Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Quello che non scrivo” di Elena Zambelli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Soggetto, verbo, complemento. Punto.

Il mio compito, da quel giorno, sarebbe stato questo. Alle risorse umane non era mai esistito un revisore dei testi. Tutte le comunicazioni che uscivano dall’ufficio erano scritte da me e dai colleghi. Il responsabile le leggeva e le approvava, ma era sempre troppo occupato per andare oltre la metà della prima pagina.

Errore suo, ma ne pagammo le conseguenze tutti. Quando Giulia fu licenziata, nessuno di noi sapeva che aveva per cognato l’avvocato più perseverante della città. Poteva capitare, a seguito di una riorganizzazione. Ma le motivazioni scritte nella lettera esprimevano valutazioni emotive e morali, con evidenti effetti lesivi nei confronti della ragazza. In buona sostanza, quel documento era diventato la prova e quelle parole la condanna.

Quindi, eccomi qua. Seduta alla scrivania nel mio nuovo ruolo. Fare da filtro per evitare zone grigie e per impedire che le parole potessero trasformarsi in appigli. Pensavano che la neutralizzazione fosse una prevenzione del rischio.

Avevano scelto me perché sapevo scrivere bene, si diceva in giro. Ma chiunque sarebbe stato in grado di eseguire quei compiti. Sostituire termini emotivi con formulazioni neutre, eliminare aggettivi valutativi e privilegiare azioni, stati, processi. Rendere i testi asettici, era la raccomandazione.

Difficile, per una scrittrice di romanzi nel tempo libero. Ma erano in pochi a saperlo. Tra questi non c’era il mio capo.

L’autunno si era appena affacciato e quella mattina l’aria era frizzante. I raggi del sole erano trattenuti dalle tende. Qualcuno riusciva a penetrare ed esaltava i colori del mio ciclamino. La sua fragranza incarnava una resilienza romantica, pensavo. Fioriva quando il freddo autunnale spegneva i colori nei giardini. Feci un respiro profondo e spostai il vaso sul lato destro della scrivania.

“Sei pronta?”, mi fece Paolo.

“In che senso?”, risposi, piegando le sopracciglia all’interno.

“Ci è arrivata la comunicazione. Da stamattina dobbiamo mandare tutto a te, no?”

Più che un no, era un sì. Da stamattina tutti, capo compreso, dovevano inviarmi ogni cosa uscisse dalle loro tastiere. Circolari, contratti di lavoro, lettere di assunzione, piani di formazione, valutazioni delle prestazioni. A prima vista parevano un sacco di cose. Ma mi dissi che togliere o modificare non mi avrebbero portato via più tempo rispetto a scrivere documenti o ascoltare nuovi candidati. Fino ad allora mi ero occupata di selezione del personale.

Decisi di farmi un caffè prima di iniziare. Il distributore automatico non aveva nulla a che fare con il fascino della moka di casa mia. Come il suono delle gocce che sfrigolano lungo i bordi quando sollevi il coperchio. Adesso, invece, l’erogatore vibrava e faceva strani sbuffi. Il caffè, o quella cosa che chiamavano tale, era schizzato ovunque sporcando il bicchiere. Lo presi e lo buttai. Mi sarei accontentata del ricordo.

Lungo il corridoio incontrai la collega delle relazioni sindacali. Agata mi chiese alcuni dettagli sulla nuova procedura. Sembrava preoccupata. L’idea che altri leggessero i suoi elaborati le creava fastidio. O, forse, era solo una mia impressione. Io non l’avrei giudicata. Le spiegai che quello non era tra i miei compiti. Dovevo solo evitare le ambiguità. Nessuna parola era vietata, in fondo. Qualcuna poteva essere sconsigliata, inopportuna. Su quelle avrei dovuto agire. Mi resi conto che tutta quella spiegazione era più per me che per lei. E quello era il motivo per cui ritardavo il rientro alla mia postazione.

Paolo sedeva di fronte a me. Le scrivanie erano speculari, solo che lui, al posto del ciclamino, aveva una miniatura di una Ferrari. Nella posta elettronica avevo già dodici documenti da leggere. Non si trattava di testi lunghi e, per quanto elaborati, avrei impiegato poco tempo a leggerli.

Mi ero preparata un vademecum. Un elenco di parole sconsigliate e le loro idonee sostituzioni. Ostilità, sarebbe diventata opposizione non collaborativa. Conflitto, poteva essere divergenza di posizioni. Insicurezza, mancanza di parametri stabili. Sconforto, riduzione della motivazione. Filtri e correttori automatici mi avrebbero facilitato il lavoro.

Inforcai gli occhiali e mi legai i capelli in una coda morbida. Uno dopo l’altro corressi i file e li restituii ai loro creatori, con le modifiche indicate in rosso. Devo dire che dopo il primo tutto fu più semplice. Per me era un modo di crescere. Di apprendere argomenti nuovi che non avevo mai affrontato. Non dovevo entrare nel merito, ma in fondo lo facevo.

Ogni tanto Paolo sbirciava, curioso di sapere se stessi lavorando al suo elaborato.

“Ancora no”, gli canticchiavo ogni volta che mi fissava.

“Dai, Elena, devo spedirlo. Non puoi farlo prima degli altri?”

“Li sto facendo in ordine di arrivo, nessuno ha la priorità.”

Lui scartò un cioccolatino e me lo offrì sul palmo della mano.

“Questa è corruzione”, scherzai.

Mi diede un’occhiataccia. Se lo gettò in bocca e cominciò a masticarlo. Sentii la nocciola sgranocchiare sotto i suoi denti e l’aroma dolciastro mischiarsi al profumo del ciclamino. Era un buon amico e dopo venti minuti poté spedire il suo lavoro.

Man mano che i giorni passavano, il vocabolario delle parole sconsigliate si ampliava. Quelle le scartavo e le altre le inserivo. Applicavo la regola che mi era stata data e vedevo il testo migliorare. Sentivo di fare ordine e mi rendevo conto che quegli interventi avrebbero creato meno attriti, meno possibilità di incomprensioni.

Anche le aspettative del mio capo erano state soddisfatte. Dopo alcuni mesi approvava i documenti con un solo colpo d’occhio. Non che questo fosse cambiato tanto rispetto a prima, ma ora ne era più consapevole.

Mi potevo dire soddisfatta. L’aumento di stipendio mi aveva gratificata, i colleghi erano rassicurati dai loro elaborati conformi e avevo anche più tempo per me.

Eppure, chi sapeva cosa facevo nel tempo libero, capiva anche qual era il mio disagio.

Un venerdì mattina Paolo non c’era. Di fronte non avevo nessuno che potesse interpretare la mia mimica facciale. O i miei sospiri. Avevo aperto sul monitor due documenti. Un report di valutazione e una lettera di avanzamento di ruolo. I miei occhi saltellavano da uno all’altro. Mi abbandonai sullo schienale e tolsi le mani dalla tastiera. Slacciai la coda di cavallo e mossi la testa per sistemarli. Non coglievo nemmeno l’aroma dolciastro del surrogato di caffè della macchinetta. L’amaro che avevo in bocca lo sovrastava.

Mi resi conto di ciò che vedevo, o non vedevo, da settimane. I testi erano quasi identici, piatti. Ormai si assomigliavano tutti e le correzioni erano sempre le stesse. Quando ero alla selezione il mio obiettivo era leggere le emozioni dei candidati. Cercavo le loro cicatrici, cercavo di coglierne la passione, più che l’entusiasmo di facciata. Le parole che avevamo sempre usato erano evaporate. La neutralizzazione aveva eliminato il rischio. Ma il rischio di chi?

“Ottimo lavoro, Elena.”

La voce del capo interruppe i miei pensieri intrusivi.

“Come dice?”

“Dico che in sei mesi abbiamo ottenuto ottimi risultati. Nessun reclamo e nessuna lamentela. Mi hai tolto un gran peso.”

Dissi grazie senza sapere perché. Abbozzai un sorriso che non raggiunse gli occhi. Lui non lo colse.

Quel pomeriggio tornai a casa un’ora prima. Forse perché non c’era Paolo a tormentarmi, oppure solo perché ero stanca. Mi lasciai cadere sul sedile della metro. Il vagone era mezzo vuoto a quell’ora. Appoggiai lo zainetto sulle ginocchia. Poco più avanti un bambino piangeva e la madre cercava di consolarlo con un orsetto di peluche. Con poco successo, però. Fissava i presenti con uno sguardo imbarazzato. Io le sorrisi e alzai le spalle. Guardai fuori dal finestrino. Oltre al riflesso del mio viso c’era il buio della galleria. Eppure stavo ferma così, come se attendessi un’immagine diversa. Mi sorrisi, ma non riuscii a consolare nemmeno me stessa.

Da settimane il mio romanzo era bloccato. Ogni volta che appoggiavo le dita sulla tastiera mi si attivava nel cervello il nuovo vocabolario. Mi ero resa conto che quelle formule avevano occupato la mia vita, anche al di fuori del lavoro. L’avevo svolto così bene, che quello che eliminavo dai documenti lo eliminavo anche dentro di me.

Arrivata a casa buttai lo zaino sul divano. Mi legai i capelli e accesi il computer. Era presto per cenare, ma era il momento giusto per un caffè vero. Misi la moka sul fuoco e attesi che il profumo invadesse la cucina. Sollevai il coperchio e feci un lungo respiro.

Il capitolo 4 era rimasto a metà. Le parole non mi uscivano dalle dita, trattenute da un ordine che ordine non era. Se le scrivevo, poi le cancellavo. Mi sembrava di non potermi più permettere di scrivere di emozioni.

In salotto il telefono squillava. Paolo. Prima o poi l’avrei invitato per un caffè. E chissà se lui mi avrebbe portato i cioccolatini. Non risposi e il sorriso, stavolta, mi raggiunse anche il cuore.

Il cursore lampeggiava. Bevvi il caffè e cominciai a scrivere.

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