Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “L’infiltrazione” di Sandra Raffaelli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Tutte le stanze dell’ampio appartamento erano magnificamente asciutte e luminose, e di questo i proprietari andavano particolarmente orgogliosi, ma nella così detta lavanderia, che altro non era che una stanza come le altre dove erano stati collocati una tavola da stiro e un guardaroba, stanza che all’occorrenza serviva anche come camera per gli ospiti, ebbene lì si aveva come un’impressione di frescura maggiore anche se non si poteva parlare proprio di sensazione di umidità. Poi un giorno tutto intorno alla porta finestra che dava sul terrazzino apparve una fioritura grigio-bianca che spolverava a terra, e in alto sul soffitto fecero capolino delle lievi crepe, come un’ondulazione dell’intonaco.

Non vi fu dato peso più di tanto; fu chiamato un imbianchino che dette un ritocco qui e uno là e tutto tornò in regola. Nessuno si preoccupò più del dovuto. Ma a distanza di circa un anno successe una cosa di non semplice né immediata soluzione: l’avvolgibile elettrico della già citata porta-finestra non rispondeva più ai comandi e non andava né su né giù. Il padrone di casa, immaginando un problema meccanico, salì sullo scaleo, smontò il cassone dell’avvolgibile, lo tirò su e giù a mano, regolò le registrazioni daccapo ma niente: l’avvolgibile non rispondeva ai comandi. Dopo aver armeggiato e imprecato reiteratamente e quasi sul punto di arrendersi, gli venne in mente di aprire la scatola dell’interruttore e lì constatò con i propri occhi che il problema non era meccanico ma idraulico. L’interno della scatola era bagnato e le parti metalliche tutte arrugginite. Non c’era più da dubitarne, ci doveva essere veramente un’infiltrazione nel muro. Ma una veloce ispezione sul tetto, un tetto piano a terrazza, non rivelò alcun problema: la carta catramata teneva, l’impermeabilizzazione era solida.

Finché un bel giorno bussò alla porta la vicina del piano di sotto accusando infiltrazioni in salotto con relative macchie sul soffitto; la colpa doveva per forza essere nostra e noi dovevamo impegnarci a risolvere il caso. Vennero allora geometri ed ingegneri ad ispezionare la lavanderia e in particolare il famoso terrazzino su cui insisteva la porta-finestra; era evidente a tutti che l’acqua piovana che si accumulava sul terrazzino, filtrava di sotto attraverso coibentazione, mattonelle e cemento armato. Si paventarono rappresaglie, si minacciò il cataclisma condominiale, si intimò un pronto-intervento di laccatura-impermeabilizzazione del suddetto pavimento. A niente valsero le obiezioni del padrone di casa che asseriva con profonda convinzione che il terrazzino non si era mai allagato; non fu minimamente ascoltato. Alquanto perplesso sulle dinamiche di un fenomeno acquifero che, partendo da un pavimento, si diffondeva – per capillarità? – verso l’alto in direzione lavanderia e verso il basso in direzione appartamento dei vicini, il proprietario procedette comunque a tutti i lavori di impermeabilizzazione imposti dal grande fratello condominiale.

Ma il problema non si risolse, né di sopra né di sotto.

Il problema non si poteva risolvere perché quelle infiltrazioni non avevano una causa esterna ma provenivano dal di dentro: non erano dovute all’acqua piovana ma ero io che piangevo.

Mi disperavo e piangevo d’impotenza per il dramma che si consumava silenziosamente in quell’appartamento; un dramma che non riguardava certo il padre, tutto compreso nelle magnifiche sorti e progressive della sua carriera da dirigente; né la madre, completamente appagata dalla sua vocazione di insegnante e che trovava nei suoi alunni altrettanti figli da coccolare ed accompagnare nella scoperta di sé.

Io piangevo per il dramma di quel ragazzo chiuso in camera per il quale sembrava che non ci fosse più niente da fare. Piangevo per il caos in cui viveva.

Piangevo per la trascuratezza del suo aspetto.

Piangevo per le sue ossessioni monomaniacali.

Piangevo soprattutto per il suo isolamento.

Si chiamava Alessio e viveva chiuso in una cameretta a cui vietava l’accesso al mondo esterno, una cameretta che a volte chiudeva perfino a chiave dal di dentro, in special modo quando sapeva che veniva la donna delle pulizie, in modo da impedirle di entrare a tentare di mettere ordine in quel caos.

Si chiamava Alessio, ma avrebbe potuto chiamarsi Antonio, Peppino o Leonardo e sempre lì lo avremmo trovato, sepolto vivo. Come era possibile che si rinunciasse al mondo a quindici anni? Che ci si negasse al sole, al vento, all’aria, a qualsiasi contatto esterno? Io fremevo e piangevo di impotenza, ma di più non potevo fare. Io che ero l’unico ad assistere a questo sfacelo, che lo circondavo ogni giorno da quattro lati, ero condannato al mutismo e all’immobilità. Io che in quella cameretta lo avevo visto crescere e sostituire via via le macchinine e i trenini con le carte Pokemon, e poi le carte Pokemon con i libri fantasy ed infine i libri fantasy con i videogiochi, io non trovavo neanche la voce per chiamarlo.

Poi un giorno lo vidi tirar giù dalla libreria una scatola che stava sull’ultimo ripiano, una scatola di metallo che usava da bambino per sistemare le sue biglie, ma invece delle biglie ne estrasse una lametta e, seduto su quel letto su cui c’era di tutto, cominciò a graffiarsi i polsi, le gambe, le caviglie. Il sangue iniziava a gocciolare sulle lenzuola sfatte, sui disegni e gli appunti accartocciati, sul tablet eternamente connesso, sulle carte di merendine sparpagliate ovunque, sul pigiama e sui calzini mai lavati.

Dovevo chiamare aiuto, dovevo avvertire quel padre inchiodato al computer e protetto dalle sue enormi cuffie, dovevo scuotere quella madre china sui compiti da correggere e intenta a calcolare i percentili di valutazione e che neanche sentiva il citofono quando qualcuno suonava. Una semplice infiltrazione non bastava più.

A quel punto il mio urlo di disperazione impronunciabile esplose in una cataratta immane. Le mie lacrime furono un diluvio, un trasudamento capillare che inzuppò tutte le pareti: quelle interne dell’appartamento e quelle esterne del condominio, e dilagò sui terrazzi, sui pianerottoli e sui corridoi; deflagrò giù per le scale, saturò il vano dell’ascensore. Invase i garage e le cantine e risalì verso l’alto allagando il tetto a terrazza, finché anche la grande terrazza fu piena fino all’orlo e il peso di tutto l’edificio decuplicò. Allora le strutture non ressero più e si verificò il disastro: tutto il palazzo venne giù. Io stesso perivo sotto l’espressione dei miei sentimenti e mi autodistruggevo. Una fine che certo non avevo previsto.

Mi ritrovai con le membra sparpagliate in tutto l’isolato: tubi, mattoni, pezzi d’intonaco, lembi di pavimenti, travi, polvere e sabbia, tutto giaceva a terra. E sotto a tutto una faglia d’acqua continuava a sgorgare ostinata e inesorabile.

A un certo punto in una zona che avrebbe potuto corrispondere alla mia pancia, qualcosa cominciò a premere, a spingere e a rigirarsi. Ed ecco che, spostato un mattone e ribaltata una mattonella, vedo comparire Alessio, miracolosamente illeso; tutto infradiciato e lacero ma illeso. Si guarda attorno perplesso, come ad accertarsi che quella non sia la materializzazione di una delle sue distopie notturne o una versione molto realistica dell’upgrade dell’ultimo videogioco. Poi ode dei lamenti provenienti da sotto le macerie e con le sue esili braccia che mai hanno sollevato un peso e le gracili gambe che mai hanno visto un campo di atletica, si mette a scavare senza esitazione. Lui per il quale il prossimo era una nozione evanescente e meno reale di un cosplay, dimentica se stesso e obbedisce al richiamo. Scava senza sosta e senza sentire la fatica e li tira fuori tutti: tira fuori Giorgio, Elena e Sofia. Ma anche tutti gli Antonio, Leonardo e Peppino sepolti come lui e prima di lui. In mezzo alla polvere e ai detriti li vedo abbracciarsi; su un cumulo di distruzione si stringono increduli gli uni agli altri, increduli di essersi salvati, increduli di trovarsi fuori.

La faglia d’acqua gorgoglia ancora un po’, borbotta ancora un singulto, forse un sospiro e poi tace.

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