Premio Racconti nella Rete 2026 “Marco” di Matteo Davide Valenti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Essere un eroe non dipende dall’importanza dell’obiettivo, ma dalla pesantezza degli ostacoli.
Immagina di essere su un pianeta con una forza di gravità trenta volte superiore a quella della terra. In queste condizioni, anche fare un solo passo è un gesto eroico.
Mio fratello. Quando è nato erano tutti contenti per l’arrivo del secondogenito. Sì! Festa!
Come dice ancora mio padre: “Quando sei nato tu ero l’uomo più felice del mondo.” Sottintendendo che il resto della sua vita, soprattutto dalla nascita di mio fratello in poi, è stata una merda.
Ora immagina di essere alla scuola materna. Ti sarà capitato di litigare con qualcuno, di essere preso in giro, di aver dato un pugno, o di averlo ricevuto. Immagina che quello stato di conflitto, di reazioni emotive esagerate e repentine, di pianti, di gioia magari qualche volta perché stai facendo un gioco che ti piace tanto insieme ai bambini, anche se tra due secondi forse gli dai una manata in faccia, ecco, pensa se questo stato d’animo, per te, non finisse mai. Mentre tutto intorno a te cresce, matura, si sviluppa, diventa furbo, intelligente, colto, educato, e ti guarda strano.
Le maestre dell’asilo contattavano un po’ troppo spesso i miei genitori per i problemi quotidiani con mio fratello.
Io posso solo immaginare quanto sia terribile essere bocciati in prima elementare. I miei compagni con me erano già delle carogne gratis. Figuriamoci i compagni di mio fratello quando lo incontravano per strada e gli dicevano che era stato bocciato perché era handicappato.
C’è un mondo intorno a te. E tu vuoi farne parte. Vuoi avere degli amici, soprattutto. Vuoi avere un fratello che ti vuole bene. Ma non ci riesci. Per quanto ti sforzi, non ci riesci. Così come non riesci a imparare a leggere e a scrivere.
Li vedo chiaramente. Ogni giorno, mia madre seduta in cucina con mio fratello a cercare di insegnargli a leggere e scrivere. Cominciava con amore e comprensione. Per dieci minuti. Poi iniziavano le urla. E così continuava ogni pomeriggio. Ogni pomeriggio della mia vita. Ma soprattutto della sua.
Una vita fisiologica è una vita con qualche rimprovero. Una vita patologica è una vita in cui vieni sgridato dalla mattina alla sera perché sei ciò che sei. Qualunque cosa tu sia. Immagina quanta paura, senso di colpa, mancanza di autostima, tristezza, sofferenza, violenza, può generare una vita fatta di “Cretino!”, “Bestia!”, “Scemo!”. Una vita in cui tu sei la causa della disperazione di tua madre.
Facciamo finta che ti piace il gelato alla nocciola. E io ti dico che da oggi non ti deve più piacere. E mi siedo con te ogni giorno in cucina per insegnarti che la nocciola fa schifo.
Eppure c’è il libero arbitrio. Altrimenti dovremmo giustificare Adolf Hitler, i pedofili, gli assassini, e tutti quanti. No, tu stai scegliendo di essere handicappato. Questa è la verità.
Lo confermarono anche i migliori psicologi e psichiatri che andammo a interpellare al nord Italia. Le orecchie dei miei genitori sentirono questa sentenza: “Suo figlio non è capace di imparare. Voi non potete fare niente. Non è colpa vostra, è colpa sua. Solo suo fratello lo potrà aiutare.”
“Quando noi moriremo ti dovrai prendere tu cura di tuo fratello. E lo psicologo ha detto che dovresti aiutarlo e portarlo con te anche adesso.”
Il nuovo nemico di mio fratello era la persona a cui voleva più bene. Tutta la mia vita gira intorno alla ricerca di strategie per evitare mio fratello come la peste.
Lo lasciai lì in cucina con mia madre quando mi trasferii all’università.
Solo con un cane. Quando c’era mia madre aveva ancora una certa autonomia. Usciva da solo con York, il nostro volpino, anche se rientrava con storie di ragazzi che maltrattavano entrambi.
Immagina di non aver nulla in comune con il resto dell’umanità. Che quando parli la gente ti guarda annoiata, con compassione o derisione negli occhi. Immagina che nessuno vuole stare con te. Ma hai ancora comunque qualche contatto umano. E adesso non puoi più uscire di casa da solo. Vivi in una caserma dominata da un ex comandante dei vigili urbani che si vergogna di te e gli fa male sentirti parlare di argomenti infantili a trent’anni. Che non ti permette neanche di pulirti il culo da solo, perché l’ha detto anche lo psicologo quella volta: tu non sai fare un cazzo. Che ha una sciabola. E tu sai dove si trova. La prendi e lo insegui per casa per porre fine alla menzogna del libero arbitrio.
Risperdal. Un misurino da 2.5 ml in un bicchiere d’acqua. Mattina e sera. Buca lo stomaco, soprattutto se lo prendi a digiuno. Ma è molto più comodo darglielo prima di colazione, quando ancora è assonnato, e subito prima che si addormenti. Dieci anni di Risperdal. Hai delle scosse alle gambe ogni trenta secondi, sei rallentato nei movimenti e nel parlare. Hai continuamente mal di pancia e non sai perché, hai un’infiammazione cronica alle vie urinarie che ti fa pisciare venti volte al giorno. Quando sali in macchina ti siedi dietro perché sei convinto che stando davanti ti venga da pisciare, pensi che vedere film che fanno un po’ paura ti faccia aumentare il mal di stomaco. Qualsiasi cartone animato tu stia guardando, ti metti a piangere.
“Quando vieni?”
“Questa estate.”
“Mi compri il fumetto dell’uomo tigre?”
“Sì, ora vedo se ce l’hanno e te lo porto.”
“Mi manchi. Questa casa è vuota senza di te.”
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