Premio Racconti nella Rete 2026 “Poi” di Cinzia Micci
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Dapprima si erano limitati all’uso di armamenti convenzionali. Poi.
Poi cominciarono ad annientarsi reciprocamente con armi chimiche.
Poi.
Poi i paesi belligeranti si servirono dei rispettivi alleati per diffondere la piaga delle armi batteriologiche.
Infine.
Infine si convinsero che fosse arrivato il momento di usare le atomiche.
Gli uomini, ovunque si trovassero, morivano.
Alcuni non se ne accorsero, che stavano morendo, polverizzati all’istante mentre tentavano di sopravvivere, un giorno dopo l’altro, alla carenza, divenuta cronica, di cibo e di acqua.
Altri se ne accorsero, invece, e furono quelli che morirono nel modo peggiore, dopo essere sopravvissuti per qualche settimana, per qualche giorno, o solamente per qualche ora.
La vita sulla Terra era divenuta un inferno.
Il dolore delle piaghe prodotte dalla pioggia radioattiva sprigionata dalle esplosioni atomiche era a tal punto insopportabile da spingere i superstiti a desiderare che la morte sopraggiungesse rapida, poiché ogni minuto di sopravvivenza acuiva il malessere, piuttosto che lenirlo.
Alcuni trovarono la morte solo dopo interminabili giorni di agonia, trascorsi in uno stato semicosciente, non tale, tuttavia, da abbassare significativamente la soglia del dolore fisico, acutissimo, scatenato dalle emorragie che si erano propagate da un organo all’altro, fino a compromettere senza rimedio la funzionalità dell’intero organismo.
Poi.
Poi gli uomini continuarono a morire.
Ovunque.
A milioni.
A miliardi.
Poi.
Poi morirono tutti.
Al posto della varia e composita umanità che brulicava in ogni lembo ospitale del pianeta, al posto delle minute comunità che sopravvivevano da secoli negli angoli più remoti e meno visibili della Terra, si fece largo il silenzio.
Gli uomini tacquero.
Anche gli animali tacquero.
Anche gli insetti.
Un silenzio denso e innaturale si propagò in ogni angolo del pianeta, così nei suoi cieli, così nelle sue acque, dove, unica e sola, continuava a librarsi la voce della risacca, delle onde, delle correnti impetuose dei torrenti o dei fiumi che correvano lungo i versanti delle montagne.
Ovunque silenzio. Ovunque era scomparsa traccia di ogni suono o rumore prodotti da una qualsiasi delle forme di vita che un tempo popolavano il pianeta.
Insieme agli uomini erano scomparse le altre specie animali, annientate dalla guerra totale in cui la vita era stata stritolata dall’efficienza distruttiva di armamenti resi infallibili dall’elevato investimento tecnologico realizzato dagli uomini prima di cominciare la guerra.
La superficie terrestre, ancora segnata dalle tracce dell’uomo e delle altre specie animali, impiegò diverso tempo a smaltire le spoglie dei miliardi di cadaveri che si erano accumulati, in breve, in vaste aree della fascia temperata, di quella equatoriale e di quelle tropicali, nonché in minute porzioni delle fasce a clima freddo. Entro breve tempo, tuttavia, le spoglie furono aggredite, decomposte e digerite dai batteri e da altri microorganismi che, unici fra tutte le specie, erano sopravvissuti e avevano dato prova di una straordinaria capacità di assimilazione della gigantesca mole di scarti prodotti dalla specie animale che per qualche millennio si era ritenuta proprietaria del pianeta.
I batteri, tuttavia, portano avanti la loro opera trasformatrice in silenzio.
Il più assoluto silenzio regnava sul pianeta, rotto talora dal sibilo prodotto dal vento quando si apriva un varco tra le macerie di quelle che erano state città; rotto talora dal rumore della pioggia, che sferzava con violenza le superfici contorte di quelle che un tempo erano state abitazioni, strutture di comunicazione, industrie, divenute ammassi informi di acciaio, cemento e materiali plastici anneriti dal fuoco dei numerosi incendi che erano divampati nel corso della Guerra.
In quel silenzio assoluto, profondissimo, quasi metafisico, si aggirava lui.
Lui.
Uomo.
L’unico, tra i miliardi di esemplari delle specie viventi che un tempo popolavano il pianeta, che fosse riuscito a rimanere in vita.
Era scampato al fuoco delle armi convenzionali.
Era stato infettato da decine di agenti patogeni, ma era riuscito a sopravvivere, miracolosamente, agli effetti letali delle infezioni che lo avevano colpito.
Era scampato, chissà come, alla devastazione generata dalle armi atomiche e alla contaminazione dell’atmosfera, dell’acqua, del suolo, del cibo, avvelenati dalle nubi radioattive.
Era sopravvissuto alle ferite, alle piaghe, alle emorragie, alla carestia, all’ingestione di acqua e di cibo contaminati.
Era sopravvissuto a tutto ciò che aveva determinato la morte degli altri esseri viventi.
Era solo, ancora vivo, in un pianeta abbandonato da ogni forma di vita animale in grado di comunicare e di rendere tangibile la propria presenza sulla Terra.
Quando era cominciato il silenzio (lui si era da poco riavuto da uno degli attacchi febbrili che lo avevano quasi ucciso), pensava che prima o poi sarebbe riuscito a imbattersi in un altro essere, come lui sopravvissuto alla catastrofe.
A lungo ne era stato certo.
Se sono sopravvissuto io, si diceva, saranno sopravvissuti altri come me, abbastanza forti da non lasciarsi stroncare dalle piaghe, dalla febbre, dalle infezioni, dalle emorragie, dall’ingestione di acqua e cibo, poca acqua e poco cibo, avvelenati.
Poi.
Poi, con il trascorrere del tempo e il perdurare del Silenzio, sempre più profondo, sempre meno tollerabile, le certezze che lo avevano sostenuto cominciarono a vacillare.
Poi.
Poi, dopo un tempo lunghissimo, che non tentava nemmeno più di calcolare nel suo lento scorrere, come faceva all’inizio, si convinse di essere solo.
Solo.
Poi.
Poi cominciò a smarrire l’abilità della scrittura, che in un primo tempo, ostinatamente, aveva cercato di coltivare, nelle pause della sua febbrile attività di ricerca di cibo commestibile.
Poi.
Poi, trascorso altro tempo, un tempo lunghissimo, in un silenzio profondo, in un silenzio profondissimo, solo talora interrotto dal rumore della pioggia e dal sibilo del vento, si rese conto di non riuscire più a produrre suoni articolati e dotati di senso, tanto si era radicata in lui la disabitudine a usare il linguaggio per comunicare con un altro essere in grado di recepire un messaggio verbale e di decodificarlo.
I pensieri sorgevano nella sua mente non più organizzati in strutture logiche. Si manifestavano come informi scariche elettriche prive di contenuto, ammassi nebulosi di immagini scollegate e, più raramente, di suoni emergenti dalla memoria, cui non era più in grado di associare un senso.
Ammassi nebulosi di immagini e suoni risalenti a un passato remoto, nei quali il vissuto si ripresentava come un’incomprensibile fonte di un doloroso sentimento di privazione.
Che cosa gli mancasse, non era più in grado di dirlo, neppure di concepirlo.
Lo avvertiva e basta, un dolore mentale acutissimo che si propagava nel fisico, afflitto, oltre che dalla penuria di cibo e di acqua, oltre che dagli effetti della quotidiana ingestione di sostanze tossiche, dall’assenza di un quid imperscrutabile, che non riusciva più a conformare come un ricordo compiuto e coerente.
Trascorse altro tempo.
Si ostinava a sopravvivere, malgrado la debilitazione fisica, resa più grave dal peso degli anni.
Si ostinava a sopravvivere, malgrado avesse perso la coscienza di sé.
Si ostinava a sopravvivere in uno stato di vita elementare in cui il corpo si proiettava nello spazio circostante unicamente come organismo teso alla soddisfazione di bisogni primari.
Poi.
Poi, dopo che altro tempo fu scorso, un giorno, senza che alcun segno ne avesse dato il preavviso, l’uomo incontrò un altro essere. Umano.
Un altro uomo, sopravvissuto, chissà come, alla catastrofe di cui entrambi non conservavano che un ricordo frammentario, sostanziato di immagini confuse e inintelligibili.
Era intento, l’altro essere, a procurarsi del cibo, strappando radici avvelenate da un terreno che molti decenni prima, probabilmente, aveva ospitato un edificio, da tempo semisepolto da strati e strati di ceneri e polveri.
Lo vide e non lo riconobbe come suo simile.
Così l’altro.
Lo vide e non lo riconobbe come suo simile.
Afferrò da terra una grossa pietra e gliela scagliò contro, centrando il bersaglio alla testa.
L’altro già si era avventato su di lui brandendo una mazza di ferro che doveva aver recuperato da qualche maceria nel corso delle sue esplorazioni. La pietra lo colpì nell’atto di sferrare una mazzata alla tempia dell’altro.
Morirono entrambi.
Senza essersi riconosciuti.
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La specie umana ha raggiunto senza dubbio traguardi enormi dal punto di vista della scienza e della tecnologia (anche quella purtroppo distruttiva delle armi) ma ha gli stessi identici appetiti dell’uomo del neolitico. Siamo sicuri che sia davvero questo “progresso”? Ci siamo certo evoluti ma non abbiamo mai smesso di farci la guerra l’un l’altro e di calpestare gli altrui diritti. Infatti nel tuo racconto anche gli unici due superstiti anziché essere grati per essere sopravvissuti ad ogni calamità continuano a farsi del male. Un racconto che mai come ora ci tocca da vicino.
La domanda è: abbiamo in noi stessi un antidoto alla nostra persistente quanto ottusa vocazione alla guerra? Me lo auguro.
Grazie per il commento.
Ciao Cinzia, un racconto estremamente (e purtroppo) moderno: mi ha davvero colpita. Collegandomi al tuo precedente commento, mi sembra che dal finale emerga una visione in cui non credi che l’umanità possieda un vero antidoto alla guerra. La violenza appare così radicata da risultare più immediata del riconoscimento reciproco.
A margine, un pensiero: mi ha ricordato, sul tema della fragilità della nostra civiltà, La Guerra dei Mondi. E’ una sovrapposizione marginale, ma visto che mi è venuto in mente, volevo consigliartelo!
Grazie, Alice, per il tuo suggerimento e per il tuo commento a un racconto cui tengo molto. Pensa che l’ho scritto anni fa, quando ero molto meno pessimista di oggi. In realtà nel racconto s’intravede un antidoto alla guerra. Il silenzio postatomico diventa silenzio interiore. L’uomo ha perso gradualmente l’abilità del linguaggio. Ha perso la parola, per questo quando gli ultimi due sopravvissuti s’incontrano, non si riconoscono e si uccidono a vicenda. La parola è il ponte, è l’antidoto all’uso della violenza bruta. Questo racconto è un omaggio alla parola, all’atto comunicativo che rischia di essere sopraffatto quando a parlare sono le armi, l’odio, la violenza, la guerra.
Ciao Cinzia, tema purtroppo attuale e conclusione altrettanto credibile, se la consideriamo come similitudine. La guerra non porta altro che distruzione, annientamento di tutto e tutti. Soprattutto distrugge la capacità di riconoscersi, e accade esattamente ciò che hai descritto. Brava, fa riflettere.
Grazie, Elena.
Ciao, davvero ben scritto, con un finale che fa riflettere, fatalista.
Complimenti per la capacità di trasporre in maniera così vivida le ripercussioni di questo tuo mondo post apocalittico.
Grazie, Nicola. Il mio intento era proprio quello di spingere il lettore a immergersi nell’orrore di un futuro in cui non c’è più alcunché di recuperabile. Se esiste un antidoto alla guerra, va utilizzato prima che sia troppo tardi per recuperare…