Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Sincope” di Maria Costanza Piano

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Camminava abbracciata dalla nebbia e dal silenzio, camminava e ascoltava le voci nella sua testa. Camminava e piangeva, sperava che quel giorno avrebbe svoltato la sua vita in qualsiasi modo. Camminava e si sentiva intrappolata in quei passi tutti i giorni sempre uguali, lenti, scanditi dallo stesso ritmo e dalla stessa andatura. I pensieri, però, erano più veloci dei passi, andavano più veloce di qualsiasi mezzo di trasporto che si potesse conoscere.

Era un martedì di novembre quando Asia decise di spezzare quell’andamento sempre uguale sedendosi su una panchina alle sei del mattino. Il treno che l’avrebbe portata al lavoro sarebbe partito dopo dieci minuti e quella pausa significava assentarsi dall’ufficio, ma ad Asia non importava; quindi, seduta e poi sdraiata sulla panchina, si addormentò tra il silenzio della nebbia.

Il calore e una sensazione di bagnato sulle guance la svegliarono dopo due ore: uno sguardo sereno, come mai lo aveva visto, era davanti al suo viso e la osservava ansimando. Questa visione fece scattare in piedi Asia che si trovò ai suoi piedi un cane di grossa taglia dal colore della neve. Il pelo era trascurato e dei grossi nodi pesavano sulla sua coda impedendogli di muoversi agevolmente. Nonostante la reazione iniziale della ragazza non fu delle migliori, il cane scodinzolava felice mentre la guardava e abbaiava.

«Dove andiamo?», rispose Asia a quello scodinzolamento.

Lasciò la sua borsa del lavoro sulla panchina e si incamminò con il cane verso la periferia di quella città che credeva di conoscere troppo bene. Mentre camminava, ascoltava il ritmo sincopato che i suoi passi e quelli del cane creavano: al tocco dolce e lieve della zampa sul marciapiede seguiva il suono deciso dello stivale della ragazza, quindi arrivava la risposta della zampa con qualche istante di ritardo, a causa del peso sulla coda del cane. E ancora, al tocco dolce e lieve della zampa sul pavimento seguiva il suono deciso dello stivale. E ancora, la risposta della zampa arrivava con qualche istante di ritardo.

Svoltarono verso destra all’incrocio che portava al convento delle suore di clausura. Asia aveva sempre immaginato con ansia e angoscia alla loro vita, chiuse nelle mura che le proteggevano e costrette a non poter uscire, a non poter avere una vita al di fuori di quelle mura; in particolare, il fatto che la sua vita non fosse così diversa dalla loro la terrorizzava. Per fortuna lui era lì, a contrastare il suono dello stivale con il tocco dolce della sua zampa.

Dopo venti minuti di cammino in silenzio, vero silenzio, il cane iniziò a correre e ad abbaiare. Asia lo seguì correndo anche lei e fermandosi dove si era fermato lui. Su un albero c’era un passero che cinguettava e cantava; quello spiraglio di luce che si intravedeva giovava all’umore del piccolo volatile. Il cane color neve abbaiava, il passero cinguettava, il cane abbaiava, il passero cinguettava. Asia rideva.

Dopo qualche minuto ripresero il cammino e questa volta si diressero verso il centro storico. Molto spesso il cane si fermava ad annusare alberi, marciapiedi, muri e tutto ciò che potesse rivelargli chi era passato prima di lui, quanto tempo prima e perché. Dopo averlo fatto, si apprestava a urinare dedicando qualche brevissimo secondo a questa operazione. Non importava quanti odori e quante firme scritte ci fossero già su quelle superfici, lui doveva segnare e segnalare che anche lui era stato lì. Era presente, era vivo, esisteva e doveva dimostrarlo cercando di far prevalere il suo odore su quello degli altri. Asia osservava e camminava, si fermava insieme a lui quando svolgeva questo breve rito e insieme proseguivano. Per un istante pensò che la presenza di quel cane non era casuale ma questa supposizione non fece altro che impegnarle ulteriormente la mente. Così, decise di osservarlo senza domandarsi se ci fosse un perché al loro incontro. Dopo tutto, ciò che angosciava più di ogni cosa Asia era quel flusso di domande che arrivava continuamente nella sua mente senza riuscire a fermarlo. Dopo questa fase, quella della ricerca delle risposte peggiorava il suo stato e le aumentava vertiginosamente il battito cardiaco. Così, per una volta, si godette senza pensare l’immagine del cane che annusava e urinava, urinava e annusava, annusava e urinava.

Era ormai passata un’ora da quando Asia aveva incontrato il suo nuovo, forse unico, amico e i vicoli stretti del centro storico non erano più deserti e silenziosi come prima.

«Andiamo a fare colazione», disse la ragazza al cane indicandogli un minimarket.

Lo scaffale di sinistra della prima corsia offriva un’ampia scelta di crocchette, paté e carne in scatole per cani o gatti, insolito per un minimarket. Lui aspettava fuori scodinzolando e ansimando. Asia prese il paté più economico che ci fosse, dopotutto aveva solo tre euro in tasca e aveva lasciato la borsa sulla panchina. Aveva voglia di un croissant appena sfornato e fortunatamente quell’angolo di paradiso offriva anche la possibilità di acquistare i dolci della migliore pasticceria della città che, puntuale ogni mattina, forniva alcuni minimarket. La scelta era ampia: croissant integrale ai frutti di bosco; croissant ai cinque cereali con marmellata di albicocca; croissant con impasto bianco e granella di zucchero; croissant vegano con cioccolato fondente e croissant vegano con marmellata di arance, prugne, fragole. Dopo aver meditato e osservato a lungo quei cornetti, ne prese uno bianco con granella di zucchero, pagò e raggiunse il suo amico che lo aspettava ormai da quindici minuti.

«Ci siamo, questo è per te», gli disse aprendo la scatoletta del paté e appoggiandola sul marciapiede. Durante questa breve operazione, il cane non riusciva a stare fermo e si leccava i baffi. Asia aprì il sacchetto che conteneva il suo cornetto e dopo aver fatto il primo morso, si accorse che il cane aveva già divorato il paté nella scatoletta e ora leccava il fondo gustandosi gli ultimi odori. Il croissant bianco con granella di zucchero non era come se lo aspettava la ragazza, quindi provò a fare un altro morso e decise di buttarlo nel cestino della spazzatura insieme alla scatoletta. Il cane guardava con aria confusa e la testa inclinata, non capiva cosa stesse facendo la sua amica.

«Non abbiamo tutti i gusti semplici come te!», fu la risposta di Asia.

Camminarono ancora per qualche centinaio di metri, il cane continuava la sua esplorazione e mentre camminava e urinava, urinava e camminava, camminava e urinava, qualcosa ad un certo punto attirò la sua attenzione facendo così cambiare quella routine. Le orecchie, che fino a quel momento erano semi basse, si alzarono improvvisamente; anche gli occhi, sempre focalizzati verso terra o verso la ragazza, si spalancarono immobili. Il vicolo stretto che avevano imboccato era abitato da suoni lenti che provenivano da un appartamento. Il brano, che in quel vicolo qualcuno stava ascoltando, era ben noto ad Asia; infatti, era della band preferita di Luca, il suo caro amico delle scuole superiori con il quale non si sentiva ormai da molti mesi. Il loro rapporto era cambiato molto durante gli anni universitari e lavorativi, i due avevano intrapreso percorsi diversi in città diverse ed era diventando difficile sentirsi e vedersi come una volta. Questo era quello che pensava Asia per giustificare il fatto che fosse sempre sola. Quel giorno il cane era con lei e ascoltava curioso e attento quei suoni, cercando di capire da dove provenissero. Al ritmo lento e al suono sabbiato della spazzola sul piatto, alla cassa poco presente, al suono ovattato del rullante, al basso minimale e alla semplice melodia del pianoforte si unì una voce acuta. Quest’ultima fu decisiva per il cane il quale iniziò a ululare a sua volta. Anna lo guardò incredula e lui continuò a duettare perfettamente con la voce di quel vicolo. La ragazza rideva, rideva come non faceva da giorni, settimane, mesi, forse anni. Rise a tal punto da sentire il viso bagnato dalle lacrime, sensazione che invece conosceva bene. Il canto durò per diversi minuti, poi Asia si decise: «Andiamo a recuperare la mia borsa».

Intrapresero così il cammino per la panchina da cui era iniziato quel magnifico viaggio durato un’intera mattinata.

«Signorina, mi sente? Ha bisogno di aiuto?», qualcuno parlava.

«Signorina? Signorina?», una voce sconosciuta pronunciava queste parole.

«Aspetta, provo a toccarle il braccio… Vediamo se reagisce», disse una ragazza.

«No, aspetta. Potrebbe spaventarsi. Proviamo ancora a chiamarla. Signorina? Signorina? Mi sente signorina?», ora era la voce di un uomo.

Asia aprì lentamente gli occhi e si trovò di fronte una ragazza alta, magra, dai lunghi capelli biondi. Al suo fianco c’era un uomo molto alto e molto più vecchio di lei, forse era suo padre o forse era il suo fidanzato. Asia sentiva qualcosa che le faceva male sotto la testa, il contenuto della sua borsa non era molto comodo come cuscino. Lo stesso valeva per quel letto duro e gelido che capì subito essere una panchina.

«Dov’è il cane? Dov’è andato?», furono le sue prime parole.

«Signorina! Come sta? Cos’è successo?», rispose l’uomo.

«Lo avete visto? Dov’è?», ancora Asia.

«Quale cane?», replicò la ragazza dai capelli biondi.

«Il cane grosso e bianco! Dov’è andato? Lo avete visto?», chiese.

«Signorina, ha una casa dove andare? Le serve qualcosa da mangiare?», ora parlò l’uomo.

«Certo che ho una casa!», rispose indignata Asia alzandosi improvvisamente dalla panchina e dirigendosi verso il suo appartamento.

Era un mercoledì di novembre. Asia camminava abbracciata dalla nebbia e dal silenzio, camminava e si godeva il silenzio del mattino. Camminava e sorrideva, pensava al suo amico dal pelo bianco. Camminava e immaginava il ritmo sincopato che i suoi passi e quelli del cane avevano creato. Il tocco dolce e lieve della zampa sul pavimento era stato subito seguito dal suono deciso dello stivale. La risposta della zampa era arrivata con qualche istante di ritardo.

I pensieri non riuscivano ad incastrarsi in quel ritmo sincopato.

Così, tacevano.

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