Premio Racconti nella Rete 2026 “Una possibilità” di Stefano Tigani
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026L’eco dei suoi passi rimbalzava sui muri umidi di via Palazzo. Alle tre del mattino non si vedeva anima viva nei paraggi. Qualche foglia si adagiava sul pavé lasciandosi andare in un fruscio leggero che riempiva quella notte nebbiosa e muta di novembre. Edo aveva freddo e si stringeva nel cappotto color cammello e nella sciarpa a quadretti; come sempre, aveva lasciato il cappello in auto, sul sedile posteriore. Di notti così ne aveva vissute molte, più per i pensieri che gli si annidavano nella testa che per il freddo o la solitudine silenziosa. Nel suo lavoro trovava sempre, prima o dopo, la soluzione giusta. Ci riusciva, con il passare dei minuti, delle ore e dei giorni, un po’ per l’esperienza, un po’ per la passione che metteva in campo. Ma questa era tutta un’altra storia. Questa volta c’era la sua stessa vita in gioco e doveva chiudere il cerchio alla svelta.
Milo lo aspettava nello stesso posto di sempre, seduto con la testa bassa sopra la panchina alla fermata del 2, in direzione Carpenedo, in mezzo a due enormi tigli bruni. Come sempre era silenzioso e assonnato. Il suo viso si riconosceva da lontano, spigoloso e deciso. Gli si sedette a fianco, senza guardarlo.
“Notte Don”, disse. “Notte boss”, rispose lo sloveno. Parlava perfettamente l’italiano, si conoscevano da quando Edo lo aveva assistito in quella che per l’uomo era una semplice marachella ma che per la Guardia di Finanza era in tutto e per tutto riciclaggio. E di quello pesante. Una serata tranquilla, come tante, alla guida di una Mercedes con targa svizzera. Milo viaggiava sereno verso casa quando, all’uscita dall’autostrada A4, all’altezza di Latisana, era stato fermato per via della targa straniera che stuzzica i sensi degli operatori di Polizia Giudiziaria. L’auto era zeppa di banconote da cinquecento euro, pulite, stirate e – aveva detto Milo – profumate. Era bastato un paio di minuti per finire nel registro degli indagati, con il telefono sequestrato e l’auto passata al setaccio alla ricerca di chissà cosa. “Solo perché sono sloveno”, aveva commentato con quella sua voce roca e l’accento secco, nell’unica telefonata che gli era stata concessa col difensore. Edoardo Bruni, per l’appunto.
Erano passati dieci anni da allora. Milo era diventato l’informatore perfetto. Discreto e pieno di risorse. Fidato e potente, era rispettato e invisibile. Era il suo preferito e gli doveva un paio di arresti importanti. Ormai erano amici e le cose erano cambiate. Se c’era un uomo che poteva portare a termine quella follia senza fare rumore, era proprio lui.
Edo, nel frattempo, era diventato un sostituto Procuratore della Repubblica. La professione l’aveva sfinito, ma non era stata la causa dei suoi insuccessi, anche se ogni tanto aveva voluto credere il contrario. Addebitava al suo lavoro le colpe che, aveva dovuto ammettere, erano solo sue. Gli era anche capitato di pensare che qualcuno in qualche parte del mondo avesse ottenuto la felicità e il successo a condizione che uno sconosciuto dall’altra parte di quello stesso mondo venisse travolto dalla mala sorte al posto suo, come in un vecchio racconto de “Ai confini della realtà”. Prema il bottone e sarà felice. Solo che lì quel qualcuno era morto. Quindi, si riteneva fortunato. A quarantacinque anni era solo e insoddisfatto, ma benestante. Durante la sua prima vita aveva riposto nella toga tutto il suo essere devoto al diritto di difendere e di essere difesi. Poi qualcosa in lui si era rotto, dalla sera alla mattina, quando aveva dovuto ammettere a se stesso che qualcosa non funzionava più. Dopo tanti sacrifici e soldi spesi in analisi, si era ritrovato punto a capo ed era andato oltre. Aveva “cambiato sponda”, come gli ricordava sempre il suo dominus ogni volta che si incrociavano nei corridoi o nelle aule del Palazzo di Giustizia.
“Così hai per me, Don?”, esordì Edo. “Niente di sicuro, ma quel mio amico di Roma, quello zingaro che mi ha rubato l’auto che poi mi ha restituito… ricordi? Mi dice che una possibilità c’è; una possibilità, boss, non una cosa sicura, una possibilità, e basta”.
Una possibilità. Era già più di qualcosa per Edo. Negli ultimi tempi aveva vissuto un viaggio schizofrenico alla ricerca di una soluzione che solo lui considerava. Una soluzione di certo immorale per un uomo di legge. Ma non per lui. Non più. Era come una nuova verità che lo prendeva per le gambe e lo costringeva a proseguire. Si sentiva un maratoneta al trentaquattresimo chilometro. Non poteva mollare, ma sentiva che non ne aveva ancora per molto.
Milo spezzò il silenzio che nel frattempo si era ripreso la scena: “Devo andare avanti?”. Edo si destò:” Ah, certo Don, certo. Tienimi aggiornato. Ci vediamo alla prossima Luna piena”. I due si erano dati quella regola per i loro colloqui segreti. Avevano valutato che non fosse una buona idea telefonarsi. Andava bene così e comunque, in caso di emergenza, il telefono esisteva ancora. Sapevano entrambi che prima o poi qualcuno avrebbe notato quei due individui fermi sulla panchina, in piena notte. Una guardia giurata, un transessuale, un anziano insonne col cane, una semplice pattuglia di ronda o un individuo qualunque che non si faceva i fatti propri. Ma lui sarebbe arrivato li dove voleva, prima o poi. E dopo quel poi niente sarebbe stato come prima. Ma non aveva molto tempo. Si abbracciarono e si diressero in direzioni opposte.
Edo respirò a fondo per tutto il tragitto che lo ricondusse a casa, cercando di assorbire il profumo di quella notte fredda e umida. Voleva godersi al massimo l’essenza di quel che stava facendo, perché stava facendo la cosa giusta. Ne era convito e aveva trovato il coraggio necessario per farlo. Arrivato in via Dante, riaccese il cellulare, aprì la porta di casa e prima di entrare si girò verso il cielo scuro. La notte era davvero straordinaria.
II
Passò un mese esatto, tra le mille scartoffie di tutti i giorni, qualche decreto di citazione da firmare e soprattutto, milioni di pensieri. Alle 7 del mattino di una domenica, squillò il telefono. Edo sobbalzò. Il prefisso era sloveno. Cazzo. Rispose: “Si?”.
“Boss ci siamo”. La telefonata era uno strappo vietato alla regola, ma allo stesso tempo significava che il tempo era finito, che c’erano le condizioni per chiudere quella storia. Per chiuderla come lui aveva deciso. Un brivido lo passò dalla testa ai piedi. Si accorse che stava sudando.
“Dimmi allora”. La sua voce tremava e Milo lo capì. “Boss, sta sereno, ci penso io”.
Ci penso io. Edo imprecò, in dialetto. “Vai da Lino e fa che arrivi a Nova Gorica, c’è un vecchio Casinò dismesso proprio dietro il binario dell’entrata al confine Nord. Lo aspetto lì fra tre ore. Tre ore al massimo. Dopo non avrò più il controllo di questo casino”. “Come lo mando li?”, chiese Edo. Milo rise con la sua voce stridula, pensando a quanto Edo fosse straordinariamente colto e preparato, ma allo stesso tempo ingenuo: “Ci sarà un mio uomo, Bogdan. Non fa domande e non sa nulla. Be’ insomma, sa il giusto. Fidati”.
III
Quando Edo bussò alla porta, Lino Durante stava leggendo “Il momento di uccidere”; attendeva l’udienza che, con ogni probabilità, lo avrebbe condannato ad almeno vent’anni per aver investito e ucciso l’assassino di suo figlio Marco. “Dottor Bruni …”. “Si vesta e salga su quell’auto”, comandò Edo. Lino, stordito, chiese il motivo della visita del sostituto procuratore che ne aveva chiesto la condanna a ventisei anni di carcere, senza alcuna pietà e senza considerare tutto ciò che lo aveva condotto a quel gesto.
“Lino, si fida di me?”. “Che cazzo di domanda è?” “Si fidi e mi ascolti bene, perché io sono la sua unica via di uscita”. Un sorriso amaro disegnò il volto di Edo, era come se la sua espressione fosse rivolta a sé stesso. Lino era disorientato: “Non ci sono vie d’uscita da questa storia. E che ci fa quel bestione lì con la portiera dell’auto aperta?” Edo sorrise, il nuovo Edo si era preso la sua vita. Si sentiva bene: “Si fidi di me”, ribattè il magistrato. E’ una persona che non la conosce. Si chiama Bogdan, la porterà da un amico. Eviti di fargli domande. Tanto non le risponderà. I documenti e la sua nuova identità sono già pronti. Può ricominciare lontano da qui, se vuole. I soldi non saranno un problema.”
“Ah, vuole farmi evadere, dottore. Che fa, vuole processarmi per direttissima e chiedere qualche anno in più? Quando si è trattato di considerare la mia capacità al momento del fatto, o semplicemente di valutare che è stato solo un incidente, lei mi ha riso in faccia. Ma forse, stronzo com’è, se l’è già dimenticato. Vuole fregarmi? Mi ha preso per scemo?”.
“Lino, non la troverà mai nessuno. E poi qui lei non ha nessuno. Lo sappiamo tutti. Non ha famiglia e non mi pare di aver visto la fila di amici chiedere l’autorizzazione per venirla a trovare ai domiciliari. Figuriamoci quando sarà in carcere. Meglio lontano con un nuovo nome che in galera per un reato che dice di non aver commesso, non crede?”
Il dottor Bruni aveva l’aria seria. Non se ne sarebbe andato, era chiaro, e se era serio come lo era stato fino a quel giorno, c’era da credergli. “Lo sa che perderà il lavoro e si prenderà una condanna per questo, dottore?” “Se mi beccano, si. Comunque non è un suo problema”.
Lino era un brav’uomo ma non ci aveva pensato due volte quando, un paio di settimane dopo la morte di Marco, aveva incrociato il ghigno del suo carnefice all’incrocio tra via Terraglio e via Trezze. Sulle strisce pedonali aveva spedito quel delinquente dove avrebbe dovuto stare: all’inferno.
Il dottor Bruni, rappresentante della Giustizia con la G maiuscola, aveva sostenuto l’accusa con diligenza e rigore. Per lui era in tutto e per tutto omicidio volontario. Lo aveva capito subito. C’era da credere che molto probabilmente, grazie all’impianto accusatorio che aveva costruito con la sua bravura tecnica, le solide consulenze svolte e le testimonianze raccolte lo sarebbe stato anche per la Corte d’Assise che, ora, aveva il pallino in mano e lo avrebbe stampato di sicuro in mezzo alla fronte di Lino. Per la stampa che si divertiva a scommettere su macabri pronostici l’ergastolo non era la probabilità più gettonata, ma era pur sempre uno spettro dietro l’angolo. E se Durante avesse preso venticinque o trent’anni sarebbe comunque morto in carcere.
Le persone cambiano messe di fronte a ciò che la Giustizia – quella di cui si è parte – non riconosce? Vale a dire l’equità? Se c’era un momento per scoprirlo, era quello, si disse Lino.
Prima di salire in auto, si voltò verso Edo e gli disse: “Se ci fermano dirò che mi ha rapito”. Edo, in precedenza, lo aveva visto sorridere solo in una foto apparsa nel giornale in cui, abbracciato al figlio, alzava al cielo una trota salmonata gigante appena pescata sul torrente Avisio.
Quando Bogdan chiuse la porta della Mercedes che avrebbe condotto quel vecchietto così provato verso una nuova vita, per i suoi ultimi dieci o quindici anni, Edo cadde in ginocchio e pianse, spinse fuori tutta la rabbia che aveva nel cuore. Sapeva di aver perso anni, troppi, sostenendo da una parte e dall’altra un impegno verso lo Stato in cui non credeva più da un pezzo, di sicuro almeno da quando aveva richiesto e ottenuto quel processo per omicidio volontario che ora si avvicinava all’epilogo; al momento in cui la sua pervicacia avrebbe fatto calare il sipario sulla vita di un papà a cui, in fin dei conti, avevano portato via l’unica gioia. Senza alcun motivo.
Il dottor Edoardo Bruni era arrivato al capolinea della propria moralità, o l’aveva semplicemente scoperta o anche solo superata di quel tanto che basta per atterrare oltre ogni canone consociativo e oltre ogni giudizio. Al di là del ruolo che gli dava da mangiare e al di là degli sforzi sostenuti per ritagliarsi quel pezzo di posizione che lo rendeva molto rispettato.
Era pronto a perdere anche il lavoro e la reputazione e forse la sua stessa libertà. Per sempre.
Sempre che lo avessero beccato.
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