Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Magari c’è qualcun altro là fuori” di Maddalena Rivola

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Anno 3477.
Il mondo è diventato un sussurro di vento e polvere.
Le città si sono sciolte nel tempo come candele, e ciò che resta sono scheletri di ferro e cemento che scricchiolano sotto un cielo spento.
Imogen, di 13 anni, cammina da sola. Da quanto tempo, non lo sa più. Ha smesso di contare. Il tempo, ormai non serve più in un mondo che non cambia mai.
Un virus aveva spazzato via quasi tutto: adulti, animali e foreste.
Imogen aveva imparato a bastarsi. A non provare pietà, né paura.
O almeno, così credeva.

Quel pomeriggio, attraversando ciò che restava di un parco, sentì un fruscio.
Si bloccò di colpo, il respiro corto, la mano che toccò istintivamente il coltello arrugginito legato alla cintura. Il cuore le batteva contro le costole, un rumore che non sentiva da tempo.
Il fruscio si ripeté, più vicino, tra le foglie secche e i rami spezzati.
“Chi c’è?” gridò con la voce tagliente come una lama.

Dal cespuglio uscì una bambina.
Piccola, di forse sette o otto anni, i capelli di un rosso acceso che parevano una macchia di sangue in mezzo a tutto quel grigio. Aveva il viso sporco di terra e gli occhi grandi e lucidi come due pozzanghere dopo una pioggia autunnale.
Imogen fece un passo indietro. Non vedeva un altro essere umano da anni e per un istante ebbe paura.
Poi si ricompose, alzando il mento con aria spavalda.
“Ehi, calma. Non ti faccio niente… a meno che tu non voglia rubarmi il cibo!”

La bambina non rispose subito. Tremava, stringendo qualcosa tra le dita: un bastoncino di legno.
“Come ti chiami?” chiese Imogen.
“Evangeline… Evangeline testa rossa,” mormorò la piccola, senza alzare lo sguardo.
Imogen sbuffò, guardando prima quei capelli assurdi e poi il viso magro della piccola.
“Un nome troppo lungo e una testa che si vede a un chilometro. Ti farai ammazzare, ragazzina.”
Fece finta di nulla, cercando di sembrare dura.
“Sai che sembri un topo spaventato, Evangeline? Dai, smettila di tremare. Non mordo.”

Evangeline la fissò, indecisa. Imogen sospirò, poi si voltò bruscamente.
“Torna dove sei uscita. Io non porto nessuno con me…”
Cominciò ad allontanarsi tra l’erba secca, decisa a sparire tra i palazzi crollati.
Dopo qualche secondo, udì dei passi leggeri dietro di lei. Piccoli colpi secchi sul terreno.
Si voltò di scatto: Evangeline la stava seguendo, stringendo il suo bastoncino come una spada.
“Che fai? Ti ho detto di restare lì!”
La bambina non rispose, ma continuò a camminare, con il viso ostinato e le guance sporche.
Imogen la fissò, irritata e stupita insieme. Poi, esasperata, sbuffò.
“Va bene, come vuoi. Ma non ti porto in braccio se ti stanchi.”

Quella notte si rifugiarono in un vecchio edificio semidistrutto, con il tetto mezzo crollato che faceva vedere le stelle.
Imogen accese un piccolo fuoco con i resti di una sedia. Il fuoco illuminava piano, proiettando ombre lunghe sulle pareti.
Evangeline si rannicchiò vicino al calore, stringendo ancora il suo bastoncino.
Imogen la osservò a lungo. Non ricordava l’ultima volta che aveva visto qualcuno dormire.
Imogen non riuscì a dormire. Rimase sveglia per ore, osservando le palpebre chiuse di Evangeline e il modo in cui il petto si alzava e si abbassava.
Fuori, il vento fischiava tra le rovine, un suono che sembrava un lamento.
“Non ti affezionare”, si ripeteva Imogen. “Domani me ne vado. Appena fa luce, sparisco.”

Ma non lo fece.
All’alba, si alzò in silenzio e uscì a guardare la strada. Il cielo era chiaro, freddo e calmo.
Tra le crepe dell’asfalto, proprio dove il cemento era più duro, qualcosa attirò la sua attenzione: una margherita. Minuscola, storta, ma viva.
Imogen la raccolse con le dita che tremavano un poco, senza sapere perché.
Quando tornò al rifugio, Evangeline dormiva ancora. Posò il fiore accanto a lei e si sedette accanto al fuoco spento, aspettando.

Poco dopo, Evangeline si svegliò. Vide la margherita e la prese tra le dita con stupore. I suoi occhi brillarono per un attimo.
Imogen finse indifferenza, pulendosi le unghie con il coltello.
“Mmh… quella è per te. È difficile trovare dei fiori qui.”
Evangeline la guardò, confusa ma felice. “È bellissima.”
Imogen distolse lo sguardo, come se quel sorriso la mettesse in difficoltà, come se le bruciasse la pelle.

Fecero colazione con quel poco che avevano: qualche bacca e un po’ d’acqua raccolta da un fiume.
Imogen la osservava di nascosto, mentre Evangeline stringeva ancora il suo bastoncino, anche mentre mangiava.
“Ehi…” disse a un tratto. “Quel coso te lo porti sempre dietro? È così importante?»
Evangeline annuì seria, accarezzando il bastoncino. “Si chiama Jiu.”
Imogen rise, una risata secca, quasi sorpresa di ricordarsi come si fa. Era un suono che non apparteneva più a quel mondo di polvere.
“Jiu? Hai dato un nome a un bastone?”
La bambina si strinse le spalle, piccola e testarda. “Mi fa compagnia…”

Imogen la fissò per un momento. Guardò la bambina, poi guardò il bastone, poi guardò le sue stesse mani vuote. Sorrise appena, scuotendo la testa.
“Se funziona, tienilo stretto allora. Magari ti porta fortuna.”
Evangeline annuì, e per un attimo tacquero entrambe. Il vento entrava dalle finestre rotte, muovendo le ceneri sparse sul pavimento.
Imogen si sentì strana. Per la prima volta dopo tanti anni…non si sentì sola.

Si alzò, scrollando la polvere dai vestiti logori.
“Avanti, pigrona. Non restiamo qui a marcire. C’è molta strada da fare.”
Evangeline la guardò, stringendo Jiu contro il petto, e si alzò velocemente.
Imogen le tese la mano, un gesto che non faceva da una vita. Poi si voltò verso l’orizzonte grigio.
“Magari c’è qualcun altro là fuori.”

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