “please wait, and taste, taste…”. Mi fidai, presi lo snack, attesi che si raffreddasse un poco e che le mie papille si sgonfiassero, sorreggendo quel vassoietto di cartone annusai, sentii le narici allungarsi di curiosità verso quell’ aroma penetrante. Aspettai ancora, poi morsi e assaporai. Fu come essere catapultata nel mezzo di un carico di spezie, io ero samosa, la mia bocca era samosa, le mie papille gustative, il mio olfatto, i miei occhi erano samosa. Mangiai ancora e ancora, le dita unte, le labbra pure. Calda al punto giusto, croccante e morbida al tempo stesso, un pezzo d’India. Chiesi altri tre triangoli di cibo e me le godetti indifferente degli altrui sguardi.
Mi allontanai in tarda serata, sazia e acquietata.
Mentre svicolavo dal vecchio centro cittadino, notai ancora una volta un uomo sdraiato nel bel mezzo di un marciapiede sopraelevato a lato della carreggiata. Ne avevo visti altri di corpi che si erano abbandonati lungo qualche intasata via, corpi dormienti, corpi ubriachi, a volte desolati, in un’occasione ad Agra notai un giovane vestito da fattorino d’albergo adagiato fra le due corsie di una strada trafficata, forse era stato licenziato, forse aveva bevuto troppo, chissà…
Guardai ancora quell’uomo, aveva una barba non rasata, indossava una camicia grigia, il primo bottone dei pantaloni era slacciato. C’era qualcosa di diverso.
Guardai ancora: una mosca uscì dalle labbra spalancate, poi rientrò per riuscirne nuovamente pochi istanti dopo.
I rumori che gorgogliavano dalle budella della città vecchia erano sovrastati dalle grida del traffico che incessantemente annientavano ogni altro suono.
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