Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Parco del dio Silvano” di Edoardo Ferrero

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Dal piccolo portico di casa mia, nel respirare la brezza che porta l’aroma di salso e di macchia, guardo verso i colli.
Ogni colle toscano non è solo terra, ma un organismo vivente che respira al ritmo di un segreto millenario. 
Poggio ai Segreti, il mio domestico rifugio e coltivo del cuore, appare come un giardino naturale dove il tempo, allo scoccare delle sette di sera, inizia a curvarsi.
In quel momento, quando il Sole cede il passo alla Luna diafana, io mi preparo. Indosso la mia tunica verde salvia, i sandali di gomma violetti e sento sotto i piedi la stessa ghiaia che porta al grande cedro geloso (Citrus medica). La mia meta è però più nel profondo del bosco, più in alto sul colle: il sentiero tra le ginestre, dove il profumo dell’edera e della terra umida si fa più intenso.
Giunta ai piedi dell’imponente 
betulla dove tre passerotti hanno appena smesso di danzare, apro il pugno e lascio andare il segreto sin qui custodito. La polvere di zafferano e pepe rosa danzano nell’aria, e il giardino botanico si risveglia. “Ciao”, sussurrava la menta, mentre l’erba cipollina agita i suoi cappellini viola.
Inizio il gioco delle ombre cinesi contro il muretto scrostato, ma questa sera il gioco è diverso. Il vecchio riccio, passando tra le foglie secche, sembra indicarmi la direzione verso la cima del colle.
Dice a me? Mi incammino come ad ascoltare il consiglio di un anziano, fidato amico e arrivo sotto il grande pino, il punto più fresco, proprio dove so che la lumaca cerca riparo. Lì, il silenzio incantato si rompe ed irrompe un suono. Non è il vento, non è il gufo: è un canto di flauto che vibra di un soffio non umano.
Mi fermo, ricordando i racconti su Don Juan di Castaneda: il cuore mi batte nel petto come le ali di una falena. In quel momento, la mezzanotte scocca e le lucciole esplodono in una scia scintillante, illuminando ciò che per anni mi era rimasto invisibile.
Ai piedi del pino, la luce diafana della luna rivela un cerchio di coccio pesto seminascosto dal timo che emana un odore intenso, pungente. Il gioco delle ombre, il risveglio delle piante e quel canto ancestrale sono una cosa sola: il richiamo della divinità silvestre che ancora abita un tempietto dimenticato. Gli spiriti non se ne sono mai andati; aspettavano solo che qualcuno aprisse la mano e liberasse il profumo del pepe rosa e zafferano per tornare a danzare tra le radici della storia.

Mentre la scia delle lucciole vortica sopra il coccio pesto, un riflesso anomalo colpisce la mia attenzione. Tra le radici del pino, proprio dove il Timo si agita più freneticamente, qualcosa di metallico brilla sotto la luce diafana della Luna. Mi chino allora quasi sfiorando la terra umida, e tra le dita sento la fredda carezza di un piccolo oggetto circolare: una moneta di bronzo corrosa dal tempo.
La prendo in mano e alla pallida luce della luna, vedo che porta incisa l’effigie di un volto coronato di fronde.
Quell’indizio, stretto nel pugno come prima lo erano le spezie, è il mio talismano per la notte.

Viene l’alba e non appena il Sole torna a scaldare il colle, torno sul luogo con lo spirito pratico della luce del giorno.
Scosto con delicatezza il tappeto di aghi di pino e la Melissa, che ancora emana il suo profumo intenso quasi a volermi guidare. Sotto pochi centimetri di terriccio e radici superficiali, il frammento di coccio visto di notte si rivela essere il bordo di un altare votivo in terracotta invetriata, tipico delle manifatture antiche toscane di epoca Etrusca.
Continuando a scavare con le mani, emerge la verità: non e solo una buca, ma il basamento di un piccolo sacello.
La moneta di bronzo che avevo trovato di notte, ripulita dalla terra, rivelò chiaramente il profilo di Silvano, il dio delle selve.

Il medico del borgo, cultore della storia archeologica del luogo, da tempo mi parlava dei culti antichi e della probabile presenza di luoghi di culto.
Il “medico archeologo” non si sbagliava: il tempio era lì, ed era stato il canto di flauto a indicarmi il punto esatto dove la storia e la terra si erano fuse. Aveva cercato un segreto per anni, ma il segreto mi possedeva e lui era diventato il mio!

Stretta la moneta nel pugno, ho sentito il bisogno di dare un nome a quella presenza. Prima di consegnare il bronzo alla scienza o al medico, dovevo interpellare la carta.
Corsi in biblioteca e mentre il profumo di curcuma ancora mi solleticava le narici, mi immersi nello studio di Silvano, l’antico custode che non aveva mai abbandonato il mio colle.
Scopro così che Silvano è una divinità puramente italica, un dio autoctono del mondo preromano che non ha un corrispettivo diretto nella mitologia greca.
Ecco cosa ho appreso su di lui:
= Non è il dio della foresta selvaggia e impenetrabile (quello era Fauno), ma il protettore del limite. Sorveglia il confine tra la civiltà (la casa, il campo coltivato) e la natura selvaggia. Proprio come il mio sentiero, che faceva da ponte tra la periferia e il cuore del bosco.
= Spesso raffigurato come un uomo barbuto e vigoroso, porta con sé un pino sradicato (esattamente come l’albero del mio bosco!) e un falcetto per potare le piante. È colui che permette alla natura di fiorire senza travolgere l’uomo, protettore dei greggi, dei campi e dei boschi.
= Gli antichi credevano che la sua voce si udisse nel fruscio delle fronde o in suoni improvvisi nel silenzio dei boschi. Quel canto di flauto da me udito non è un’allucinazione: è il signum della sua presenza, un modo per rivendicare la proprietà di quel colle.
= A differenza dei grandi dei dell’Olimpo, Silvano amava i piccoli santuari rurali, i compita, spesso situati proprio sotto alberi secolari o vicino a sorgenti, dove i contadini offrivano latte, vino o cereali.

Più leggo, più capisco perché la Melissa e il Timo danzassero sotto quel pino. Ieri notte non erano semplici piante, ma il “giardino sacro” che Silvano ha continuato a curare nei secoli, nonostante l’oblio degli uomini. La mia polvere di zafferano non è  stata che una moderna offerta per risvegliare la sua benevolenza.
Dopo aver scoperto che Silvano era considerato anche il protettore del “segreto” e della proprietà privata, ho sentito un brivido. Forse la moneta non è un caso, ma un pagamento 
per la mia fedeltà al luogo.

La moneta di bronzo scotta sul tavolo della cucina, quasi sia ancora intrisa del calore del sole di luglio. Per giorni, la tentazione di chiamare il medico condotto, di telefonare alla Soprintendenza o di scrivere un articolo per la cronaca locale è stata un ronzio incessante, più insistente di quello delle api al mattino.
Immagino già i titoli: “Ritrovato il tempio perduto di Silvano”. Vedo nella mia mente le jeep dei ricercatori solcare la ghiaia, i nastri bianchi e rossi delimitare il perimetro del pino, e il mio “giardino naturale” trasformarsi in un cantiere di scavo.
Ma il pensiero più doloroso è un altro: la folla. Vedo orde di turisti della domenica calpestare il timo con scarponi pesanti, famiglie ignare urlare dove i passerotti ora cercano la pace, e mani distratte strappare le foglie di melissa per un selfie ricordo.
Il colle diverrebbe un prodotto, un luogo “consumato” dallo sguardo di chi cerca l’eccezionale ma non sa ascoltare il silenzio.
Guardo fuori dalla finestra: il grande cedro deodora sembra osservarmi con un’aria di ammonimento, come se sapesse del mio tradimento interiore. Se rivelassi il segreto, il gioco delle ombre cinesi sarebbe finito per sempre. La menta non potrebbe più sussurrare “ciao” nel rumore dei motori, e il vecchio riccio cercherebbe un rifugio lontano dal calpestio incessante.

Silvano era il dio dei confini, e io sto per abbattere l’ultimo rimasto: quello tra il sacro e lo spettacolo.
Così, prendo una decisione che mi costa un sospiro profondo. Torno sotto l’imponente pino, mentre il sole inizia la sua discesa arancione. Chiedo scusa alla terra per la mia vanità. Con un gesto lento, quasi liturgico, scosto di nuovo la terra con le mani, adagio la moneta di bronzo nel punto esatto in cui l’avevo trovata e la ricopro con il coccio pesto.
Sopra di essa, stendo uno strato generoso di aghi di pino e terra umida, piantandovi un piccolo cespuglio di ruta, nota per la sua capacità di proteggere i luoghi magici.
«Resta qui,» sussurro. «Questo regno non è in vendita.»
Mentre mi allontano, sento un leggero fruscio provenire dalla chioma dell’albero. Non è un flauto, ma un soffio di brezza che sa di gratitudine. Il segreto è tornato nel buio, protetto dalle lucciole e dalla mia fedeltà.

È pochi giorni dopo che il medico condotto si presenta al cancello con una vecchia mappa catastale e l’entusiasmo di chi ha passato la notte sui libri. Ha gli occhi lucidi di una curiosità quasi febbrile. «Allora? Mi avevi promesso di portarmi al grande pino», esclama sistemandosi gli occhiali. «Ho trovato dei documenti che parlano di una stipe votiva proprio in questa zona. Se la trovassimo, sarebbe la scoperta della vita per questo comune! Diventerebbe un luogo rinomato e di attrazione turistica.»
Non posso negarmi e lo accompagno lungo il sentiero di ghiaia, sentendo il cuore martellare contro le costole come quello del timido ghiro. Arrivati sotto l’imponente chioma, il medico inizia a girare intorno al fusto, scrutando ogni centimetro di terreno, battendo il suolo con il bastone da passeggio. Io resto in disparte, stringendo i bordi della mia tunichetta verde salvia, invoco in silenzio la complicità della natura.
«È strano», mormorò lui, chinandosi proprio sopra il punto dove avevo interrato la moneta. «La vegetazione qui è… diversa. La Melissa e la Ruta sembrano formare una barriera naturale. E guarda questo coccio», dice indicando un frammento insignificante che avevo lasciato in superficie per sviarlo. Lo ripulisce, lo osserva con la lente d’ingrandimento, ma scuote il capo deluso: «Semplice scarto di fornace moderna. Nulla di che.»
Proprio in questo momento, il vento soffia tra i rami del pino producendo un sibilo acuto, quasi un fischio di scherno. Il medico trasale, guardandosi attorno inquieto. «C’è una strana corrente d’aria qui… e questo profumo di spezie è quasi stordente. Mi sta venendo un’emicrania terribile.»
La natura sta facendo la sua parte: Silvano sta alzando il suo velo di protezione. Il medico, vinto da una spossatezza improvvisa e dal timore reverenziale che quel silenzio innaturale gli incute, rinuncia. «Forse ho sbagliato calcoli. La terra ha inghiottito tutto secoli fa. Meglio lasciar perdere, la vecchiaia mi fa vedere templi ovunque.»
Mentre lo riaccompagno all’uscita, vedo con la coda dell’occhio il vecchio riccio spuntare tra le foglie di lampone, quasi a farmi l’occhiolino. Il segreto è salvo.
Alla luce di un sole senza ardore
scendo la strada di ghiaia chiara
che porta al laghetto d’acque scure dall’altro lato della collina, dove colto da un’uzza d’aria cricchia
lieve il canneto e nell’ombra una libellula in volo con un frullo lambisce l’acqua stagnante.
Arrivo ed un pensiero mi pesa e suona ed insiste la mente e vorrei che la mia voce s’alzasse qual ponte sottile che saldo e forte andando oltre l’oscuro, sappia chiamare la  volpe, il ghiro e il riccio per rassicurarli: ho saputo trattenere il segreto.

Il segreto è di nuovo sepolto, ma la moneta di Silvano ha lasciato un’impronta indelebile non sulla terra, ma nella mia anima.
Non sento il bisogno di lasciare offerte; il dono è stato il mio silenzio. Tuttavia, avverto un richiamo, una necessità di capire come quel sacro antico possa sopravvivere nel cemento del presente.
Decido così di intraprendere un viaggio verso il Casentino, nel cuore della foresta sacra, per raggiungere il Santuario della Verna. Non cerco la liturgia, ma il dialogo tra l’uomo e la roccia, lo stesso che ho vissuto sul mio colle.
Il motivo è profondo: voglio vedere come un luogo possa restare “custodito” nonostante la fama. Arrivata tra i faggi secolari e le rupi scoscese, comprendo la differenza. Lì, dove San Francesco aveva cercato il dialogo con il creato, l’energia non è diversa da quella del mio tempietto di coccio pesto.
Il santuario moderno non è che un guscio costruito attorno a un silenzio primordiale, un modo per “arginare” la folla e proteggere il nucleo di luce che vibra tra i sassi.
Mentre camminavo nel corridoio delle Stimmate, sento lo stesso profumo di muschio e d’ombra che emana il mio pino. Capisco che non c’è bisogno di scavare o di mostrare: il santuario più autentico è quello che portiamo dentro, un bosco interiore dove Silvano e i santi parlano la stessa lingua di vento.

Sono tornata a casa sotto una pioggia leggera che lava i pensieri.
Prima di ripararmi sotto il portichetto, passando davanti al pino non mi fermo. Non servono più riti. So che, finché avrò protetto questo confine, la vita notturna, speciale e magica, continuerà a danzare tra le lucciole, al riparo dallo sguardo del mondo.

Passati diversi giorni dal mio viaggio nelle  foresta casentinesi, questa mattina verso le nove e trenta un rumore di copertoni che spostano la ghiaia ed il rumore metallico di una portiera sbattuta hanno spezzato l’incanto.

Non sono passate che due settimane dal mio ritorno dal Casentino quando vedo le prime tute fosforescenti profanare il sentiero di accesso.
Sono in tre: due geometri e un ingegnere con il volto sepolto in un tablet. Portano con sé treppiedi laser e rotelle metriche, strumenti di precisione chirurgica pronti a sezionare il mistero. Il progetto, approvato in fretta tra le pieghe del piano regolatore, parla chiaro: un resort ecosostenibile (la solita etichetta usata per giustificare il cemento “gentile”), una serie di bungalow di lusso con spa panoramica proprio sul crinale del colle.
«Qui ci va la vasca idromassaggio esterna», dice l’ingegnere, picchiettando lo scarpone proprio sopra la radice del pino. «E quel vecchio albero andrà abbattuto, toglie troppa luce e le radici solleverebbero il deck in legno».
Sento un freddo improvviso, lo stesso che deve aver provato la lumaca quando ha capito che il suo guscio non basta più. Cerco con lo sguardo il vecchio riccio, ma il fragore del cantiere che sta per nascere lo ha già messo in fuga.
La Melissa, calpestata senza riguardo dai loro passi pesanti, esala un ultimo, disperato profumo di limone prima di essere schiacciata nel fango.
«Scusi, lei è la proprietaria confinante?», mi chiede uno dei geometri con un sorriso professionale. «Non si preoccupi, valorizzeremo tutto il giardino botanico. Sarà un paradiso per i turisti».
Non rispondo, il mio è uno sguardo carico di rancore. Volto gli occhi verso la cima del pino, sperando di udire ancora quel canto di flauto, un avvertimento, un fulmine divino, una maledizione di Silvano. Ma il cielo è muto. Il dio dei confini è stato sconfitto dai confini catastali. La moneta di bronzo è ormai prigioniera sotto i loro calcoli di cubatura.
Mentre tornavo verso casa, sento lo scatto metallico di un metro a nastro che si chiudeva.
Il gioco delle ombre è finito. La magia non è stata consumata dalla folla, ma cancellata dalla matita di un tecnico.
Sono avvilita, possibile che tutto questo debba finire così?

Il tempo della contemplazione è finito: è giunto quello dell’azione. Se il silenzio non basta più a proteggere il dio Silvano, sarà la storia a farlo.
Corro al telefono e chiamo il medico archeologo. «Dottore, si dimentichi le mie reticenze. Porti i suoi colleghi, porti la Soprintendenza. Subito».
Gli ho raccontato ogni cosa, le mie paure, cosa ho visto e compreso su alla Verna, l’arrivo del nuovo progetto e dell’ingegnere con i geometri, i primi paletti con la sommità rossa; non gli ho detto del silenzio che ha invaso il bosco e del gelo che ho dentro il cuore, anche se forse potrebbe capire.

È passato un giorno di ansia e palpitazioni, e quando le ruspe stanno già scaldando i motori ai piedi del colle, una piccola delegazione di esperti guidata dal Ministero della Cultura arriva a bloccare ogni operazione. L’ingegnere del resort ha cercato di protestare, agitando i permessi edilizi come scudi, ma il medico non lo ascolta nemmeno. Si dirige dritto al pino e, guidato dalle mie indicazioni precise, rimuove il primo strato di aghi.
Quando il sole di mezzogiorno colpisce il coccio pesto e il profilo della moneta di bronzo torna alla luce, il silenzio che scende non è quello magico della sera, ma quello solenne della scoperta scientifica. «È un’area sacra intatta», sussurra il medico emozionato. «Qui il resort non si farà mai».

Sono passate solo poche settimane, i picchetti dei geometri vengono sostituiti dalle paline del cantiere archeologico. Il progetto del resort è stato bloccato, cancellato e al suo posto nasce il Parco Archeologico Silvano, un’area protetta dove la natura e la storia potranno finalmente respirare insieme.
Certo, non ci sarà più la solitudine assoluta di un tempo.
Sono ormai passati dei mesi ed anche se ancora ci sono operai intenti ai piccoli lavori di gestione dei sentieri, arrivano i primi visitatori, ma sono diversi: camminano con rispetto sui sentieri tracciati, parlano a bassa voce e leggono i cartelli che spiegano l’importanza del rispetto per il limite.
I piccoli lavori nel frattempo procedono: scalini di legno nei tratti più ripidi; ringhiere sempre di legno a delimitare sentieri ed aiuole. Vengono posti cartelli esplicativi che narrano la natura e il culto al dio Silvano.
Il lavoro più grande è recintare il laghetto delle libellule, a proteggere  rane, salamandre e tritoni che lì hanno il loro habitat. Qui c’è un assoluto divieto di accesso, la necessità del massimo rispetto.
Le operose api continuano a vagare, e la melissa, ora curata e protetta, profuma più che mai.
La sera, verso le sette, mi siedo sulla panchina che è stata messa all’ingresso del parco. La Luna diafana sta sorgendo. In lontananza, vedo una scia scintillante di lucciole danzare proprio sopra le rovine del tempietto. Silvano non se n’è andato; ha solo cambiato pelle, trasformandosi da segreto privato in patrimonio di tutti.

Il Parco Archeologico è ormai immerso nel blu profondo della notte toscana. Le ruspe sono solo, per fortuna, un brutto ricordo e i visitatori  tornati alle loro case, lasciano il colle alla sua nuova, protetta sacralità.
Mentre le prime stelle bucano il cielo come spilli di diamante, accade qualcosa di inatteso. Non è il fruscio del vento, né il verso del gufo. Nell’aria inizia a vibrare come una melodia cristallina, un intreccio di note che sembrano cadere direttamente dalla Via Lattea. Ma da dove proviene?
Non arriva dal suolo, né dalle rovine del tempietto. Alzo lo sguardo e mi accorgo che il suono scaturisce proprio dalle fronde dell’imponente betulla e del grande pino. Una musica che pare prodotta dalle vibrazioni degli aghi e delle foglie, come se gli alberi fossero diventati le canne di un immenso organo naturale.
Ecco la voce di Silvano che non usa più il flauto solitario di un tempo, ma una canzone corale fatta di armonie ancestrali. La fonte è l’aria stessa: il suono nasce dal punto in cui la brezza incontra i rami, trasformando l’intero bosco in uno strumento musicale vivente. Una melodia che ricorda i canti armonici della Foresta di Vallombrosa, dove il sacro si fa musica.
Le lucciole, seguendo il ritmo di quella canzone invisibile, iniziano a comporre geometrie luminose nel buio, quasi a voler scrivere le note nel cielo. Capisco allora, così all’improvviso, senza che nulla lo dica esplicitamente, che il dio è soddisfatto: il parco non è più solo un sito da studiare, ma un tempio dove la musica della terra non si spegnerà mai più, privilegio uditivo per chi, come me, sa ancora sussurrare alla menta e al timo, lasciando Silvano finalmente libero di regnare nel suo giardino ritrovato. 

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