Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Corro da lei” di Stefano Tigani

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

E’ sabato pomeriggio, finalmente. Ho lavorato duro tutta la settimana al programma di trattamento che il Giudice Torto ha disposto nei confronti di una ragazza che non mi piace per niente. Ha un aspetto spocchioso e viziatissimo. Si è presentata al colloquio conoscitivo assieme al fidanzato, con un vestito rosso elegantissimo, la gonna che le si apriva dall’alto al basso della coscia destra e un decolté strabiliante, suscitando ogni mia più indicibile immaginazione. Lui vestiva un’improbabile pelliccia verde e un paio Clark’s slacciate. Non dico che ero a disagio, ma ci ero molto vicino.

La ragazza mi ricorda Jessica Rabbit, solo che è mora. In quell’occasione non aveva trucco. Penso che si fosse svegliata e – senza passare per la doccia – avesse indossato di corsa lo stesso vestito dentro al quale la sera prima aveva roteato e gridato a squarciagola in chissà quale locale con quel personaggio che le si accompagnava e infine si fosse fiondata direttamente qui. O forse non se l’era nemmeno tolto quel vestito. Insomma, una specie di Jessica Rabbit a colloquio con l’ufficio di esecuzione penale esterna perché, ubriaca, aveva travolto e steso un palo della pubblicità facendolo stramazzare a terra, un po’ come la tempesta Vaja con i pini rossi del Carezza in quel dannato 2018. A colloquio perché il Giudice, come ormai accade in modo seriale, aveva sospeso il processo, concedendole la possibilità di prendere coscienza dell’errore, ordinandole di rivolgersi ai nostri uffici per la redazione di un programma di trattamento che comprendeva anche dei lavori di pubblica utilità da svolgere presso qualche ente del terzo settore, magari portando a spasso qualche vecchietto, o cucinando in qualche mensa della Caritas.

Sono veramente stanco, questa riforma ci ha riempito di scartoffie e noiosi programmi da redigere, senza soluzione di continuità o prospettive di crescita professionale. Siamo solo dei soldatini in fila che eseguono copioni scontati. Lo Stato vi ringrazia tanto. Ma finalmente, dopo un bel pisolino di due ore, una mezz’oretta di Calisthenics in camera di sotto e una doccia rigenerante, posso partire.

Maggio quest’anno è straordinario, il clima è secco e l’aria ha un profumo gradevole, persino in città, specialmente al mattino presto quando porto Jim a passeggio costeggiando il Brenta che borbotta mentre il centro si sveglia. Passo sempre più spesso dal chiosco di Bruno che mi fa trovare il caffè già pronto perché dallo specchio sopra il fornello mi vede mentre arrivo arrancando dietro Jim che ha appena un anno, ma è una vera forza della natura. Mi piace passare da lui perché mi parla sempre di sua moglie che ha perso qualche anno prima. Devono essersi amati veramente tanto. Gli si illuminano gli occhi quando ne ricorda i suoi infiniti pregi mostrandomi le sue foto appese sopra al bancone. L’arte di cucinare, ad esempio.

Ma è sabato pomeriggio e ora corro da lei. Sono le quattro e l’aria è più calda ma ancora gradevole, mi ci vorrà un paio d’ore di autostrada per arrivare a destinazione. Sono fortunato ad avere una fidanzata da cui ripararmi alla fine di giorni e settimane interminabili, che mi avvolgono in una cortina di tensione e difficoltà, di gente che mi vomita addosso i problemi più assurdi ma anche un milione di stronzate. Gente che mi prende quasi come un confessore e non come un operatore di Giustizia quale sono a tutti gli effetti. E solo per farmi credere di essere a posto, di aver capito ed evitarsi una condanna. E, ovviamente, senza mai un grazie.

Mi vesto e corro da Lei. Per l’occasione ho scelto una camicia bianca e un paio di pantaloni color crema che esaltano il mio discreto quadricipite, una giacca blu, senza cravatta. Tutta roba di ottima sartoria che mi fornisce il mio amico Ricky. E’ solo un tentativo di darmi un bel tono perché la maggior parte della volte a Elena il mio look non piace e non manca di farmelo notare. Accidenti, penso, e Jessica Rabbit cosa dovrebbe dire? Eppure mi ha colpito come guardava con gli occhi lucenti quel cafone impellicciato. Slaccio due bottoni della camicia così da essere più libero alla guida e sembrare anche più sexy quando scenderò dall’auto sul parcheggio del lungomare.

Voglio godermi ogni minuto di questo viaggio verso Trieste, pensandola. La chiamerò solo dieci minuti prima di arrivare, per darle giusto il tempo di sedersi al nostro caffè in piazza Unità, con le spalle al palazzo bianco della Prefettura e i suoi occhi color mare che spaziano radiosi sulle costruzioni decadenti e magnetiche di quel posto così speciale. Elena si raccomanda sempre di non chiamarla prima perché sta con le amiche in centro a fare shopping oppure in biblioteca a studiare, sempre con le stesse amiche, dice. Me le immagino sorridenti e strafighe mentre scorrazzano di negozio in negozio, ridacchiando di qualche commesso sfigato a cui, inevitabilmente, scappa un’occhiatina mentre loro provano camicette o le stronzate varie che vanno per la maggiore. O mentre sghignazzano solo perché, magari, il commesso è gay. Non sarebbe la prima volta. E poi via, verso la pasticceria più vicina a sorseggiarsi il gocciato mentre pianificano la prossima estate. Forse a Ibiza. Che, poi, perché sempre sta diavolo di Ibiza? Non si starebbe così bene anche li vicino? A Grado per esempio. Non è un caso che la chiamino “L’isola del sole”. E’ una città antica, carina e deliziosa, con un centro storico ricco di scorci mozzafiato che ti conducono al porticciolo come verso un’apparizione. E poi spiagge a perdita d’occhio, anche a pagamento se vuoi. Lì l’aria è diversa, è così romantica e calda nel modo giusto e i locali offrono del cibo invidiabile. E’ il posto ideale per una coppietta di innamorati. E poi parlano italiano, che non è poco. Sembra che il tempo li si sia fermato. E’ come se lo sviluppo urbano selvaggio degli ultimi quarant’anni abbia abbracciato con rispetto quella lingua stretta di terra che conduce da Aquileia a Grado per proseguire verso Trieste. Come per farle una carezza. Mi piacerebbe riparlare della prossima estate con Elena ma mi sa che non avrò voce in capitolo. Per lei Grado è banale.

Mi trovo all’altezza di Cessalto, l’aria è più fresca e il cielo è azzurro, il sole non è ancora calato e si sente già il profumo del mare. Persino all’ autogrill. Mi sono fermato per gustarmi un caffè e assaggiare chilometro dopo chilometro il mio viaggio verso Elena. La mia Elena. Me lo voglio godere tutto. Scendo dall’auto, il cielo è più blu di quanto non fosse a Padova e lì per lì non me n’ero accorto. Forse, dico forse, la coppietta che osservo nell’auto parcheggiata qui a fianco mi fa così tenerezza da alterare i colori nella mia percezione. Lei gli sta accarezzando il viso, lui ha gli occhi chiusi e sembra dire qualcosa ma io non sento. Però è felice, si vede che lo è. Poi lui fa una cosa che mi rattrista un po’. Le accarezza le labbra. Elena odia quando le accarezzo le labbra. Sì, capisco che il suo rossetto costosissimo possa perdere colore e magari sfuocare un po’ ma, insomma, dico, sei con me, siamo nell’intimità, che accidenti te ne frega di quel rossetto di merda? Voglio dire, se mi ami, che ti frega del rossetto. Persino Jessica non si era curata del rossetto per venire a colloquio.

Il caffè è costosissimo, un euro e ottanta, una follia. Poi scopro che me l’hanno servito con miscela arabica 4.0 che non capisco cosa sia e mi viene fatto notare che non ho nulla di cui lamentarmi. Non è corretto, dico, volevo quello arabico, ma lo bevo ugualmente, lo pago e me ne vado dando un’occhiataccia alla commessa che, per contro, mi restituisce un bel sorriso solare. In compenso, il caffè era buonissimo e mi ha dato una bella carica. Mi ha proprio svegliato. Mi fa venire in mente che Elena odia il caffè dell’autogrill e in effetti spesso non mi accompagna neppure a berlo quando, durante il viaggio, mi fermo a fare rifornimento. Questo caffè fa schifo. Tanto che a volte vi rinuncio.

Riparto, metto su i Coldplay e Fix You inizia a diffondersi. Vado matto per i pezzi un po’ Indie, un po’ pop, ma alla fine anche un po’ romantici. A Elena non piacciono invece, per lei è roba da ragazzini. Ma, sinceramente, a 34 anni io mi sento ancora giovane e lei, che ne ha 24, lo è ancora di più. A volte penso sia solo un modo per darsi un tono. In effetti è una brillantissima studentessa di legge e dice che farà il magistrato. A pensarci bene, il piglio pungente e un po’ arrogantello lo ha tutto e sarà di sicuro un’ottima rappresentante della categoria, anche o forse soprattutto dopo la separazione delle carriere, se mai ci sarà. Meno male che è la mia ragazza, mi dico.

Mano a mano che le linee bianche si accodano alle mie spalle col passare dei chilometri, mi sento crescere nel petto una specie di ansia, ma non la so decifrare. Un po’ come prima di prendere un aereo. Sì, c’è poco da fare, l’ansia si sta facendo spazio nel mio corpo sempre più teso. Non mi dà esattamente fastidio, ma si fa sentire. Un po’ come il suono che rimbomba nelle orecchie dopo un concertone di un paio d’ore. Allora esco dall’autostrada perché ho bisogno di percorrere la strada panoramica e passare dal Castello di Miramare. E’ una cosa che mi rilassa molto, perché lo spettacolo che offre è delicato e un po’ suadente; sensuale, in qualche modo. Mi fermo sul lungomare e faccio due passi verso una piccola piazzola che dà su un affaccio, preceduta da un elegante pineto. Noto delle seghette che si rincorrono saltellando e cinguettando, sembrano felici e spensierate, a differenza mia. Sorrido perché mi ricordano Jessica e il coatto quando ho porto loro il caffè. Si sono guardati negli occhi e mi hanno ringraziato, esultando come due fanciulli davanti a un ovetto Kinder, esattamente come questi uccellini simpatici. Gli animaletti non fanno caso alla mia presenza, non hanno nessuna paura, mi passano anche a fianco sempre più divertiti. Forse gli faccio anche un po’ pena. Sono così solo. Ma sarò a Trieste fra circa un quarto d’ora. E fra un po’ dovrò chiamare. Ripenso a Jessica e ammetto che, alla fine, non è poi tanto peggio di Elena. Sarà pure spocchiosa ma, almeno, si è presentata all’appuntamento con delle pastine fresche e un bel sorriso, proprio come la ragazza dell’autogrill. Con un po’ di trucco e in altre circostanze, forse mi sarebbe persino simpatica. E a ben vedere, era così affettuosa con quello strano tizio che l’aveva accompagnata da me. Lì per lì non l’avevo notato, preso com’ero a organizzare il programma, che la mia sensibilità mi aveva abbandonato. A pensarci bene, Jessica e quel giovanotto sono proprio una bella coppietta, magari un po’ trash, ma autentica.

Mi assale un senso di solitudine, che non inquadro alla perfezione, ma mi avvolge la testa e mi rattrista. Dieci minuti al mio arrivo. Scendo dall’auto e chiamo Elena. Ho avuto un contrattempo, le dico, e riparto verso casa.

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