Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Testa o Croce” di Maurizio Colaprete

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Erano ormai passate diverse ore, i parenti delle vittime erano stati condotti in una sala riunioni dell’Hotel dell’aeroporto, chiusa al pubblico e presidiata dal personale della compagnia aerea e della sicurezza aeroportuale. In queste situazioni c’e’ sempre qualcuno della stampa che cerca di intrufolarsi fingendosi un parente.

Lei era distrutta. 

Aveva sentito dell’incidente mentre, come tutti i giorni, ascoltava la radio in macchina. Come sempre capita in questi casi, le prime informazioni sono confuse ed estremamente imprecise. Non era chiaro se si fosse trattato di una bomba, un errore del pilota o un guasto tecnico. D’altra parte, difficile dirlo prima di una investigazione dell’autorità aeronautica. L’unica cosa certa era che l’aereo si era schiantato sulle alpi e i primi soccorritori arrivati in elicottero avevano potuto fare ben poco se non constatare la scia di detriti lasciata dall’impatto. 

Un signore di una certa età si avvicinò: “Le ho portato del tè caldo, c’è anche del caffè se preferisce.” Era alto, distinto, sulla settantina, sembrava sereno.

“La ringrazio, lei è veramente gentile, disse con un tono della voce quasi automatico, il tè va benissimo.” 

Mentre sorbiva lentamente il tè bollente, osservava una bimba di fronte a se. Lei l’aveva guardata per un’istante, era lì con il padre, o almeno il signore sulla quarantina a cui era abbracciata si sarebbe detto il padre, e la guardava, con un’aria interrogatoria, come se cercasse da lei una risposta al perché erano dovuti tornare di corsa all’aeroporto dopo che la mattina stessa vi avevano accompagnato la mamma, e perché li avevano condotti e chiusi in quella grande stanza con sedie e un grande schermo. E perché ogni tanto c’era qualcuno che piangeva, o cominciava ad inveire verso il personale dell’aeroporto che si trovava in quella stanza.

Lei la guardò, sorrise teneramente, ma la bimba non cambiò espressione.

Quello stato di attesa era la cosa peggiore, peggiore di avere una conferma ufficiale, peggiore di avere un cadavere da riconoscere. Il non sapere, o meglio, il sapere ma formalmente non avere la conferma di quello che già sappiamo essere accaduto, è uno stress psicologico estenuante. E nessun operatore aeroportuale sarà mai preparato abbastanza per gestire non una persona, ma centinaia in quello stato, per giunta tutte radunate in una stanza. 

Le persone disperate sono imprevedibili, talvolta pericolose. 

Si erano formati dei gruppetti. Alcuni si consolavano l’un l’altro, altri complottavano e discutevano animatamente dell’incompetenza della compagnia aerea nel provvedere le informazioni di cui avevano bisogno. In fondo, davanti alla tragedia ognuno reagisce a modo suo, e in quanto esseri umani tendiamo a circondarci di persone che hanno il nostro stesso punto di vista, rinforzando a vicenda la nostra convinzione.

La reazione di lei era stare per conto suo, seduta in disparte, a sorseggiare questo tè bollente che, essendo servito in una coppa di carta, non accennava a raffreddarsi.

Aveva avvisato al lavoro che era dovuta precipitarsi in aeroporto, perché il volo del marito aveva avuto un incidente. Dopo qualche ora cominciarono ad arrivare chiamate di parenti, amici, conoscenti. Aveva risposto solo alle persone più vicine, gli amici più stretti di lui, la sorella, sua madre. Ignorò ogni telefonata da numero sconosciuto. Finché silenziò il cellulare e lo rimise nella borsetta. 

Pensava a come sarebbe stata la vita adesso senza di lui, cosa fare con la casa, cosa fare con le sue cose, dove organizzare il funerale, se farlo in chiesa o no. Le questioni pratiche la distraevano, la portavano lontano dalla profonda disperazione della perdita. 

Si conoscevano da dieci anni, ed erano sposati da otto. Non avevano avuto figli, ma non era una grande questione, in fondo erano ancora in tempo, e comunque non sentivano che la mancanza di un figlio togliesse qualcosa al loro matrimonio.

———————————————

Una volta al mese doveva andare a Ginevra. Partiva la mattina presto. Il volo era alle sette. 

Arrivava a destinazione, taxi, raggiungeva l’HQ, riunioni, pranzo, riunioni, cena e la sera tornava. Un po’ un’ammazzata ma rimanere la notte avrebbe significato perdere metà della giornata successiva. E poi così poteva tornare a casa e avere qualche chance di trovare la sua dolce metà ancora sveglia. Giusto in tempo per due chiacchiere, una doccia, e una affettuosa buonanotte. Certo dopo una giornata così lunga ed estenuante raramente facevano l’amore, ma andava bene cosi’. I tempi in cui lo facevano tre quattro volte al giorno erano passati da un pezzo. Ma si amavano ancora e c’era un forte legame.

Una volta al mese andava all’aeroporto con la sua macchina, lasciandola nel parcheggio più vicino al terminal. Talvolta prendeva direttamente il taxi, ma non quando pioveva, era più pratico scendere nel garage, prendere la macchina, guidare fino all’aeroporto e dal parcheggio sotterraneo ritrovarsi già nel terminal. Senza aver toccato una goccia d’acqua. Odiava la pioggia. 

Non era il solo a fare il pendolare, normalmente il volo era pieno di gente come lui: manager, dirigenti, principalmente di organismi internazionali o banche, che si recavano nella città sul lago omonimo per comitati periodici, meeting, riunioni di CDA, etc.

Nel corso degli anni conobbe diverse persone che andavano chi una volta a settimana, chi anche più spesso. C’era anche chi andava il lunedì per tornare il giovedì o il venerdì, trascorrendo cosi la settimana nella città svizzera e il weekend a casa con la famiglia.

L’assidua frequentazione di quel volo comportava non solo una certa familiarità con alcuni dei passeggeri, ma anche con il personale di volo. Era infatti frequente che il personale a turno su quella tratta fosse più o meno sempre lo stesso. Questo includeva una delle hostess. 

Lei era alta, capello nero liscio raccolto in uno chignon basso, rossetto d’ordinanza, un rosso che faceva quasi pendant con la livrea della divisa, né troppo scuro, né troppo chiaro, fisico statuario e occhi scuri penetranti e straordinariamente vivi. Aveva una deliziosa fossetta sopra il mento che insieme alle labbra carnose gliela rendeva straordinariamente sexy. 

La notò subito, e dopo poco che la osservava mentre ella si produceva nella pantomima delle istruzioni di safety si rese conto che c’era una consistente somiglianza con sua moglie. 

—————————————————————

Un rappresentante della compagnia aerea entrò nella sala con dei fogli in mano. Non era solo: con lui c’era una donna, probabilmente parte del team di assistenza ai familiari.

Era iniziato lo stillicidio. 

Avevano già registrato i presenti, verificando la relazione con i passeggeri. Ora iniziavano a chiamare i familiari uno alla volta, accompagnandoli in stanze separate.

Era ormai pomeriggio inoltrato. 

Chiamarono il nome del marito. Sulle prime lei non reagì, quasi volesse spingere qualche istante più avanti la verità. Finché non apriva la scatola di Schrödinger il marito era allo tesso tempo vivo e morto.

Si avviò verso la sala, la fecero accomodare.

“Signora, sono molto dispiaciuto per la situazione. Le informazioni che abbiamo sono ancora in fase di verifica, ma vogliamo condividerle con lei nel modo più trasparente possibile.”

Lui parlava lentamente, scegliendo con cura ogni parola.

“L’aeromobile ha perso il contatto con il controllo del traffico aereo poco dopo le otto. Le squadre di ricerca hanno individuato un’area nelle Alpi dove si stanno concentrando le operazioni. Al momento non abbiamo conferme ufficiali sulla presenza di sopravvissuti”, e qui fece una breve pausa e si passo la mano sul collo producendo un leggero fruscio dato dallo scorrere del palmo sulla rasatura ormai non più fresca.

“La priorità in questo momento è l’identificazione accurata di tutte le persone a bordo.”

Lei annuì, immobile.

“Ora, per quanto riguarda suo marito… abbiamo una situazione che stiamo ancora verificando. Risulta effettuato il check-in, ma ci sono incongruenze nei dati di imbarco. Questo significa che non possiamo al momento confermare con certezza che fosse a bordo.”

“Come sarebbe a dire?” Le parole dell’uomo avevano completamente destabilizzato il suo stato d’animo. Aveva trascorso le ultime ore a pensare ad ogni dettaglio di come avrebbe comunicato la perdita al resto della famiglia, a come avrebbe portato avanti tutte quelle pratiche penose ma necessarie in quelle circostanze, e adesso quella frase la proiettava in una direzione completamente differente.

“Significa che stiamo facendo ulteriori controlli. In questi casi preferiamo non trarre conclusioni affrettate. Potrebbe trattarsi di una discrepanza nei sistemi, oppure di una situazione diversa. Appena avremo una conferma, sarà nostra cura informarla immediatamente.” 

Il rappresentante della compagnia aerea era un’uomo sulla cinquantina, probabilmente anche meno, ma la scarsità di capelli, gli occhiali, la camicia evidentemente troppo stretta e il taglio démodé del completo sintetico non aiutavano certo. Ma era sincero, anche lui evidentemente scosso dall’accaduto e dallo stress di quelle ore. Probabilmente avrebbe dovuto essere già a casa, ma in queste situazioni ognuno è chiamato a supportare i colleghi nel gestire le mille incombenze a cui si va incontro in caso di un incidente aereo, specie se cosi grave.

“Quindi mi sta dicendo che probabilmente c’è stato un errore di registrazione e che anche mio marito si trovava sull’aereo. Ma nella remota ipotesi che non fosse a bordo, dove potrebbe trovarsi? Possibile che non si sia fatto vivo? Possibile che abbia perso l’aereo e non mi abbia fatto una telefonata?”, ripeteva queste domande a voce alta, era il suo modo di ragionare, sapeva benissimo che l’uomo davanti a se non aveva risposte.

“Signora non saprei cosa dirle, ma ha provato a…no, ok, domanda stupida.”

“A chiamarlo? Certo! E’ la prima cosa che ho fatto ed è ovviamente staccato.”

L’uomo rimase in silenzio, non poté che offrirle un placido sorriso, sinceramente empatico ma che nulla aggiungeva o toglieva alla situazione.

La donna accanto a lui intervenne con voce morbida.

“Se lo desidera, possiamo metterle a disposizione un supporto psicologico. Abbiamo professionisti qui con noi, specializzati in situazioni come questa.”

Lei scosse la testa “No, grazie.”

“Va benissimo. Rimaniamo a disposizione, in qualsiasi momento. Adesso le chiedo cortesemente di attendere ancora nella sala conferenze. Più tardi dovremmo ricevere ulteriori notizie. Quando ci sarà il comunicato ufficiale della compagnia potrete andare a casa. Fino ad allora potete aspettare qui. Abbiamo anche una convenzione con l’hotel. Se vuole riposarsi, fare una doccia, abbiamo delle camere a disposizione.”

Fare una bella doccia e una dormita effettivamente non sarebbe stato male, aveva anche una certa fame.

“Magari, sono qui da questa mattina, e mi rendo conto solo adesso che non ho mangiato nulla!”

“Può chiedere il servizio in camera, l’unica cortesia è di non andare nelle aree pubbliche, vorremmo evitare che venga importunata da giornalisti o curiosi. Può chiedere al personale dell’hotel che si trova nella sala. La accompagneranno in una camera.”

“Grazie, veramente gentile.”

“E’ il minimo che possiamo fare. Grazie ancora per la sua pazienza.”

L’hostess dell’hotel la accompagnò ad una delle stanze riservate. Era al primo piano, certo non una suite, ma era pulita e dopotutto entrare in una camera d’albergo le dava sempre quella sensazione di essere in vacanza. 

Si spogliò e si fece una doccia bollente. Rimase sotto l’acqua così a lungo che il vapore riempi la camera da bagno appannando gli specchi. Avvolta nell’asciugamano si stese sul letto e piombò in un sonno profondo. Senza sogni. Era esausta.

Dopo un paio di ore venne svegliata da una discussione, o almeno quello che sembrava una discussione. L’isolamento tra le camere era abbastanza buono, ma non abbastanza da renderle totalmente isolate.

——————————————————

– Domani ci sei si? –  Le aveva messaggiato come al solito. 

Aveva ormai ridotto i suoi impegni nel pomeriggio così da poterla raggiungere nel suo albergo, trascorrere un paio d’ore insieme, mangiare ancora nudi un club sandwich col room service e poi dirigersi rigorosamente separati a prendere il volo. Lei come hostess, lui come passeggero. 

Avevano fantasticato mille volte sul rimanere la notte a Ginevra e tornare il giorno dopo. Sarebbe stato bello dormire insieme, sarebbe stato bello svegliarsi la mattina e fare l’amore, e poi affamati farsi portare la colazione in camera. Ma rompere la sua routine avrebbe forse destato dei sospetti in sua moglie, e comunque lei doveva tornare con il volo della sera. 

Era anche quella diventata una routine. Era la loro isola felice. Lontano da tutto e da tutti, quella stanza era come una bolla spazio temporale, dove le loro fantasie diventavano realtà. 

– Ho fatto un fatigue report e il Safety Manager mi ha autorizzato a saltare il turno. Domani non volo 😉 – Il laconico messaggio lo colse di sorpresa.

– Ma perché non me lo hai detto? – Rispose lui.

– Perché volevo farti una sorpresa 😀 –

Pensava lo stesse prendendo in giro, aspettava tutto il mese quella trasferta a Ginevra, era diventata come una droga, e adesso si sentiva disorientato da quella risposta.

– Che vuol dire? –

– Ho prenotato una camera all’Hotel dell’aeroporto. Tutto il giorno. Per noi due –

– Ma io devo andare a Ginevra! –

– Beh, inventati una scusa ; ) –

La fa facile lei, pensò. Rimase silente per qualche minuto, non sapeva cosa fare. Certo, l’idea era allettante, ma bigiare la giornata a Ginevra non avrebbe fatto una bella impressione. E che scusa avrebbe poi potuto inventarsi? Doveva essere qualcosa di plausibile. Un guasto alla macchina, una foratura, una coda per lavori, avrebbe chiamato e detto che aveva perso l’aereo e che non c’era possibilità di prendere il successivo. Poteva funzionare, in fondo un suo collega tedesco bigiava una volta si e una no per il ritardo del treno che lo portava all’aeroporto.

– Ok, ho un’idea, domani vado all’aeroporto e chiamo il collega a Ginevra. Ho una scusa pronta.-

– Meraviglioso, sapevo che non sarebbe stato un grosso problema per te –

Speriamo bene, pensò lui. 

Rifletté su come questa richiesta da parte di lei si fondasse su due certezze: sapeva che lui avrebbe messaggiato la sera prima. Sapeva che lui avrebbe fatto di tutto per stare con lei. 

Questo pensiero lo mise in uno stato di leggera agitazione. Era come se quella bolla sigillata, che corrispondeva ad una piccola stanza dell’Hotel dell’aeroporto di Ginevra, si fosse espansa leggermente. Nello spazio e nel tempo. Questo significava che avrebbe potuto farlo ulteriormente. 

Il pensiero che lei si intromettesse nella sua vita ‘normale’ lo mise in uno stato di ansia. 

Amava sua moglie, e quella era solo un’avventura, una diversione, un’evasione, che in effetti aveva migliorato il suo rapporto con la moglie. 

Per un qualche strano meccanismo, fare sesso con un’altra donna, gli aveva fatto apprezzare meglio il sesso con sua moglie. Era diventato più passionale, fantasioso. Inoltre lei assomigliava molto alla moglie di lui, a parte forse avere qualche anno di meno, cosi che quasi non gli sembrava di tradirla…in fondo faceva l’amore con lei, ma sotto altre sembianze. O almeno questo era quello che si raccontava per giustificare la sua condotta fedifraga. 

Quella notte non dormì bene. Si rigirava in continuazione, finché non dovette alzarsi per farsi una tisana. La bevve ancora bollente. Il che gli scatenò dei repentini movimenti intestinali. Tornò a letto dopo circa un’ora. La moglie dormiva. Come lui si rinfilò sotto le coperte lei si avvicinò cercando il calore del suo corpo. Si addormentò.

“Fatto tutto?” Lei lo aspettava di fronte l’entrata dell’hotel, lui arrivò trafelato.

“Si, chiamato e avvisato. Non credo sia un grosso problema.”

“Meglio così.” sorrise. Non essendo in servizio aveva i capelli sciolti, un elegante impermeabile beige, scarpe décolleté nere con tacco a spillo. Ma il colore del rossetto era pressoché lo stesso che utilizzava anche quando era in servizio.

Raggiunsero la camera al primo piano, era una spaziosa doppia, con un’ampia doccia che avrebbe facilmente ospitato entrambi nel caso avessero voluto divertirsi un po’ sotto l’acqua.

Dopo qualche ora erano crollati entrambi in un sonno ristoratore. 

Lui si svegliò con un fastidioso mal di testa, lei ancora dormiva. Afferrò il cellulare e disattivò la modalità aereo, erano quasi le 18 e normalmente a quell’ora aveva già terminato con le sue riunioni, se la moglie avesse trovato il cellulare ancora staccato si sarebbe senz’altro insospettita. Non che fosse gelosa, ma gli avrebbe senz’altro chiesto cosa fosse successo, e lui era veramente pessimo nell’inventare scuse. 

Per cercare di avere un livello decente di credibilità quella mattina aveva dovuto provare e riprovare il discorso che avrebbe poi fatto al collega per avvisare che non ce l’avrebbe fatta a raggiungere Ginevra. Come reagire in caso di domande tipo: ma non puoi prendere il volo dopo? Ma sei raggiungibile al telefono? Come avere il tono giustamente scosso e incazzato dall’imprevisto, come distrarre l’interlocutore e portarlo a non fare altre domande, etc. Una fatica. No, non sarebbe stato capace di inventare una scusa ragionevole di fronte ad una domanda simile della moglie. Anche perché lei avrebbe percepito ogni strana inflessione della sua voce. 

“Cazzo! Cazzo! Cazzo!” Urlò ripetutamente, svegliandola.

“Cosa è successo?” Fece lei alterata per il poco romantico risveglio.

“Cazzocazzocazzocazzo.” ripeteva lui adesso con voce più bassa ma sempre più preoccupata.

“Mi dici che è successo? Mi fai preoccupare!”

“Non lo so, ma qualcosa è successo. Ho cinquanta chiamate perse. Non so quanti messaggi whatsapp. Mi ha chiamato mia moglie, colleghi, amici, mia sorella…

aspe’

gesucristo

no, non puo’ essere.”

Lei non capiva, lui scavava nel cellulare cercando una risposta. In realtà dal tono di alcuni messaggi aveva intuito cosa fosse successo…ma gli sembrava assurdo. Poi apri un giornale online.

Sprofondo’ nella poltrona accanto al letto. Lascio’ cadere il cellulare in terra.

“Sono vivo per miracolo.” lo disse quasi a mezza bocca, incredulo.

“Cosa?”

Rimase in silenzio, poi sorrise, e gridò: “Sono vivo per miracolo! Sono vivo per miracolo!” Si passò le mani in faccia, euforico, la guardò lei non aveva la più pallida idea di cosa stesse vaneggiando.

“Guarda! Leggi!” le porse il cellulare, lei scorse un paio di righe:

…numero di volo…

…incidente…

..Alpi…

…tutti dispersi…

“Cazzo.” fece lei e ripeté la stessa parola per una decina di volte.

Si guardarono per un istante. Erano vivi, e in quel momento sembrava davvero l’unica cosa importante. Poi entrambi pensarono ai colleghi o semplici conoscenti, pendolari con i quali condividevano lo stesso volo da anni. Si abbracciarono e rimasero cosi, stretti per un tempo indefinito.

Ad un tratto l’espressione seria sul volto di lui si ruppe e un sorriso sardonico si allargo sul suo viso. Si ricompose e  afferrò il telefono  “…si salve vorrei una bottiglia del vostro miglior champagne…stanza 110…grazie…due calici si. Ah, bella fresca eh!” Attaccò.

“Hai ordinato champagne?”

“Certo, questo è il giorno più bello della mia vita, sono vivo! Se avessi preso quel volo adesso sarei una granita sulle rocce del monte Bianco!”

“E’ precipitato sul Grande Jorasses…”

“Si va beh è uguale! Ma capisci che culo?! Che culo?! Che grande culo!!!”

Era come un bambino che avesse ricevuto il regalo più bello la mattina di Natale. Saltava, si alzava, si sedeva, si toccava quasi a sincerarsi che fosse tutto vero, rileggeva le notizie sul cellulare.

“Scusami ma tu hai letto i messaggi su whatsapp vero?”

“Si perché?”

“Perché tu hai la spunta blu attiva…”

“Oh porca t…”

“Cioè, anche per me è incredibile, sarei potuta stare su quel volo, il che significa che devo la mia vita al safety manager.”

“E io la devo a te e a lui! Evviva il safety manager! Evviva il safety manager!”

“Si ma non possiamo starcene qui a lungo! Tua moglie è probabilmente qui in Hotel!”

“Cosa?”

“Eh si, in caso di incidente i parenti dell’equipaggio e dei passeggeri dove vanno secondo te?”

“In aeroporto?”

“Esatto e dove li ospitano nel mentre che si capisce cosa è successo, se ci sono superstiti…”

“All’Hotel dell’aeroporto?”

“Ehm…si.” Lo guardò con una faccia piuttosto curiosa, come coperta da un velo di preoccupazione. 

Lo champagne arrivò.

“Va beh, adesso pensiamo a cosa fare, intanto ci scoliamo questa piccola…oh! un bel Krug! Bene bene, non potevo sperare di meglio!” stappò la bottiglia e né spruzzo la metà in camera, su di lei sul letto sui loro vestiti in giro per la stanza.

“Ma che fai?!” Urlo lei.

“Festeggio!” e rise, rise e si attaccò alla bottiglia, poi prese i due calici e versò lo champagne, le porse un calice, si sedette sul letto “Cin, fece, al primo giorno della nostra nuova vita!” Trangugiò e si alzò per versarsene ancora. 

Poi si ristese sul letto, le gambe accavallate, il bicchiere in mano “Allora, io posso dire che ho perso il volo e ho dovuto prendere il successivo, quindi teoricamente dovrei atterrare tra una mezz’ora”.

“Ma se tua moglie parla con i tuoi colleghi? Loro lo sanno che non sei andato, cosa gli hai detto?”

“Che avevo avuto un guasto alla macchina, che dovevo aspettare il soccorso stradale e che non credo ce l’avrei fatta a prendere il volo successivo”

“Ma in tal caso avresti anche avvertito tua moglie…”

“…cazzo, sì… bene. Comunque la metta, sono fottuto.” Bevve un sorso. “Però sai che ti dico? Sticazzi. Meglio vivo e fottuto che morto.”

Si rivestirono, lui bevve l’ultimo sorso di champagne, era euforico e anche un po’ brillo, considerando che era completamente a stomaco vuoto dalla mattina. 

Uscirono dalla camera, lei non si era neanche rifatta il trucco, lui aveva ancora i capelli un po’ scompigliati. Erano la fotografia di una coppia clandestina. 

Mentre chiudeva la porta dietro di se si senti chiamare. 

Era la moglie.

Lui si girò, la vide. “Amore mio! Sono vivo!” Esclamò.

La moglie era allibita. Davanti aveva il marito, evidentemente non sfracellato sul fianco di una montagna sulle Alpi, appena uscito da una camera d’albergo con una bella mora.

Quella remota speranza che per qualche assurdo motivo lui non fosse salito su quell’aereo e si fosse salvato si era adesso materializzata. Ma in una forma che non si aspettava.

“Lo so. Ti ho messo le corna. Ma mi sono salvato! Sono qui!” Disse con la voce resa incerta dal tasso alcolico, e l’abbracciò, come non aveva fatto con l’altra. E la baciò festoso, come non aveva fatto con l’altra. 

Lei pianse e seppur scossa dal tradimento, il pensiero di averlo perso e ritrovato era troppo forte. Al tradimento avrebbero pensato dopo. Ora era vivo, erano li tutti e due. 

“Beh, vorrà dire che invece di organizzare un funerale dovrò organizzare un divorzio!” Fece lei con la voce rotta dalle lacrime.

Lui non curò di quelle parole “Ma si, fai quello che ti pare, sono vivo, non mi frega un cazzo del resto. Ti amo!”

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.