Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “L’uomo giraffa” di Alessandro Iezzi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Due donne mi hanno voluto al mondo. La prima, mia madre, si era sempre ribellata all’idea di non poter avere figli, anche alla soglia dei cinquant’anni. Diceva di avermi conosciuto molto prima che nascessi: nei suoi sogni mi parlava, mi vedeva, mi teneva in braccio e mi cantava dolci ninne nanne finché non mi addormentavo. Anche se al suo risveglio le restava solo la sensazione del mio peso fra le braccia, era convinta che esistessi già da qualche parte e che il resto del mondo doveva solo accorgersene.

La seconda si chiamava Concetta ed era un’ostetrica anziana: ebbe la prontezza di salvarmi la vita nell’istante stesso in cui venni al mondo. Ero nato con quattordici vertebre cervicali, il doppio del normale. I medici che mi studiarono finirono per dare il mio nome a quella strana malformazione: la chiamarono sindrome di Goffredo, ma nessuno, a parte me, ne avrebbe mai sofferto. Ero destinato a essere l’unico Uomo Giraffa.

All’inizio, la mia storia parve strana abbastanza da riempire le pagine dei giornali e le chiacchiere nei bar. Poi, come tutto, anche quella meraviglia si consumò, sciogliendosi prima in qualche sbirciata distratta e, infine, non meritando nemmeno più quella. Agli occhi degli altri, quella particolarità fu presto archiviata come inoffensiva. A me, invece, restava una testa pesante in equilibrio precario su un collo troppo lungo, e ogni movimento era un azzardo di cui dovevo rendere conto.

Da piccolo mi reggevano sempre con due mani, una fissa sotto la nuca, e intorno a me c’erano cuscini, sostegni, divieti. Per un periodo portai anche un collare rigido di plastica, leggermente imbottito e fatto su misura. Ogni mese avevo una visita di controllo in ospedale: mi facevano sedere dritto, misuravano in millimetri la lunghezza e la circonferenza del collo, poi mi facevano una lastra su tutta la spina.

A casa avevo la mia sedia e potevo sedermi solo su quella; aveva uno schienale più alto e inclinato delle altre. Il bagno era lastricato di tappetini antiscivolo. Al mattino non potevo semplicemente chinarmi sul lavandino: ogni piega improvvisa in avanti faceva protestare una per una le mie vertebre. Mia madre riempiva una bacinella e la poggiava su una mensolina fissata grossomodo all’altezza del mio mento. Io portavo l’acqua al viso a piccole manciate e sentivo le gocce scivolare per un tempo infinito giù lungo il collo, fino a bagnare la canotta. Vestirsi era la parte peggiore: niente maglioni da infilare di corsa, solo camicie, felpe con la zip o cardigan. Non potevo correre o buttarmi sul letto; nei viaggi in macchina ero sempre sdraiato a guardare il tettuccio, e persino gli abbracci avevano istruzioni precise: niente salti in braccio e niente prese improvvise. Anche quando piangevo, nessuno osava stringermi davvero. Mi tenevano come si tiene qualcosa di prezioso ma fragile, più per paura di romperlo che per amore di toccarlo.

Crebbi circondato da mani pronte a sorreggermi e frasi cominciate con “meglio di no”. Eppure, quando penso alla mia infanzia, ricordo piuttosto il tempo. Ne avevo più degli altri: tempo per stare fermo e osservare. Diventai un esperto di soffitti: imparai a seguire le crepe dell’intonaco come fossero mappe che conducevano a piccole isole di umidità. Anche il tettuccio della macchina, a furia di guardarlo, smise di essere solo velluto grigio e cominciò a somigliare a un cielo rovesciato. Mi ritrovai lento senza accorgermene, ma non era una lentezza triste: era il passo che potevo permettermi. Mia madre si adattò a quel ritmo senza protestare. Si sedeva accanto a me e restava lì. A volte parlava, a volte no. Le ore con lei non sembravano sprecate: erano solo più lunghe, come se l’orologio ci pensasse un momento in più prima di cambiare minuto. Più avanti avrei incontrato qualcuno con cui il tempo avrebbe fatto l’esatto contrario.

Si chiamava Giulia. Abitava qualche via più su della mia e fu alla festa di quartiere che le nostre orbite si incrociarono davvero. Il nostro paesino era una striscia di case sperticate e sdraiate sul costone della montagna, diviso in due da un fiumiciattolo. C’era una vecchia rivalità tra la parte alta e quella bassa, un astio sbiadito che sopravviveva solo per giustificare due feste separate, organizzate lo stesso giorno: il primo di primavera. Io osservavo quella goffa giornata seduto su una strana sdraio pieghevole, a misura anch’essa, con il collo ben appoggiato a un cuscino che mia madre sistemava ogni volta di qualche millimetro. Mi piaceva seguire il fumo delle griglie che attraversava il fiume e cambiava schieramento senza decidersi da che parte stare. Fu in mezzo a quel movimento che la notai. Avevo otto anni, lei nove. La conoscevo di vista, certo, ma quel giorno la vidi davvero. Il motivo era semplice: le sue scarpe. Erano da ginnastica, ma spaiate, con lacci bianchi troppo lunghi che le frustavano le caviglie mentre camminava. Non camminava davvero, però: sembrava saltare pezzi di strada, apparendo sempre un po’ più avanti di dove l’avevo guardata un secondo prima. E parlava, anche quando nessuno le rispondeva; chiedeva alle lampadine quanti anni di luce avessero ancora.

Mi guardò prima negli occhi, poi il collo, senza la solita esitazione degli adulti. “Dev’essere comodo, vedere tutto da lì in alto” disse. “Io sono troppo bassa, mi tocca saltare.” Sembrava davvero invidiosa, come se il mio collo fosse un trucco che lei non aveva ancora imparato. Mi venne da ridere e sentii il tempo fare un piccolo balzo in avanti.

Da quel giorno, l’argine del fiume divenne il nostro unico orizzonte. Io stavo sempre mezzo passo indietro e, mentre l’acqua scorreva alla nostra sinistra, Giulia scorreva davanti ai miei occhi. Quel caschetto ingarbugliato era un puntino che rimbalzava: le sue gambe corte non conoscevano linee rette, scartavano di lato per inseguire una foglia, un’idea o per non calpestare un fiore. Continuammo a camminare mentre la luce cambiava e le ombre si allungavano. Osservai le sue spalle, prima strette e spigolose, allargarsi e ammorbidirsi sotto il cotone della maglietta. La vidi perdere la goffaggine dell’infanzia quando i saltelli divennero un passo nervoso, elettrico. Dei jeans le fasciarono i fianchi, la cartella di scuola si trasformò in una borsa di tela piena di libri. Di tanto in tanto, qualcuno provava a camminarle accanto, a intrecciare le dita con le sue; ma durava pochi metri. Lei era troppo veloce e non si voltava mai. Gli altri restavano indietro, sbiadivano. Io no. Dall’alto del mio collo riuscivo a vederla ovunque, anche quando si allontanava, anche quando il caschetto divenne una coda severa. Non mi serviva correre per starle accanto, mi bastava non chiudere mai gli occhi: la seguivo come avevo imparato a fare con le crepe dei soffitti.

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