Premio Racconti nella Rete 2026 “Il proiezionista” di Andrea Fassi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026L’aria condizionata in sala si è fermata una ventina di minuti dopo l’inizio del film. La temperatura ha raggiunto almeno i quaranta gradi.
Una donna, avrà avuto quarant’anni. La sentivo sbraitare dal piccolo buco del proiettore che divide la mia cabina di proiezione dalla sala, vedevo muovere la sua testa, i capelli neri e spessi, in penombra, volteggiavano a destra e a sinistra come le serpi di Medusa. Ci saranno state in sala quante persone? sì e no dieci.
Si muovevano, soffiandosi dentro le magliette e sventolando il volantino preso all’ingresso del cinema. Io mi limitavo a intingere le mani nei popcorn con il burro. È una cosa che Ettore, il mio capo, odia. Dice che lascio le impronte ovunque, ma a me piacciono e mi piace che a lui dia fastidio e che non possa farci nulla. Ho atteso un po’, ad agosto resto sempre solo a lavoro. Al terzo intingere le mani nei popcorn, quindi direi dopo cinque minuti, la donna si è alzata.
L’ombra che ondulava strusciandosi ai sedili per uscire nel corridoio laterale era quella di una statua.
Due coppie anziane, una famiglia con figli di che età? dodici o tredici anni, un vecchietto e poi una coppia di amici sui trenta. Questi gli spettatori, più la donna.
L’ho vista entrare con una canottiera bianca in contrasto con le labbra rosse arancio come scorze di mandarini. Non che sia diventato un profiler, ma di donne sole facendo questo lavoro ne ho viste molte e poi, lei, lei è una statua di sale sulle mie ferite. Da sola, di sabato pomeriggio, il seno ancora tipo quello di una ragazzina ventenne e una gonna da cui uscivano due gambe sode e abbronzate con la pelle che senti l’odore di buono a distanza chilometrica. Sprizzava solitudine e fascino da tutti i pori.
Con quel viso poi che ricordava Cleopatra.
Ha guardato verso il vetro di proiezione e io mi sono accucciato, si è mossa di scatto nel corridoio poi ha continuato a camminare a passo lungo con i capelli e la gonna che salivano e scendevano seguendo il ritmo del corpo. Ha alzato la voce ma non ho capito cosa stesse dicendo, si è toccata i capelli e aggiustata la gonna. L’anziano solo ha fatto uno shhh con qualche sputacchio che ho notato grazie alla luce del proiettore.
Durante tutto lo shhh se l’è guardata per bene, ha seguito i passi con lo sguardo appeso alle cosce. Lei si muoveva così naturale, incurante del mondo intorno se non del suo fastidio; le tremava la carne potevo vederla, contrariata da un calore insopportabile, vibrante di una complessità rara. L’ho immaginata nuda con il corpo appena umido di una brina calda e profumata. In effetti, devo dire, ho esagerato. Il caldo era atroce e iniziava a farsi sentire pure da me. Avevo persino io la pelle bagnata e la camicia slacciata fino a sotto il petto, ma non sortiva alcun effetto rinfrescante.
Ma questo è il bello.
Poi non l’ho vista più e ho sentito sbattere la porta d’uscita della sala. Il rumore mi è arrivato attutito dalla tenda di velluto rossa. Devo dire che era erotica anche l’ombra della donna, calda pure quella, le curve scure le ho immaginate sparire con la luce. Come se le sue forme seguissero la logica del desiderio maschile prima ancora di essere viste.
Poi ho sentito di nuovo la sua voce. Rimbombava anche fuori dalla sala.
– C’è l’incapace che gestisce la proiezione? – Ha detto.
Ci siamo, ho pensato.
L’ho immaginata percorrere il corridoio d’uscita fino al bivio dove invece di seguire la parola “exit” ha imboccato il corridoietto con la scritta “regia”. Ho immaginato i suoi capelli spessi come fili di ferro battuto avvicinarsi, il seno bagnato di sudore come anche la schiena e le cosce. Ho spinto la mano nel secchio di popcorn burroso e ne ho mangiati fino a riempirmi la bocca per poi succhiarmi le dita. Il suo interno coscia, la parte interna dell’inguine che prende quel rossore per via dello sfregamento quando si cammina e si suda, l’odore vivo anche nelle donne più pulite che in lei si sentiva anche solo guardandola muoversi.
– Ora dovresti bussare. – Ho detto sputacchiando popcorn.
E con le dita unte ho contato il tempo necessario dalla sala alla cabina di proiezione.
Niente.
Ho lasciato passare qualche secondo immergendo di nuovo la mano nei popcorn. Dopo averne mangiati tre non mi sono succhiato le dita, ho ricontato.
Nella cabina di proiezione l’aria era burrosa e pesante, ma agli odori ero abituato ormai.
Mi sono alzato, ho passato le mani sui jeans e ho aperto la porta piano per non farla cigolare. Mi è parso di sentire subito l’odore del suo corpo mischiarsi al burro, odore di sudato pulito, misto a crema idratante all’arancia avrei detto. L’ho vista la sua pelle aprendo tutta la porta, bianca, luminosa brillava anche sotto la luce artificiale della cabina e gli occhi neri le si sono schiusi in uno sguardo di rimprovero.
– Dimmi pure – Ho detto.
Lei non si è mossa.
– È per l’aria condizionata, vero? Ora cerco di risolvere – Ho detto ancora.
– Falla ripartire. O la faccio ripartire io. – Ha detto.
Poi con la bocca color ciliegia ha mosso le labbra, un movimento come un fiore quando sboccia e lo guardi in time-lapse. È stato in quel momento che le ho preso il polso. Come lo conoscevo bene quel polso sottile.
Lo ha tirato via, dalla parte opposta, per liberarsi. L’ho strattonata a me con forza. Ettore dice sempre che avrei dovuto fare il muratore con queste due mani grosse come pale.
Insomma è finita all’interno della mia cabina di proiezione. Io con l’anca ho dato una botta al vassoio con sopra gli snack per la pausa, tutto ha vibrato, tutti i popcorn e le bibite, senza cadere. Il proiettore scaldava l’ambiente ancor di più che la sala, una lieve brezza calda mentre il film continuava ad andare.
Il suo polso era umido. Ho pensato di nuovo all’interno delle sue cosce. E le ho stretto il polso.
– Lasciami – ha detto.
Per due volte lo ha ripetuto.
Mi sono allungato per superarla e per raggiungere la maniglia, ho chiuso la porta senza lasciarla. Sentivo l’odore di tutta la sua pelle, dei capelli con il balsamo al cocco, del leggero trucco polveroso. Sudore pulito, salato, potevo gustarlo.
L’ho spinta con un braccio e le ho bloccato il collo alla porta, assicurandomi di averla immobilizzata le ho piazzato un avambraccio sotto il mento. Con l’altra mano, dopo averle liberato il polso, ho iniziato ad arrotolarle la gonna.
Ho sentito i muscoli delle gambe rigidi ma il dorso della mia mano scivolava sulla sua pelle, le ho detto calmati, lei ha provato a graffiarmi forzando la paura finta negli occhi neri dentro i miei.
La pelle era liscia, senza sbavature, elettrica al contatto con le mie dita, poi ho preso la sua mano e l’ho portata al naso e sapeva di burro e crema idratante. Mi è venuta fame di tutto e ho stretto i denti.
Lei aveva smesso di divincolarsi. Ha provato a spingermi senza convinzione.
– Fa caldo, coglione, accendi l’aria condizionata! – Hanno gridato dalla sala.
– Sapevo non avresti indossato l’intimo – ho detto.
– Come sem…– le ho tappato la bocca per non sentire la risposta.
Poi ho tolto la mano e l’ho baciata. Un bacio intimo, una preghiera di cibo di un affamato. Lei si è dimenata, si è affannata, per poi cedere e prendere la mia lingua e succhiarla. Ha inarcato la schiena e allargato le gambe per permettere alla mia mano di avere maggiore superficie.
Mi fissava e ho creduto di volerla per sempre.
Teneva la bocca tirata in un ringhio di piacere. Poi si è fermata. Mi ha sfilato i pantaloni e poi i boxer e l’ho presa in braccio. Le ho baciato le spalle, stretto la pelle dei fianchi con le dita e ci siamo guardati. Due flussi si sono mischiati come carne e sangue al macello. Ho continuato a baciarle il viso stringendole il seno.
Mi sono accasciato su di lei. Lei si è riordinata i capelli ancora più neri.
– Accendi l’aria, Ettore ti licenzia se gli lasciano altre recensioni di merda – Ha detto.
Ho annuito e mi sono lasciato cadere sul divano.
Prima di uscire ha tirato i capelli dietro le orecchie con le dita, si è girata e ha guardato la mia fede al dito e ha riso, io di riflesso ho ritratto la mano e l’ho infilata dentro i popcorn.
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