Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Escalier” di Simona Quilici

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

-Giorgio, Giorgio , fermati, ti prego un attimo solo, io non ce la faccio più!-

-E ti pareva,  sei sempre la solita! Perché non fai come tutti. Perché prima di uscire non vai in bagno? Dai nasconditi dietro a quel cespuglio, forza, ti aspetto e controllo che nessuno ti veda –

-Ma che dici sei matto! considera poi che per fare la pipì devo spogliarmi completamente.-

Sei mesi di dieta ferrea per entrare dentro questo abito, e comunque è così stretto che dovrò fare acrobazie per toglierlo, penso, mentre sorrido e mi volto, in modo che Giorgio riesca ad abbassare la zip dietro la schiena. 

– Dai faccio prestissimo,  tu adesso però vai avanti che sono le undici meno dieci, la cerimonia sta per iniziare. Sei anche il testimone, guarda che tu non puoi proprio fare tardi,  la tua amica non te lo perdonerebbe, anzi non me lo perdonerebbe mai !-

Detto questo  sorrido con il dubbio che esca fuori una strana smorfia  e mi allontano velocemente dal corteo nuziale, guardando con attenzione a dove metto i piedi. 

Prendo un viottolo erboso a passi veloci ballettando per l’urgenza, ma chi me l’ha fatto fare penso, potevo starmene tranquilla a casa mia, potevo andare al mare, potevo prendere tempo per me, concedermi il lusso di un pasto al chiosco sulla spiaggia, la compagnia di un bel libro in assoluto relax e invece.. quando alzo gli occhi mi appare come un miraggio; di fronte a me una struttura imponente, luccica come un faro nella notte, da qui non riesco bene a distinguere ma  immagino sia piena di vetri a specchio.

Il parco di Bois de Boulogne è immenso e pieno di sorprese.

Avere con me Google Maps oggi può tornare utile, ci mancherebbe che mi perdessi in questo labirinto verde, penso, mentre mi  tolgo le scarpe e per accorciare le distanze.

Spero tanto che là dentro ci sia una toilette per fare tutto con comodo. Però che strano, prima non avevo fatto caso a questo cubo abbagliante, è una nota stonata in questo verde così naturale. I francesi sono parecchio strani 

Accenno una corsetta, ma strizzata dentro il tubino aderente fatico anche a respirare, figurarsi se riesco a correre. Rallento. La struttura che raggiungo, non solo è gigante ma alquanto bizzarra; un cubo di specchi che sparisce al di sopra della fitta vegetazione, eppure sulla mappa non esiste nessun riferimento a questo edificio. Che strano penso, mentre giro per tutti e quattro i lati. Non c’è nessuno a cui possa chiedere con il mio francese approssimativo: 

Pouvez-vous m’indiquer les toilettes? ma si è molto  meglio così  

penso, la mia condizione è già abbastanza imbarazzante.

Tra le vetrate e gli specchi distinguo una porta, entro.

– C’è nessuno? Je peux entrer-

Mi trovo su un pianerottolo senza profondità, un cubo illuminato a giorno. Quattro ampie vetrate dove entra la luce invadente del sole, da dove si ammira l’immensità del parco. Cercavo un bagno, ma qui dentro ci sono solo scale, non ho mai visto, né immaginato niente del genere… eppure ora che ci penso mi ricorda un dipinto, ma si certo è lei la scala infinita di Escher.  Incredibile sembra proprio uno dei suoi disegni, scale infinite che si innalzano fin dove l’occhio riesce a vedere e si perdono fin nelle oscure profondità:

-Ma che posto è ?-

In un angolo, dove le cornici delle vetrate si incontrano, una freccia rossa indica sopra ad una  pianta, in che punto del locale mi trovo.  Stando a quello che c’è scritto, sono entrata al piano S 666.  Non ho idea di cosa significhi la lettera S, ma se il numero si riferisce al piano, immagino che questo edificio, scenda per chilometri giù nelle profondità della terra.  Guardo sotto, mi sporgo leggermente dalla ringhiera di legno scuro e ferro battuto che delimita, in un quadrato perfetto il centro della stanza immacolata, quasi accecante in verità. Giù sotto la luce sembra pian piano si attenui, è come guardare in un pozzo senza fine. 

D’impulso appoggio a terra le scarpe e apro la borsetta,  l’intento è quello di trovare una monetina da far cadere giù, tanto per vedere se esiste un fondo. 

Che idea bislacca, sei sempre la solita curiosa, datti una mossa,  qui chiaramente non troverai quello che cerchi. Decido, senza farmi ulteriori domande, di tornare fuori. Prendo le scarpe, volto i miei passi e allungo la mano in cerca della maniglia. Incredibilmente la porta dalla quale sono entrata è sparita, mimetizzata tra il doppio vetro e la cornice immacolata. Mi rendo presto conto che non c’è modo di uscire, o se c’è io non riesco proprio a trovarlo, adesso sono nervosa,  giro intorno al  cubo di vetro e parlo da sola; lo faccio sempre quando l’ansia sale:

 “Eppure era qui… ”

 Mentre parlo continuo a  ispezionare la vetrata centimetro per centimetro; tasto, spingo, tiro:

“ Mantieni la calma… respira” 

dico a me stessa, mentre prendo il cellulare dalla tasca interna della borsa. 

“Ora provo a chiamare Giorgio!”

Chissà perché non ci avevo pensato prima. Il fatto è che da tempo ormai provo un odio viscerale per il  cellulare, è  così invadente.. Da quando Giulia si è trasferita a Parigi l’ iphone di Giorgio suona canzoni stonate ad ogni secondo, trilli personalizzati e insopportabili e io persa nel mio silenzio assenzo passo le nottate a pugni stretti con le unghie conficcate nella pelle.   

Lo schermo si accende. Cerco l’icona della cornetta e subito appare la faccia sorridente di Giorgio ripetuta all’infinito. Chiamo sempre e solo lui, strano che me ne accorga adesso mentre ne schiaccio una a caso con l’indice tremante. 

“Lui potrebbe aprire da fuori…  dai squilla ! Certo dico io che assurdità! Solo i francesi potevano avere l’idea, di una porta dalla quale sia possibile solo entrare!” 

Inspiro, espiro, aria dentro aria fuori, vorrei restare concentrata ma il cuore è in subbuglio. Appoggio l’apparecchio all’orecchio e aspetto che mio marito risponda: 

“ Dai forza, incredibile che quando sono io a chiamare lui ha sempre il cellulare in modalità silenziosa.” 

 La voce che risponde non è quella di Giorgio, la cantilena metallica mi fa salire il cuore in gola. 

“ La personne que vous appelez, ne peut répondre au téléphone pour le moment. Veuillez rappeler plus tard”

“ Maledizione, respira stai calma e respira.”

Il panico arriva.  lo sento, parte giù dai piedi ma sale veloce; uno, due, al tre è già al petto, agguanta il cuore e pompa. Il muscolo aumenta di volume nel petto, si gonfia, diventa gigante poi di colpo si affloscia svuotato, potrebbe esplodere o implodere.

“Coraggio decidi, le opzioni sono semplici; salire o scendere !”

Infilo il cellulare dentro la borsa, alzo l’abito stretto sopra le cosce e salgo le scale due alla volta.

Tre rampe da sedici scale e un pianerottolo identico a quello da cui sono entrata. La cosa incredibile, è che fuori c’è ancora il giardino identico a quello visto al piano terra. Incredibile! eppure sono certa di aver salito almeno sei metri di scale :

“Com’e possibile ?”

Salgo ancora, tre rampe di scale,  pianerottolo, vetrate e ancora fuori il giardino, potrei toccare l’erba uscendo. Chiaramente sto male, ho le allucinazioni. Prendo di nuovo il cellulare e premo un unico tasto che ripete l’ultima chiamata:

“ La personne que vous appelez ne peut répondre au téléphone..”

“Merda!”   

Inizio a scendere velocemente,  le scale da questa nuova prospettiva sembrano diventare più grandi.  Sempre più grandi. Mi tengo stretta al corrimano, ho le vertigini, un paio di volte rischio di cadere. Lascio indietro tutti i pianerottoli conosciuti e mi addentro nel pozzo, giù sempre più sotto. Come per la salita, le rampe sono tre e di nuovo un  pianerottolo cubico, ognuno con la propria vetrata identica, da dove ammirare il giardino, sempre lo stesso un piano dopo l’altro. Sono scesa di dieci o forse dodici piani. Ho fatto la pipì accucciata in un angolo buio, tra una rapa e l’altra di scale, ho abbandonato lì le mie scarpe nuove, ho tolto il vestito stretto e continuo a scendere in brassiere e slip, mi tengo stretta la borsa dove ancora il cellulare non suona.

“Chissà com’è tardi. Giorgio sarà preoccupatissimo, ho rovinato tutto, anche il giorno di nozze di Giulia. 

Oddio non è  che poi me ne freghi un gran che… sono qui solo per compiacere lui. La dieta, il vestito, le scarpe, tutto per essere per una volta meglio di quella … io non la odio,  no! è lui che ha fatto in modo che mi fosse insopportabile!  Ogni occasione  è buona per tirarla in ballo,  Giulia ha fatto questo, Giulia ha detto quest’altro. Quando si è trasferita a Parigi ho dovuto trattenere l’entusiasmo,  per giorni ho sprizzato dai pori guizzi di gioia e piccole esultanze mute, tenute ben nascoste dietro un velo di finta tristezza. La lontananza sarebbe stata una mia alleata, avevo pensato più e più volte, senza fare i conti con i cellulari!  Quei due  passano ore interminabili a dirsi tutto per lasciare a me il niente . Non sono gelosa no e l’invidia che lentamente mi mangia da dentro, consuma il grasso e l’anima quella!  

Riprendo fiato appoggiata al muro. Tiro fuori il cellulare e scopro con meraviglia che mancano dieci minuti alle undici. Anche il tempo si è fermato a quella che mi pare essere una vita fa, quando ancora  la pipì mi dava un non so che di dignitoso.

“ E’ un incubo”

Mi siedo sulla rampa di scale che precede il pianerottolo, con la testa sprofondata tra le ginocchia nude. Non so più cosa fare conto le lacrime che cadono a bagnare i piedi scalzi, non c’è scampo. 

D’improvviso mi pare di sentire  un rumore. Il cigolio di una maniglia. Una porta che si apre, la voce  inconfondibile  di una  donna :   

“ C’è nessuno? Je peux entrer”

L’impulso guida i miei gesti sconnessi, devo uscire prima che la porta si chiuda di nuovo:

“ Per carità aspetti, la prego non chiuda!” 

Urlo, mentre con uno scatto nervoso scendo tre scalini in una volta, inciampo, cado ruzzolando per i tre gradini rimasti prima del pianerottolo. Ho perso troppo tempo. Spalmata alla vetrata che si affaccia sul vialetto del giardino grido, sbatto con forza i palmi delle mani al doppio vetro:

“Aiuto! La prego mi aiuti !”

Lei non sente e si allontana lentamente nel suo abito stretto:

Che strano, mi trovo a pensare che quel vestito è identico a quello che indossavo io!

Lei tiene le scarpe in una mano e percorre il vialetto erboso con la pochette stretta nell’altra, anche la sua borsa sembra identica alla mia.

“ La prego si fermi!”

Urlo di nuovo più forte che posso.

Lei si ferma. Io allora speranzosa accenno un sorriso incredulo, per un secondo mi sento salva,  batto le mani sul vetro sempre più forte,  urlo con quanto fiato ho in corpo. 

“ Sono qua dentro, mi apra !” 

Lei lentamente si volta.

Io resto senza fiato, arranco. 

Qualcosa dentro di me si spezza.

Sono io.

Lei è me!

Non so, non capisco.  

Il corpo si accascia svuotato di ogni speranza. 

Fisso alla parete la freccia rossa che pulsa al ritmo del cuore e indica ancora la cazzo di S e il piano 666.

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