Premio Racconti nella Rete 2026 “La memoria della plastica” di Matteo Glendening
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Mi avvicinai per esserne sicuro. Sembrava proprio così. Barbie mi stava guardando. La presi con la mano e per un momento mi sentii a disagio ma proprio quando ero sul punto di riporla sul comò, sentii su di me un altro sguardo. Era quello di Ken, molto diverso dalla serenità negli occhi di Barbie. Incuriosito, mi accovacciai e il suo disgusto mi parve evidente. Lo fissai per restituirgli tutta la sua rabbia, stringendo in mano il corpo plastificato della sua ragazza. Mi sentii spinto da un’irrinunciabile sensazione di lotta, al punto da mollare un ceffone sulla sua perfetta chioma laccata. Lui rotolò via dal suo prezioso centrino e sbatté il volto perfetto sul pavimento. Fu un momento di trionfo. Avevo sconfitto il rivale e non uno qualunque. Marciai sul campo di battaglia e portai lei nel mio letto. Qualche ora più tardi, sentii il citofono e tornai sui miei passi. Barbie di nuovo sul suo centrino, Ken accanto a lei. E così passavano le settimane, un pomeriggio ogni due. Mi alzavo dalla scrivania, afferravo Barbie, tiravo un ceffone a Ken, portavo il trofeo in trionfo nel mio letto e rimettevo tutto al suo posto allo squillo del citofono. Solo che, settimana dopo settimana, avevo sempre meno voglia di privarmi di Barbie. E sempre meno voglia di rimettere a posto Ken. Iniziai lasciando Ken steso a terra dopo il ceffone. Quel pomeriggio ascoltai mia sorella gridare “Ken!” dalla sua stanza. Poi iniziai a nasconderlo. Sotto al letto, dietro all’armadio, nella cuccia del cane. Ogni volta mi convincevo di aver trovato il nascondiglio perfetto. E ogni volta Ken mi guardava con rabbia crescente. Lo prendevo in giro, lo sbeffeggiavo. Mi piaceva la sua sottomissione, ancora di più di quella di Barbie. Mia sorella lo ritrovava sempre e per mia fortuna, dall’episodio della cuccia, si era convinta che le frequenti sparizioni di Ken fossero da imputare al nostro cane. È un po’ di tempo che riciclo i nascondigli, non ne trovo di nuovi. A volte penso di non volerli trovare. Stare da solo nella mia stanza a guardare Barbie non mi soddisfa più. Penso solo a Ken, alla sua bella faccia perfetta immersa nella polvere dell’armadio, alle sue gambe toniche schiacciate dal peso della cuccia, alla paura nei suoi occhi mentre lotta tra la vita e la morte nelle pieghe del termosifone. L’euforia si impossessa di me e scaravento Barbie per terra. Corro verso il termosifone e scorgo un solo occhio. Era furioso. Furioso ma impotente. E glielo volevo provare. La manopola era impostata sui 20 gradi. Li alzai a 25 e gradualmente a 30. Il suo sguardo era inflessibile, non mostrava segni di cedimento. Misi una mano sul termosifone e alzai la temperatura a 40. A 50 gradi sentivo il calore scorrermi sul palmo, ma non potevo rischiare di mostrarlo a lui. Il nostro duello di sguardi era serrato, l’avrebbe capito alla prima smorfia. La temperatura arriva a 70 e io sento il sudore gocciolare sul mio polso. Da parte sua nemmeno un cenno, solo il suo solito sguardo di rabbia, che piano piano inizia a nascondere un ghigno di soddisfazione. Non appena glielo leggoin volto, alzo vorticosamente la temperatura e arrivo a 100. Convinto di poter reggere il dolore, aspetto solo il cedimento di Ken. Ma lui è impassibile, non muove un muscolo. Penso a Barbie e alla fatica che avevo fatto per ottenerla. Penso alla furia di Ken il primo giorno. Penso a tutti i ceffoni che gli ho tirato. Penso a l’inebriante sensazione di vittoria sull’essere perfetto. Mentre lo faccio stacco la mano, urlo di dolore e osservo la carne dei polpastrelli quasi fuoriuscire tra lacrime di sangue e rossori. Non resta che piangere. Mi accovaccio sotto al termosifone disperato. Sono sconfitto. Il dolore supera quello delle bruciature della mia mano. Torno a letto sconsolato, stringo Barbie a me e chiudo gli occhi. Sogno lei e sogno lui. Sogno lei che si dispera davanti al termosifone, implorandomi di tirarlo fuori. Più la mia mano sanguina, più lei si dispera e prova a insinuarsi nelle pieghe del termosifone. La mano brucia e io mi accascio a terra, senza ricevere nemmeno una parola di conforto. Le urla di mia sorella mi svegliano di soprassalto. Dopo qualche secondo è in camera mia con le lacrime agli occhi, con ancora la divisa da danza indosso. “Vieni a vedere che ha fatto il cane a Ken!”. La seguo in corridoio e poi lo vedo. E’ steso a terra. Metà del volto intatta, l’altra metà melmosa. Il corpo è diventato un ammasso di plastica liquefatta. Noto sulle dita di mia sorella quello stesso liquido appiccicoso che è in terra. Mi rendo conto che Barbie è lì con me, stretta nel mio palmo. Mi sfugge dalle dita e cade su di lui. Il suo volto insanguinato si mescola con il liquido melmoso. Mia sorella urla e scappa. Adesso so, finalmente, che avevo perso fin dall’inizio.
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