Premio Racconti nella Rete 2026 “Il muro sottile” di Massimo Montanile
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Il nostro pianerottolo aveva muri sottili.
Lo sapevamo tutti.
Bastava accendere la televisione perché dall’altra parte qualcuno
riconoscesse una voce, una risata, una canzone. Bastava parlare un
po’ più forte perché le parole attraversassero l’intonaco come acqua
tra le crepe.
Per questo, quando cominciai a sentire le loro discussioni, non ci feci
troppo caso.
All’inizio erano soltanto frasi spezzate. Il tono di lui, più duro del
solito. La risposta di lei, breve, quasi trattenuta. Poi il rumore di una
porta chiusa con troppa forza.
La prima volta che ricordo con chiarezza fu una sera d’autunno.
Tornai a casa più tardi del solito. Il pianerottolo era immerso in
quella luce gialla e stanca che i neon producono quando stanno per
esaurirsi.
Appena chiusi la porta sentii la sua voce.
Non stava urlando.
Era una voce bassa, quasi calma.
«Tanto tu senza di me non sei niente.»
Seguì un silenzio lungo, come se la casa stessa trattenesse il respiro.
Rimasi immobile per qualche secondo, la giacca ancora addosso. Poi
mi tolsi le scarpe e andai in cucina, cercando di pensare ad altro.
Le coppie si dicono cose terribili quando litigano.
Così mi dissi.
La incontrai qualche giorno dopo sulle scale.
Stava scendendo lentamente con una busta della spesa in mano. La
plastica tirava verso il basso come se pesasse più del dovuto.
Mi salutò con quel sorriso educato che si scambiano i vicini quando
si incontrano per caso.
Ma quando mi passò accanto vidi che teneva lo sguardo basso, come
se i gradini fossero l’unica cosa sicura da guardare.
«Tutto bene?» chiesi quasi senza pensarci.
Lei annuì subito. Troppo in fretta.
«Sì, certo.»
Poi aggiunse qualcosa che allora mi sembrò una frase normale.
«Sai com’è… a volte si discute.»
Continuò a scendere senza voltarsi.
Solo mentre si allontanava mi accorsi che stringeva la busta con
entrambe le mani, come se temesse che qualcosa potesse cadere o
sfuggirle.
Per un attimo rimasi fermo sul gradino con la sensazione di aver
dimenticato qualcosa di importante. Ma non avrei saputo dire cosa.
Qualche settimana dopo la incontrai di nuovo sul pianerottolo.
Stava cercando le chiavi nella borsa mentre teneva due sacchetti
della spesa appoggiati a terra. Quando aprì la porta uno dei sacchetti
si rovesciò e alcune arance rotolarono sul pavimento.
Mi chinai per aiutarla a raccoglierle.
Lei si affrettò a dire che non era necessario.
«Faccio io, grazie.»
Le mani le tremavano leggermente.
Una delle arance rotolò fino al bordo delle scale. La fermammo quasi
nello stesso momento.
Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono.
Fu un istante brevissimo, ma ricordo che nei suoi occhi c’era
qualcosa che non avevo mai visto prima.
Non era paura.
Era qualcosa di più difficile da nominare.
Come una stanchezza profonda, accumulata nel tempo.
Poi sorrise di nuovo, come fanno le persone che vogliono
rassicurarti che tutto va bene.
«Grazie» disse.
Entrò in casa e chiuse la porta.
Nel palazzo nessuno parlava apertamente di loro.
Eppure, ogni tanto, davanti alle cassette della posta o nell’ascensore,
qualcuno lasciava cadere una frase a metà.
«Quel tipo lì ha un carattere difficile…»
«Lei è troppo buona…»
«Sai come sono certe storie.»
Parole sospese, mai finite.
Poi qualcuno guardava l’orologio, qualcun altro cercava le chiavi in
tasca, e la conversazione si spegneva da sola.
Era come se tutti sapessimo qualcosa.
Ma nessuno volesse davvero sapere.
Una sera le loro voci attraversarono il muro più chiaramente del
solito.
Non erano urla, ma frasi rapide, taglienti.
Ad un certo punto si sentì un colpo secco.
Subito dopo qualcuno aprì la porta sul pianerottolo.
Era la signora del secondo piano.
Rimase qualche secondo immobile, come se stesse ascoltando.
Anch’io ero fermo vicino alla porta del mio appartamento.
I nostri sguardi si incrociarono per un attimo.
Nessuno disse nulla.
Lei fece un piccolo gesto con la mano, come a dire che non era il
caso di immischiarsi, poi rientrò nel suo appartamento.
Poco dopo il pianerottolo tornò nel silenzio di sempre.
Col tempo i rumori dall’altra parte del muro diventarono più
frequenti. Non sempre discussioni. A volte passi pesanti. A volte
oggetti spostati con troppa forza.
Una notte sentii piangere.
Non era un pianto forte.
Più che altro un suono spezzato, come quando qualcuno cerca di
trattenere le lacrime perché nessuno le senta.
Rimasi seduto sul letto ad ascoltare.
Per un momento pensai di alzarmi, attraversare il pianerottolo,
bussare alla porta.
Ma restai fermo.
Mi dissi che non era affar mio.
Mi dissi che magari stavano solo attraversando un momento
difficile.
Mi dissi che le coppie trovano sempre il loro modo di aggiustare le
cose.
Il giorno dopo la vidi uscire dal portone.
Aveva gli occhiali da sole nonostante il cielo fosse coperto.
Mi salutò con la mano.
Io ricambiai il gesto e proseguii per la mia strada.
Ci sono molti modi per non vedere qualcosa.
A volte basta convincersi che non ci riguarda.
Le settimane passarono così.
Ogni tanto una porta sbattuta. Ogni tanto un silenzio più lungo del
solito. Qualche parola che attraversava il muro senza arrivare
davvero a destinazione.
Una sera incontrai il portiere nel cortile.
Mi disse, quasi distrattamente:
«Quelli del terzo litigano spesso.»
Annuii.
«Succede» risposi.
Lui fece spallucce e cambiò discorso.
La mattina in cui arrivarono le sirene stavo preparando il caffè.
All’inizio pensai che fosse successo qualcosa in strada. Poi sentii
passi veloci sulle scale, voci concitate, qualcuno che bussava forte
alla porta accanto.
Aprii la porta del mio appartamento.
Sul pianerottolo c’erano due carabinieri.
Uno di loro mi chiese se abitassi lì da molto tempo.
Annuii.
«Ha sentito qualcosa stanotte?»
La domanda mi colse impreparato.
Cercai di ricordare. Forse un rumore. Forse una voce. Ma nella mia
mente tutto era diventato improvvisamente indistinto.
«No», risposi. «Non credo.»
Poco dopo portarono via una barella.
Non vidi il suo volto.
Vidi solo il lenzuolo bianco che la copriva fino al mento.
Il pianerottolo rimase pieno di persone per ore. Vicini, polizia,
qualcuno che parlava al telefono a bassa voce.
Poi, lentamente, tutto tornò come prima.
Nei giorni successivi continuai a ripensare a piccoli dettagli che
allora mi erano sembrati insignificanti.
Il modo in cui lei abbassava la voce quando lo nominava.
Il modo in cui guardava sempre verso il pavimento quando uscivano
insieme dal portone.
Ricordai anche una frase che avevo sentito attraverso il muro
qualche mese prima.
Non una minaccia.
Solo poche parole dette con quella calma fredda che allora non avevo
capito.
«Ricordati che senza di me non vai da nessuna parte.»
All’epoca avevo pensato che fosse una di quelle frasi che si dicono
durante una lite.
Adesso mi sembrava qualcosa di diverso.
Qualcosa che avevo ascoltato senza volerlo davvero sentire.
Il palazzo è rimasto lo stesso.
Gli stessi muri sottili. La stessa luce gialla sul pianerottolo. Le stesse
cassette della posta accanto all’ascensore.
Ogni tanto qualcuno si trasferisce, qualcun altro arriva.
La porta accanto alla mia è rimasta chiusa per mesi prima che
un’altra famiglia prendesse l’appartamento.
Una sera, tornando a casa, ho sentito di nuovo una voce attraversare
il muro.
Una risata, questa volta.
Mi sono fermato ad ascoltare.
E ho capito una cosa che allora non avevo capito.
I muri erano sempre stati sottili.
Abbastanza sottili perché io potessi sentire.
Abbastanza sottili perché io potessi capire.
Ma non abbastanza sottili da impedirmi di voltarmi dall’altra parte.
Oggi so che i muri non sono mai il vero problema.
Il problema è il silenzio che costruiamo dentro di noi.
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