Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Un incontro” di Marco Mallica

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

La notte si infilava nei due millimetri vuoti del finestrino destro, che non mi ero ancora deciso a far riparare, e di stelle non ce n’erano. Una volta abbandonata l’autostrada, con le sue strisce di luci melliflue messe a rischiarare facciate logore di capannoni industriali, la statale correva in mezzo al nulla, tra brevi semicurve e infiniti rettilinei ingannatori in cui mi veniva sempre voglia di addormentarmi.

Lo specchietto mi rimandava l’ombra scura delle scatole che occupavano il sedile posteriore, accatastate l’una sull’altra come piccoli e cadenti grattacieli di cartone. Cravatte superseta, camicie Millirex, collant dieci denari. Un tempo era più semplice girare su e giù per la provincia e piazzare quella roba, ma da quando c’era la rete era cambiato tutto. Negli ultimi anni un mucchio di colleghi avevano abbandonato il mestiere funambolico e sempre meno redditizio del rappresentante di commercio per ripiegare su lavori d’ufficio, fare i supplenti negli istituti commerciali o dedicarsi all’agricoltura inseguendo un miraggio di bucolica felicità.

Il cellulare mi riscosse dalle mie meditazioni, che dopo le dieci della sera imboccavano sempre sentieri malinconici e immancabilmente cupi. Mia moglie.

«Sei ancora in viaggio?»

«Sì, sulla 764.»

«Ci metti molto?»

«Un’oretta massimo.»

«Io vado a letto, sono stanca. In frigo c’è un po’ di tutto, vedi tu cosa mangiare.»

«Va bene, quando arrivo…»

La mia frase restò a penzolare nell’aria viziata dell’abitacolo, troncata a mezzo dal bip del telefono. Era sempre così negli ultimi tempi, non c’era una volta che le nostre conversazioni prendessero una piega normale. Non prendevano nessuna piega, a dire il vero. Le cose tra di noi non andavano granché bene, e la cosa peggiore era che non sapevo nemmeno io perché.

Poggiai il cellulare sul cruscotto e cercai di concentrarmi sulla guida, ma dopo neanche un chilometro vidi qualcosa che sporgeva sul ciglio della strada. Una forma opaca, rotondeggiante, con delle appendici brune che si allungavano sull’asfalto. La conoscevo bene quella forma, e sapevo perfettamente che nove volte su dieci non c’era nulla da fare.

Mi fermai e accesi le luci d’emergenza per evitare che qualche camionista assonnato mi piombasse addosso. Il cane se ne stava riverso sulla strada, il corpo abbandonato nella sua agonia e un lungo squarcio rosso all’altezza della zampa posteriore. Respirava ancora. Lunghi respiri affannosi che sembravano preannunciare la fine e gli facevano alzare e riabbassare l’addome come una vecchia e spossata fisarmonica. Aveva un collare e, per quanto potevo capirne io, doveva essere il risultato di una lunghissima catena di incroci.

Tornai in macchina, presi il telefono e cercai. I vantaggi della rete, mi venne da pensare, quella stessa rete che aveva mandato a casa un mucchio di miei colleghi.

Il veterinario più vicino stava a dieci chilometri dal punto in cui mi trovavo io. Una veterinaria, anzi. Feci il numero, e dopo qualche istante mi rispose una voce ferma ma gentile, che sembrava percorrere in discesa quella stessa strada che la voce di mia moglie, quando mi telefonava, percorreva in salita, arrancando e sbuffando come le prime locomotive. Quando le esposi il mio problema, però, si fece diffidente.

«Il mio studio chiude alle sette e mezzo.»

«Qui ho letto che si può chiamare per le emergenze. Secondo me non ne ha per molto, non si muove…»

Per qualche secondo la linea fu invasa dal silenzio, come se lei stesse cercando di mettere assieme tutti i pezzi per prendere la decisione più saggia.

«Va bene» soffiò via alla fine. «Lei suoni il citofono e aspetti, ci penso io a farla entrare.»

Dieci minuti dopo mi trovavo di fronte al numero civico 46, in una via desolata di un paese desolato, con dei lampioni che gettavano sull’asfalto una luce ancora più triste di quelle dell’autostrada. Il cane se ne stava adagiato sul sedile del passeggero e continuava a muovere il petto su e giù, ma per fortuna non sembrava peggiorato.

Quando suonai il citofono e sentii la stessa voce di prima dirmi di entrare, solo con un’inflessione leggermente più metallica, presi il cane e me lo misi in braccio. Mi avvicinai piano, come fanno i criminali di certi film quando avanzano con le mani in alto. Un modo per dire: ecco, non ti voglio fregare.

Vidi una porta bianca aprirsi di qualche millimetro, proprio come il mio finestrino, e l’alone giallo che veniva dall’interno illuminare sulla parete esterna una targhetta con il nome della veterinaria. Per un tempo brevissimo, ma che a me parve interminabile, mi sentii studiato, spiato, analizzato. Poi la porta ruotò verso destra e sulla soglia comparve una ragazza in camice azzurro, i capelli castani un po’ arruffati, due occhiali dalle lenti ovali e l’inconfondibile aspetto di quelle persone che hanno passato i quaranta ma dimostrano sei o sette anni di meno.

«Entri, prego.»

Mi mossi verso l’ingresso e solo in quel momento mi accorsi che dietro di me c’era un tizio che passeggiava sul marciapiede con aria indifferente, le mani dietro la schiena. Piovuto all’improvviso da una delle stelle che quella notte non si vedevano. Sicuramente un amico, un parente, qualcuno che aveva chiamato per sentirsi al sicuro.

Quando fummo nello studio sorrise. I nostri occhi si incontrarono, indugiando per qualche istante prima di tornare a posarsi sul corpo dolorante del cane.

«L’hanno investito» dissi. «L’ho visto a bordo strada mentre tornavo a casa da lavoro.»

Sollevò di nuovo gli occhi, ma stavolta nel suo sguardo mi parve di avvertire quella stessa venatura di diffidenza che avevo percepito qualche minuto prima al telefono. Capii subito e ricambiai con un’occhiata che speravo eloquente. No, il cane non l’avevo investito io. Chi investiva i cani di solito scappava, oppure si fermava per controllare i danni alla carrozzeria e poi ripartiva.

Lei tornò al cane. Gli auscultò il cuore, lo girò dall’altra parte, controllò la ferita. Provò ad alzargli la zampa, ma quello digrignò i denti e lei la lasciò.

«Per fortuna non è grave» sentenziò infine. «Ha solo preso una brutta botta, ma ad ogni modo ha fatto bene a portarlo qui. Se fosse restato tutta la notte sulla strada sarebbe morto.»

Sorrise di nuovo, e stavolta fu un sorriso limpido, sincero, privo di sospetti. I nostri sguardi stettero per qualche secondo a rincorrersi e sfuggirsi e, per la prima volta da quando ero entrato, sentii di essere in imbarazzo. La osservai mentre bendava il suo paziente e mi resi conto solo allora di come assomigliasse a una bambina cresciuta tutto in una volta, con quei riccioli che le danzavano sulla testa e l’espressione tipica delle persone buone.

«Abita da queste parti, lei?» mi chiese a un tratto, facendo zampillare la domanda, tesa e un po’ forzata, come l’acqua di una fontana.

Scandii piano il nome del mio paese e per un attimo ebbi l’impressione che volesse aggiungere qualcosa. Se ne stette con la bocca mezzo aperta, mentre muoveva delicatamente la zampa del cane a destra e a sinistra per assicurarsi che la fasciatura fosse venuta bene. Un altro attimo di esitazione, poi i suoi occhi tornarono a posarsi sui miei e la bocca tornò a sorridere. Questa volta, però, in un modo diverso. Lo stesso sorriso che avevo visto qualche giorno prima alla tivù, sul viso di un tennista, mentre gli consegnavano il trofeo del secondo classificato dopo che aveva perso la finale.

«Il mio fidanzato abita in un paese vicino» disse riabbassando gli occhi. «A lui, però, non piace questa zona. Vorrebbe trasferirsi in città.»

Feci di sì con la testa, ma non le chiesi quale fosse il paese. Lei finì di medicare il cane e poi mi disse che per quella notte era meglio tenerlo lì, sotto osservazione. L’indomani si sarebbe messa d’impegno per provare a rintracciare il padrone, se esisteva. Non dovevo pagare nulla.

La ringraziai, ci salutammo e riuscii sulla strada, dove il tizio di prima continuava ad andare su e giù con le mani dietro la schiena. Mentre salivo in macchina il telefono si mise a squillare: di nuovo mia moglie.

«Non riesco a dormire», mi fece sapere, «dev’essere lo scirocco.»

«Sì, a volte capita» feci accomodante.

«Ti ho preparato la cena, tanto stavo a rotolarmi nel letto senza riuscire a prendere sonno. Tu, piuttosto, a quest’ora dovresti essere già arrivato.»

Le dissi che avevo preso una birra all’autogrill. Non perché volessi nasconderle qualcosa, ma perché spiegarle tutta la faccenda del cane sarebbe stato troppo lungo e complicato.

«Va bene, ti aspetto.»

Misi in moto e ripartii, mentre il tizio spariva finalmente dalla strada. La notte adesso sembrava meno buia, ma di stelle non se ne vedevano lo stesso.

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