Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Un crollo” di Tommaso Guermandi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026
1. La casa vuota 

Il pomeriggio in cui varcai la soglia della casa del nonno, l’aria profumava ancora di legno vecchio e lavanda. Il sole filtrava dalle tende spesse, lasciando strisce d’oro sul pavimento, come se anche la luce fosse rimasta a dormire. 

Non era la prima volta che venivo lì, ma per qualche ragione, quel giorno — dopo il funerale — la casa sembrava diversa. Immobile. Come in attesa.

Mi tolsi le scarpe, istintivamente.

“Entra scalzo, amore, il parquet sente il rispetto.”
Sorrisi. Sentii la nonna dire quella frase come se fossi ancora seduto sul tappeto a costruire piste per le macchinine, mentre lei sorrideva dal suo angolo della stanza.

Tutto era rimasto com’era. Un plaid piegato con cura, due tazze nel lavandino, le pantofole del nonno affiancate sotto il divano. Mi sedetti sulla sua poltrona. Pesava. Non solo per il suo aspetto massiccio, ma per il vuoto che sentivo dentro.

Sopra al tavolo c’erano decine di fotografie. Volti giovani, mani intrecciate, abbracci rubati. E sempre loro due. Il nonno e la nonna, come due attori della stessa storia, che si ripeteva in modi diversi. La nonna sorrideva con il viso luminoso, il nonno la guardava con quella calma serena che lo contraddistingueva. Sembravano invincibili.

Sotto una foto trovai un foglio piegato in quattro. La scrittura tremolante era quella del nonno.
“Se stai leggendo, allora vuol dire che sei qui.
Qui dove è rimasto tutto. Anche lei.”

Il respiro mi si fermò. Il foglio sembrava essere stato piegato e ripiegato più volte, come se il nonno non avesse mai trovato il coraggio di sistemarlo definitivamente, o forse come se volesse che fosse letto, ma solo da chi fosse pronto a capirlo.

2. Come, dove sei? 

Come, dove sei?
Me lo chiedo ogni mattina da quando te ne sei andata.

La tua poltrona è ancora accanto alla finestra. L’ho lasciata com’era, come se aspettassi che ti alzassi da un momento all’altro. Anche il tuo libro è lì, aperto a pagina 112, come l’avevi lasciato.
“Non ho finito, non dirmi nulla,” mi dicesti, senza nemmeno aprire gli occhi.
“Ti aspetto domani per leggerlo insieme.”
Non c’è stato un domani.
Il libro è ancora lì, il capitolo incompleto, il segno del tempo che ha fermato ogni promessa.

La tazza che usavi per il tè ha ancora l’impronta del tuo rossetto, quel rosa che metteva solo la domenica, quando ti preparavi come una ragazzina. Dicevi che il rosa “non era da vecchia”, e io sorridevo.
Ti chiamavo “la mia adolescente in pensione” e tu ridevi forte, con quella risata che mi toglieva gli anni di dosso.

Ora ogni giorno è uno qualunque. Nessuno mi guarda più.
La poltrona accanto alla finestra è vuota. È vuota di te, del tuo respiro, della tua presenza. Ogni volta che ci passo vicino, mi sembra che le sue linee curve e morbide siano ancora impresse nell’aria.

Mi sembra che ci sia qualcosa che mi aspetta, una risposta che non arriva mai. Eppure, anche nel silenzio, sento una tua voce che mi sussurra. Una voce che non riesco a fermare, che non voglio fermare.

3. Il tavolo delle foto 

Cominciai a sfogliare le fotografie. Le mani mi tremavano, come se toccare quelle immagini significasse svegliare qualcosa che dormiva da troppo tempo. 

Sul retro, appunti tracciati a matita, sbiaditi ma ancora leggibili.
“Primo ballo in cucina – 1972”
“Lei ride. Io inciampo.”
“Scatto rubato, Garda – 1980”

Ogni scritta era una specie di sussurro che mi riportava a un’epoca che non avevo vissuto.

Poi, una frase mi colpì. Era scritta in corsivo più marcato, come se fosse stata scritta in un giorno in cui il cuore pesava più del solito.
“Ogni sera, lei metteva via il giorno. Io lo fotografavo.”

Rimasi a fissarla. Quelle parole erano una chiave. E lì cominciai a capire. Non erano solo ricordi. Non erano nemmeno solo fotografie. Era un modo per trattenerla, per non farla andare via del tutto.

4. Quando scattavo per te

Ogni tramonto, ogni luce morbida che entrava dalla finestra, tu ti voltavi e dicevi:
“La stai già fotografando?”
“Sempre. Tu, la luce. Non saprei chi scegliere.”

Scattare era il mio modo per fermare il tempo. Forse non capivi quanto fosse importante finché, anni dopo, ci ritrovammo a riguardarle tutte, seduti vicini sul divano, in un giorno di pioggia.

“Questa sono io?”
“Sì. La parte più vera di te.”
Sorridevi, ma non dicevi niente. Ti voltavi a guardare fuori dalla finestra, come se avessi bisogno di nascondere quel piccolo tremito agli angoli della bocca.
Quello era l’unico modo che avevo per restare. Ogni foto era un “ti amo” non detto, un “non te ne andare” silenzioso.

5. Un crollo 

La prima volta che sentii il crollo fu in cucina.
Era una mattina come le altre. Aprii la credenza e vidi la tua tazza, quella col bordo scheggiato che non volevi mai buttare.

“Ha il sapore delle domeniche lente,” dicevi.
Quella tazza sapeva di risvegli tardivi, di biscotti intinti senza fretta, di silenzi condivisi.

Mi appoggiai al tavolo, le mani che tremavano, e mi lasciai scivolare sulla sedia. Non piansi.
Ma qualcosa dentro si spezzò. Non fece rumore.
Non fu come un bicchiere che cade e va in frantumi.
Fu più simile a un ramo secco che si spezza nel bosco, senza testimoni.
Un vuoto improvviso. Un’assenza che non urla, ma ti svuota.

Era questo che intendevo, quando scrissi quelle parole:
“Forse sentirai… un crollo.”

Non era fragore. Non era rumore. Era silenzio. Un silenzio assoluto, che veniva da dentro.
Quel giorno, non persi solo te. Persi anche la mia voce.

6. Le prove dell’Amore

Continuavo a leggere il foglio scritto dal nonno. Ogni riga sembrava incisa col tempo, come se ogni parola fosse passata attraverso il dolore, la gioia, la pazienza, l’attesa.

Mi vergognai un po’, lo ammetto. Il loro amore, ai miei occhi, era fatto di routine e di tenerezze silenziose, come due alberi che crescono vicini per decenni, intrecciandosi senza far rumore.

Non avevo mai immaginato che dietro quegli sguardi si nascondesse una storia tanto viva. Tanto intensa.

Dietro una cornice con una vecchia foto sbiadita trovai una scatola di latta. Sembrava anonima. Era lì, nascosta in bella vista.
Dentro, c’erano lettere. Lettere d’amore. Alcune con la carta ingiallita, altre ancora profumate, altre sgualcite come se fossero state strette a lungo. Alcune non erano nemmeno state spedite, ma conservate con una calligrafia tremante che riconobbi subito: il nonno.

Ne aprii una a caso.

“Amarla era provarci sempre. Anche quando dimenticava il gas acceso. Anche quando rideva al cinema nel momento sbagliato. Anche quando smetteva di parlare, e mi costringeva a capirla in silenzio.”

Avevo pensato che l’amore fosse fatto di parole dolci e mani intrecciate.
Ma ora sapevo che era molto di più.
Era resistenza, cura, pazienza, dedizione feroce.
Restare quando tutto diceva di andare.
Esserci sempre, anche quando era difficile.
Anche quando l’altro diventava un enigma da decifrare giorno per giorno.

7. Quando tenevo più forte 

“Sei stanca?”
“Un po’. Oggi le gambe non mi seguono.”

Le prendevo il braccio con una lentezza voluta, come si tiene qualcosa di sacro, fragile ma potente.

Lei appoggiava la testa sulla mia spalla e sospirava piano:
“Se non ci fossi tu, cadrei ogni giorno.”
“Ma io ci sono.”
“E se non ci fossi più?”
“Allora ti scriverei ogni sera, anche senza mani.”

Era una promessa che avevo fatto a me stesso molto tempo prima, quando l’avevo scelta.
Non solo per i giorni felici, ma per quelli in cui l’ombra si sarebbe allungata e la memoria si sarebbe fatta nebbia.

A volte mi sembrava di tenerla in piedi, di farle da bastone invisibile. Ma più passava il tempo, più capivo che era lei a tenere in piedi me.

Con il suo sguardo che mi riconosceva anche nei giorni grigi. Con quella forza silenziosa che aveva anche quando dimenticava le parole.

8. Il ricordo come testimone

Notai poi un album più vecchio degli altri, con la copertina rovinata, come se fosse stato sfogliato mille volte e poi dimenticato solo per pudore, non per disinteresse. Lo presi con cautela, come si prende una reliquia.

Ogni pagina era divisa in due: a sinistra la fotografia, a destra una frase.
Uno scatto, una voce. Uno sguardo, una dichiarazione.

Alcune frasi erano ironiche, altre lievi. Ma poi ne trovai una che mi fece restare immobile.

Foto: loro due, seduti su una panchina, mano nella mano. Frase: “Non serve parlare se abbiamo lo stesso silenzio.” Brividi.

Quel silenzio, che io avevo sempre creduto vuoto, era invece pieno.
Un linguaggio costruito negli anni, che non aveva bisogno di grammatica, ma di presenza.
Gesti che si ripetevano come preghiere, abitudini che diventavano rituali: il modo in cui lui le tagliava la mela, il modo in cui lei gli accarezzava la manica prima di uscire.

Era così che avevano costruito tutto. Un alfabeto intimo fatto di sguardi, di pause che dicevano più di mille parole. Un amore che aveva imparato a parlare nel silenzio.
E quel linguaggio, incredibilmente, viveva ancora lì. In quella casa, tra quelle pareti.

Il ricordo non era solo memoria. Era testimone. E io cominciavo a comprendere davvero ciò che avevano condiviso.

L’ultima estate insieme fu anche la più bella. Era come se il tempo ci avesse concesso un dono, all’improvviso: una tregua. Un giorno le proposi di ballare in giardino. 

9. Quando rideva ancora 

“A quest’ora? Ma ti rendi conto che ci vedono i vicini?”
“E allora? Che imparino.”
“A fare cosa?”
“Ad amarsi come noi.”

Rise e mi seguì, scalza, con il vestito di lino che amava da sempre e i capelli sciolti.

Si appoggiava a me come quando eravamo ragazzi. Non per bisogno, ma per scelta.
Io la tenevo stretta, come si tiene una cosa fragile, ma anche forte. Forte di tutti quegli anni, delle cadute, delle attese, dei ritorni. Forte del noi che avevamo costruito.

Ballammo tra le ortensie, e in quel momento, con le mani intrecciate e la sua guancia contro la mia, seppi che stavo vivendo un ricordo futuro. Uno di quelli che non muoiono mai.

10. Noi 

Quando chiusi l’ultima scatola, avevo gli occhi lucidi. Non di tristezza, ma di riconoscenza. 

Avevo conosciuto mia nonna davvero solo ora, attraverso lo sguardo di chi l’aveva amata più di sé stesso. Avevo visto mio nonno spogliato del suo silenzio burbero, delle sue abitudini da uomo d’altri tempi. Avevo visto l’uomo. Il compagno. Il poeta silenzioso di un amore quotidiano.

E in quel momento capii. Capii che non potevo lasciare tutto questo tra le mura di quella casa.

Iniziai a comporre un libro. Un diario a due voci. Un romanzo senza invenzioni. Un’opera che non voleva essere bella, ma vera. Lo intitolai semplicemente: “Noi.”

Perché non era solo la loro storia. Era anche la mia. Era l’eredità invisibile che mi avevano lasciato: l’arte di amare con pazienza, senza clamore, fino alla fine. E oltre.

Epilogo – Qualche anno dopo

La luce del pomeriggio entrava ancora dalla stessa finestra.
Sempre quella, con le tende spesse che filtravano l’oro come una benedizione lenta.

Il parquet sotto i piedi brillava, punteggiato di riflessi. La casa non era più silenziosa. Ogni tanto si sentiva una voce. Una canzone bassa dalla radio. Una risata.

Lui era seduto sulla poltrona del nonno, con un libro aperto in grembo che non stava davvero leggendo.

Lì, accanto alla vecchia fotografia in bianco e nero dei nonni sul molo — lei che rideva con la testa inclinata, lui che la guardava come si guarda il tempo — c’era una nuova foto.
Una in cui c’era lui. E accanto a lui, lei. La sua lei.


La mano di lei gli toccava appena il volto. Un gesto semplice. Ma nei loro occhi c’era tutto.
Chi li guardava, poteva leggerlo chiaramente: avevano imparato ad amare.

Un passo alla volta. Senza fretta. Con presenza.

Sul tavolino, accanto alla tazza ancora calda, c’era una copia di un piccolo libro rilegato a mano: “Noi – La storia che mi ha insegnato ad amare.”

Il giovane uomo sorrise. Poi chiuse gli occhi. E sussurrò, come il nonno tanti anni prima:“Come, dove sei?
E da dentro qualcosa rispose, silenziosamente.
“Qui.”

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3 commenti »

  1. Domanda agli organizzatori: fino a mezzogiorno il racconto non compariva, come è possibile che abbia più di 80 visualizzazioni di cui 28 oggi? Le altre circa 50 quando sono avvenute?
    Per l’autore: prima di sera ti leggo.

  2. Era in sospeso e poi modificato. Nel frattempo è intervenuto diverse volte. Tutto qui

  3. Ho dovuto fare delle modifiche dalla stesura originale e ho avuto problemi alla formattazione quindi ci ho rimesso mano diverse volte.
    Grazie a chi leggerà 🙂

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