Premio Racconti nella Rete 2026 “Io e Gaza” di Matteo Davide Valenti
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Prendo l’ascensore, esco dal portone, cammino per le strade di Agrigento.
Gli altri sono davanti alla chiesa.
Dalla porta, Padre Calogero ci chiama. Saliamo al primo piano ed entriamo in una delle stanze del catechismo. Cantiamo la canzone della GAM, Gioventù Ardente Mariana. Poi guardiamo il film su Gesù, di Zeffirelli. Verso la fine, Giovanni, il sagrestano, anticipa le battute di Gesù: “Padre, perché mi hai abbandonato?”
Bisogna servire la messa. È una delle prime volte che tocca a me. Antonio mi dice: “Non ti preoccupare, se non ti ricordi ti aiuta Leonardo. Lui ha tredici anni, è il più grande e sa tutto.”
Non voglio andare a scuola con i capelli corti. Mio padre dice che non succederà nulla.
“Ti tunnisti?”
“Sei proprio una cucuzza.”
“Tutti insieme. Uno, due, tre: cucuzza!”
Vado al mio posto.
Sento Calogero due file dietro di me: “Chi ha il cappotto che puzza di detersivo è scemo.”
È il mio. Mia madre lo ha appena lavato.
Li insulto, ma a loro non importa.
Qualcuno mi dà dei buffetti dietro la nuca.
“Maestra, mi danno le botte.”
“Basta! Smettetela!”
Spero che muoiano tutti.
Sei anni dopo bevo la birra.
Al governo c’è Fini che mi sembra dica cose sensate. Cose di destra.
Al ginnasio c’è un gruppo di giovani fascisti.
Ma ora sono seduto con i miei amici al bar e insieme a noi c’è Enrico.
Ciccio ha detto che lo considera un “padre spirituale.”
“La libertà è il nostro obiettivo. La borghesia pensa che il fine siano i soldi. Questo ci rende schiavi. Per essere liberi dai borghesi basta sapere che lo scopo non sono i soldi.”
È sempre la legge del più forte.
Quel pomeriggio ho capito chi dovevo odiare. E mi ha dato pace.
Il sole illumina lo striscione che dice: “LA SCUOLA NON È IN VENDITA.”
Io lo tengo da un lato, Enrico dall’altro. Dietro di noi tanti studenti. Ma anche persone adulte. Forse operai. Non ne avevo mai visto uno.
Uno dei nostri amici inizia a cantare: “Frateelliiii, d’Itaaliaaa….L’Itaaaliaaa s’è deestaaaa..”
Da dietro gridano: “L’inno d’Italia è fascista!”
“Ah, sì, giusto.”
Allora riprendiamo il motto semplice che ormai ho imparato anche io: “Come mai, come mai, sempre in culo agli operai? D’ora in poi, d’ora in poi, comandiamo solo noi!”
Tutto questo ti fa sentire parte di una famiglia. Ci sentiamo fratelli. Anche se ci chiamiamo compagni.
Al ginnasio non ero ancora un metro e ottantacinque. Non ero neanche un metro e settanta.
Davide è assente da tre giorni e io mi sono messo al suo posto, accanto a Francesco.
Quando torna mi dice di tornare al mio banco.
Io protesto: “Mica te lo sei comprato.”
Lui mi sbatte al muro e mi solleva per il bavero.
Non l’ho ancora dimenticato.
L’eliporto è il luogo più buio, circondato dagli scogli.
Davide ride: “tranquillo.”
Mi fa vedere come si rulla, fa qualche tiro e mi passa la canna.
Poi beviamo il Tavernello.
Una settimana prima, al battesimo di mio cugino, avevo bevuto tre bicchieri di vino bianco e mi era girata la testa.
Dall’eliporto torniamo al bar La Vela.
Non ho più paura, non ho pensieri. Parlo con tutti, faccio domande, intrattengo conversazioni.
Domani di nuovo.
Non tornerò ad essere un coglione.
2023
I social mostrano la strage di Hamas contro Israele.
Così Netanyahu ha la giustificazione per dichiarare guerra a Gaza.
Ogni giorno guardo i video delle mamme palestinesi che corrono con bambini morti in braccio. Bambini appoggiati sulla polvere accanto agli altri cadaveri. Bambini che piangono porgendo pentole vuote.
Le canne e l’alcool aiutano, ma non risolvono.
Io sono parte di tutto questo. Io sono in guerra.
2024
Mi stacco dalla manifestazione ed entro al Carrefour.
Vicino alle casse, una signora ha il carrello pieno.
“Lo sa che comprando questi prodotti finanzia il genocidio?”
“Cosa, scusi?”
“Il Carrefour fa accordi con aziende israeliane che finanziano la guerra a Gaza.”
“Ah, non lo sapevo. Grazie.”
“E sta ancora qui in fila?”
Mi guada come se le stessi chiedendo l’elemosina.
Mi rivolgo a tutti gli altri: “Lo sapete che Carrefour finanzia la strage dei bambini a Gaza?”
Silenzio.
Alzo la voce: “Lo sapete o no?”
Una persona lascia il carrello e va via.
“Un applauso al signore che ha lasciato la sua spesa!”
Alcuni manifestanti e una cassiera impavida battono le mani.
Dei ragazzi riprendono con lo smartphone.
“C’è una guerra e siamo tutti responsabili! Riposate la spesa!”
Usciamo, loro restano in fila.
“Amore mio! Che fai?”
“Sto giocando con l’orsacchiotto gigante che mi hai regalato.”
“Brava! Ti piace?”
“Sì. Quando vieni?”
Mi copro la faccia con le mani. Cammino avanti e indietro per la stanza.
Mi esce “cazzo!” come un tic.
Mi chiama la mia amica Carla, ma non rispondo. Non riuscirei a parlare.
Sbatto i pugni sulla scrivania e quasi la spacco.
La manifestazione arriva alla stazione centrale.
Il cancello è chiuso. Scavalchiamo, sfondiamo.
Al primo piano ci accoglie un muro di polizia in tuta anti sommossa.
Spingiamo ed entriamo.
Lanciamo gli estintori sui vetri dei negozi. Stacchiamo le panchine e le tiriamo contro gli sbirri.
Non siamo facinorosi, non siamo pochi, siamo noi.
Un agente continua a manganellare un compagno accovacciato che cerca di ripararsi.
Con un calcio lo allontaniamo. In tre, riusciamo a farlo cadere. Lo prendiamo a calci. Io lo prendo a calci. Poi vengo colpito.
Un neon bianco come quello degli ospedali.
Sono seduto e sono ammanettato.
Lo sbirro mi dà uno schiaffo che quasi svengo.
Un altro, dietro di me, mi fa alzare.
Mi arriva un pugno sullo stomaco. Mi piego. L’altro mi tira su per i capelli.
“Ti sei divertito alla stazione?”
Un pugno sull’avambraccio mi fa urlare.
“Shhhh. Silenzio! Mica sei alla stazione qui.”
Un altro schiaffo mi butta per terra.
Qualche calcio mi lascia nuovi ricordi.
“Qui siamo una famiglia, ma abbiamo visto che non partecipi, non sei positivo. Non possiamo rinnovarti il contratto.”
“Ma non mi sembra che gli altri facciano delle cose straordinarie.”
Non è una questione di capacità. Sei bravo, altrimenti non ti avremmo preso. È l’atteggiamento. Abbiamo provato a dirtelo, ma non funziona.”
Anna è da sua madre.
Salgo in macchina. Non fumo da anni, ma lungo la strada cerco un tabaccaio aperto.
Chris Cornell canta: “I only love you when I’m down.”
Parcheggio. Lei è già davanti al portone.
“L’ultima volta mi hai praticamente cacciata di casa.”
“Sono venuto a chiederti scusa.”
“È troppo tardi.”
“Questa sofferenza mi è servita. Ho capito. Io ti amo.”
“E il sesso faceva schifo.”
“Perché non c’ero.”
“Io torno a Londra con la bambina.”
Tutto questo in una cella di quattro metri quadri.
Resto a letto perché mi fa male tutto.
Apro gli occhi e quello grosso mi guarda ancora male perché poco fa sono uscito dal bagno in mutande.
Anche il secco non è molto simpatico.
Nel letto a castello mi hanno fatto mettere sopra.
Il soffitto è pieno di messaggi di chi è stato qui prima di noi: “Mario Cazzaniga infame.”
Per errore, incrocio lo sguardo del ciccione che ringhia: “Comunista di merda.”
Avevo dimenticato che sono qui per la manifestazione.
Nella mia testa ci sono solo immagini di mio padre e mia madre, della zia Dina che mi insegna a scrivere, di Massimo e Gianluca che mi citofonano e io scendo al volo, di tutti gli amici e i parenti con cui non ho bisogno di bere e fumare, di Anna, ma soprattutto di Giulia.
E piango. Piano.
Quando esco, ci sono i compagni.
Mi accompagnano a casa.
Mi chiedono di cosa ho bisogno e quando ci vediamo.
“Non ci vediamo.”
La tenda giallina smorza il sole siciliano che illumina la stanza.
La libreria è piena di libri di psicologia, ma ci sono anche dei pupazzetti di pezza.
La psicologa è seduta sulla sua poltrona gialla, io sul divano pieno di cuscini di fronte.
“Come va?”
L’altro giorno, con la ragazza bellissima non ci siamo sentiti e io non mi sono arrabbiato.”
“E cosa è successo?”
“Il giorno dopo mi ha chiamato per dirmi che devo chiamarla più spesso.”
“Com’è stato?”
“Sono contento. Alla fine dipende tutto da me.”
“Sì, ok, ma attenzione a queste paroline: ‘Tutto e sempre’. Le credenze creano il nostro mondo e determinano le nostre azioni, ma non dipende sempre tutto da noi. No?”
“Ha ragione.”
Restiamo in silenzio.
Fuori c’è ancora luce.
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