Premio Racconti nella Rete 2026 “Passa l’angelo e dice AMEN – Brevi storie tragicomiche al sud” di Tea Dragano
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Da quando ho memoria, alcuni giorni del calendario hanno dei buchi.
Mi chiamo Tea. Sono nata in un paese del Gargano, una terra dove il vento ti taglia la faccia.
Sono figlia di una ragazza madre — formidabile, trucida e fuori dal comune — una donna che mi ha cresciuta sotto una campana di vetro, nutrita di storie visionarie, piene d’amore e di morte.
In casa i ruoli erano liquidi: il nonno era anche papà, la nonna anche mamma, gli zii fratelli, padri e complici.
C’era così tanto amore che oggi posso dirlo senza rimpianti: grazie a Dio sono cresciuta senza un padre.
Mia madre non mi vietava nulla. Mi annunciava la fine.
«Attenta che muori».
Al mare — un giorno — le dissi: «Mamma, vado a fare il bagno?».
Lei rispose: «Certo, amore. Ma quando l’acqua supera le caviglie ci sono i mulinelli. Ti prendono, ti tirano giù. E io non so nuotare. Non saprei come salvarti».
Non era un divieto. Era una profezia.
E poi c’era mia nonna, la veggente domestica, che completava il rito: «Attenta a quello che fai, dici o pensi come atto di disobbedienza, perché altrimenti passa l’angelo e dice AMEN».
Così ho imparato che ogni sfida alla sorte è una convocazione. E ogni volta che ho osato, qualcosa è accaduto. Sempre vicino. Sempre piccolo. Sempre tragico.
I capitoli si susseguono senza seguire un filo. Per me il prima e il dopo abitano la stessa casa; l’inizio e la fine possono coesistere nello stesso punto.
Capitolo 1
Agosto. Tutto pronto per la partenza: valigie fatte, casa pulita. Si va.
Da Milano al Gargano in macchina, io e Antonio, il santo. Lui guida.
Io mi spavento. Freno con il piede e ogni tanto emetto piccoli urli, un po’ soffocati, un po’ no, con vocalizzi del tipo: «Attento! Attento!».
Quando arriviamo al paese è come se fossimo rapiti. Le famiglie si preparano da mesi al nostro arrivo. Poi succede: un sequestro di persona legalizzato.
Ci si siede a tavola e il tempo si dissolve. Nella mia testa risuona il mantra sentito anni prima da una signora al mare: «Mangia, che è buono».
I giorni si ripetono, uguali ma diversi.
E poi, non sappiamo bene come, succede: miracolo tra i miracoli. Riusciamo a uscire con Giusi e Luca.
La serata è ventosa, come sempre in agosto. Non siamo sul mare, ma tra le colline — che da bambina credevo montagne — dell’entroterra.
Un po’ assonnati, sorseggiamo “un buon vino” da Pietro (bugia: era birra allo scruffy, ma così suona più chic).
Giusi propone un’uscita fuori porta per l’indomani mattina.
…Una gita. Un varco tra le mura.
Immediatamente colgo la palla al balzo e scrivo a mia madre. Avviso che il giorno dopo non saremo a pranzo da lei.
Dopo qualche minuto arriva la risposta: «Va bene, amore. Fa’ attenzione: domani ci sarà maltempo, forse pioggia, forse allagamenti e frane. Se la gita salta, per te patate e zucchine; per Antonio, pasta e petto di pollo».
Dopo aver letto il messaggio arriva il mio primo pensiero, secco, senza sbavature: come tutte le brave mamme, l’amore lo misura con il cibo.
E subito dopo il secondo: Cazzo. L’ha scritto. Non ci posso credere. Fa’ attenzione.
L’indomani mattina mi sveglio. Ho paura.
Cazzo, non devo pensare. Niente paura. Niente ansia. Niente pensieri.
L’angelo. Se penso a cose brutte, questo passa e dice AMEN.
Cerco di organizzarmi. Ma io non seguo un filo, non solo nel tempo. La mia organizzazione è circolare. Un disastro.
Antonio nota la mia agitazione. Cerca di assecondarmi. «Andiamo al supermercato?».
Andiamo.
Compro Autan, liquido e in salviette. Dopo puntura e, stranamente, acqua… purtroppo non vendono quella benedetta. Solo quelle delle fonti su, al Nord.
Ogni gesto è un rito.
Ritorniamo a casa e metto tutto in ordine, pronto per l’uso nello zainetto di Antonio. Io non ho zaini: sono antiestetici.
Dopo un po’ arrivano Giusi e Luca in macchina. Dopo i saluti decidiamo che è inutile spostarsi con due auto: ne usiamo una sola.
Partiamo. Arriviamo alla nostra prima tappa: Vico.
Bar-pasticceria senza tempo. Arredamento retrò. Luci accese. Non ricordo i dettagli. Solo la luce.
Seduta penso: peccato non sia aperitivo. Non ne sono ancora consapevole, ma è uno di quei giorni del mio calendario. Un buco. E ci finisco dritta dentro.
Colazione: caffè, brioche, pipì. Giusi serve. Lei e Luca sono di casa. Rido. Scherzo. Poi sparisco nei miei pensieri.
Pochi secondi. Un gesto involontario e il caffè si rovescia sul tavolo.
Faccio finta di niente. Imbarazzata, cerco di pulire.
Solito litigio per pagare. Usciamo e inciampo.
Risaliamo in auto. Durante il viaggio Luca dice: «Purtroppo in questo periodo ci sono i tafani».
Io chiedo: «Pungono?».
Antonio, per tranquillizzarmi, dice di no.
Mi punge.
Luca ferma l’auto e scendiamo; disinfetto, antistaminico di Antonio. Non si sa mai.
Facciamo una bella e lunga passeggiata. A terra, un mare di bossoli vuoti, tutti rossi.
Ci addentriamo nei sentieri. Mi fermo a guardare il paesaggio.
Non appena mi rendo conto della distanza dagli altri, cerco di raggiungerli. Ho paura che ci siano in giro cacciatori.
Aumento il passo guardando dove metto i piedi. Risollevo lo sguardo e, dritto dritto sulla faccia, un ramo mi colpisce violentemente.
Per Antonio tutto normale. Luca fa una smorfia incredula.
Io, invece, ho appena preso uno schiaffone in faccia da un ramo. Dolore, bernoccolo e mal di testa.
Faccio finta di niente e procedo.
Andiamo a pranzo: tutto perfetto, a eccezione del vino. Ripieghiamo sulla birra.
Nel pomeriggio ci fermiamo a Vieste. Nuotata al mare. Non ricordo cieli azzurri né acqua limpida.
Aperitivo.
Sulla via del ritorno ci chiama Giuseppe. È a Mattinata, sulla nostra strada, e ci chiede di fermarci a cena con lui.
Posto molto bello sul mare. Chiacchiere, aneddoti, racconti.
Arriva la seconda portata. Giuseppe, seduto accanto a me, ha preso i gamberetti al pomodoro. Coltello, forchetta, e il gambero mi finisce nell’occhio.
Rientriamo a casa. Respiro a fondo. Sono viva. Ancora viva.
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