Premio Racconti nella Rete 2026 “Un paese piccolo in un posto di passaggio” di Stefano Tigani
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Quando Eros perse sua madre, decise di mettersi in viaggio, senza immaginare una meta precisa. “Ho bisogno di staccare, Tony”, aveva detto al suo titolare un paio di giorni dopo il funerale. “Pensi che Emma possa occuparsi dei miei clienti per un mesetto?” “Un mesetto? E’ tanto, Eros, fra due mesi siamo in stagione, accidenti”, aveva risposto il boss. Aveva sorriso, con i suoi denti bianchissimi, ma con una smorfia. Tony faceva così solo quando si innervosiva, anche se non era mai scortese. Era un uomo tosto, ma leale. L’azienda del nonno era diventata sua ed era tra le più forti fra i distributori di bevande del NordEst. Il fatturato del 2024 era stato stellare e contava ormai quasi trenta unità tra dipendenti e agenti di commercio. Eros era l’agente di punta e sapeva che Tony non poteva concepire una sola settimana senza di lui. Non solo Tony, del resto. Persino quando andava in ferie, Eros si portava un telefono aziendale per le emergenze. Non era stata una richiesta del capo, ma sapeva che lo faceva stare tranquillo. Se gli chiedeva un mese, la situazione era seria, molto seria.
“Va bene, vai, ma parla con Emma prima di andare e spiegale anche quella fornitura di Advocat. E’ incazzato e ha ragione. Risolvetemi quel problema per favore”, aveva detto Tony. Si era voltato e si era acceso una sigaretta dopo averla rollata sulla scrivania mentre dalla finestra osservava l’aria addensarsi dei piumini bianchi dei pioppi. “Tra un po’ mi viene l’allergia, accidenti. Dove vai, almeno me lo dici?”.
Eros non aveva risposto alla domanda perché – era vero – non sapeva dove andare, a casa non lo aspettava nessuno e le uniche cose che avrebbe dovuto affrontare al rientro erano le scartoffie burocratiche della dichiarazione di successione e del conto di mamma da sbloccare. Apparteneva a entrambi ma gli era stato detto che la banca lo blocca in automatico quando si verifica il decesso di un cointestatario. Comunque, quello era l’ultimo dei suoi pensieri e, soprattutto, al momento non aveva alcuna intenzione di pensare a oltre un giorno di distanza da sé.
Così, la domenica successiva era partito con la sua audi Q8 azzurra, si era concesso una breve colazione lungo lo stradone che univa il mare alla terraferma e si era diretto verso la Francia, non per arrivare fino a lì, ma perché immaginava di girovagare per i paesi e le campagne, senza giacca e cravatta, a cercare di riordinare le idee e scacciare tanti brutti pensieri – e che brutti pensieri. Un amico gli aveva parlato del Forte di Bard, gli aveva descritto alla perfezione la sensazione di pace che si prova in quel posticino. Senza affannarsi, in serata ci sarebbe potuto anche arrivare ma il freddo che sentiva nel sangue era al momento il disagio con cui doveva fare i conti.
Aveva sofferto tanto quando suo padre era morto, poi era arrivata la separazione da Catia, che ora abitava in Francia con Benoit. Di fatto, per lui, anche lei era morta. Ma non poteva immaginare che la scomparsa di mamma Tata gli avrebbe letteralmente tolto il pavimento da sotto i piedi facendolo precipitare tutto vestito, in un secondo, nell’angoscia di essere rimasto veramente solo. Sarebbe potuto sparire o morire e nessuno se ne sarebbe interessato più di tanto, se non per mere questioni economiche. Poteva adottare un cane, ma chi lo avrebbe accudito mentre lui percorreva centinaia di chilometri al giorno, spesso senza rincasare? E comunque Eros Polo, al momento, non aveva affetto da dispensare.
II
Massimo rientrava verso casa, dopo una giornata in barena a caccia di anatre. Era stagione e le mattine fresche gli ricordavano quelle passate da bambino con suo nonno. Era lui che gli aveva insegnato quell’antica arte rurale e regalato il calibro 12 che con tanta cura portava con sé.
Scese con la tuta mimetica e passò dal bar di Luca. Quello gli servì un Raboso fresco – a lui piaceva così – e un po’ di polenta e cotechino. Poi avrebbe puntato dritto verso casa, poco più in là, un bel casolare ristrutturato, dove una pasta con la lepre lo attendeva fumante; infine si sarebbe goduto un meritato pisolino. Nei paesini piccoli di campagna è così, è tutto molto semplice ma genuino. E’ la vita rurale, diceva.
Verso le dodici Eros attraversò Treviso per imbroccare la Strada del radicchio, la Provinciale che porta verso Padova. Giunto in fondo al curvone che immette verso Noale, aveva puntato in direzione della piazzetta, verso l’unico bancomat che vedeva in lontananza. Notò una bella chiesa e qualche negozio di vicinato. Era uscito da quello stradone denso di traffico rumoroso e in un batter d’occhio si trovava a incrociare solo qualche vecchietto e un paio di persone con la spesa in mano. Un tranquillo venerdì mattina di provincia. Decise di prendere un caffè e si sedette nel piccolo bar che guardava sulla piazza che doveva essere proprio il cuore di quel paesino.
Era partito da poco ma sentiva tutto il peso dell’angoscia per l’assenza di progetti per la sua vita futura, ammesso che ne volesse ancora una. Non aveva nulla da dire a nessuno. Il suo lavoro, sì, andava bene ma non provava emozioni da tempo. Almeno quelle vere, pensava. E non ne avrebbe più provate. Sapeva che nella sua situazione, la depressione è dietro l’angolo e stava valutando anche l’idea di entrarci in contatto e sfidarla. Tanto l’esito di quel confronto non sarebbe interessato a nessuno. Eros era solo.
“Fa come credi, bello, ma non serve scappare. E’ come una sbronza, quando torni alla realtà è peggio di prima, sempre che un peggio esista. Te lo dico per esperienza.” Lì per lì non aveva capito a cosa si riferisse il capo ma con il passare delle ore il concetto aveva preso forma e quella forma non era piacevole.
L’angoscia saliva. Mentre appoggiava la tazzina di Goppion alle labbra, vide una donna entrare nella filiale della Banca della Marca. Finì il caffè e si diresse verso il bancomat per prelevare un paio di centinaia di euro. Fu lì che la sua testa ebbe un sussulto. Dalla finestrella che dava sull’interno della banca vide la donna che puntava una pistola verso il giovanissimo cassiere. Sentì un brivido di adrenalina e di paura salirgli dal collo verso le tempie. Entrò e in un nanosecondo si ritrovò con una pistola puntata.
“Che cazzo fai?”, aveva urlato quello, con l’accento del sud e il viso travisato. Altro che donna. Nella mano sinistra stringeva una borsa e continuava a girarsi verso il ragazzo e verso Eros. “Che cazzo vuoi?” “Ti sparo se non Ti sposti!”. Se si fosse preso una pallottola, la sua angoscia forse sarebbe finita. Che fosse entrato proprio per quello, perché qualcuno avesse il coraggio di fare quello che lui non aveva il coraggio nemmeno di pensare? Non lo sapeva nemmeno lui al momento. “Spara, coglione, se hai le palle”, disse.
Si trovava a tre metri di distanza dal delinquente, poi a due, poi con l’arma appoggiata sulla fronte. Con tutti i film d’azione che aveva visto, non avrebbe mai immaginato che una pistola vera fosse così grande – l’indice del rapinatore quasi non si vedeva – e soprattutto così fredda.
“Vuoi morire?” “Forse”, aveva risposto Eros. “Ti accontento sai se vuoi”. Sentiva l’alito vinoso arrivargli alle narici e la vita che stava per tirargli uno scherzo che si era cercato da solo come si fa quando si sfida l’alcol o il gioco d’azzardo. Sentì il metallo premere ancora più forte e chiuse gli occhi. Pensò a sua madre. Poi un colpo secco e la pressione svanì.
“Porca troia Massi!”, Aprì gli occhi e vide l’uomo con la tuta mimetica che si era alzato poco prima di lui da quel bar minuscolo puntare un fucile verso il pavimento, ansimando, e l’uomo vestito da donna a terra in una pozza di sangue che da sotto la nuca prendeva dimensione colorando le piastrelle fino ad arrivare in un attimo al battiscopa.
Il cacciatore era sotto shock, immobile e tremante e guardava il fucile che aveva da poco usato per uccidere qualche anatra innocente e fare incazzare un paio di runners semivestiti.
“Vo – le – vi farti ammm azz. Are?”, riuscì a balbettare prima di svenire, cadendo sul cappello che aveva perso.
Rientrando verso casa, quello stesso giorno, Eros pensò che per tornare in sé c’era dovuto scappare il morto e che quel morto poteva essere lui. Si sentì in dovere di regalare un mazzo di fiori e una bottiglia – Raboso, aveva detto il barista – a quel Massimo che gli aveva fatto riassaporare il sapore della vita e allo stesso tempo lo aveva riportato in qua. Quando andò a trovarlo, qualche giorno dopo, gli chiese come fosse stato possibile portare un fucile in una banca senza che nessuno se ne accorgesse. “Una volta in auto me lo hanno rubato”, aveva risposto l’uomo, “e comunque lo sanno tutti che in quella banca il metal detector non funziona. In fondo, questo è un paese piccolo in un posto di passaggio.”
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