Premio Racconti nella Rete 2026 “La casa di Milazzo” di Mirella Crudo
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La casa in centro guarda il piccolo porto. È antica, con venti patriarcali, divenuta — come oggi spesso accade — un bed and breakfast. Il giovane proprietario, discendente dell’antica famiglia, ha lasciato il caos della capitale per vivere qui accanto alle sue radici. Insieme alla casa ha ereditato la governante, che ci racconta la storia: la sua e quella della famiglia coincidono.
La storia è simile a quella di altre famiglie aristocratiche della grande isola. Famiglie dalle grandi tradizioni, ricche, privilegiate, ma umane, sottoposte ai capricci della vita che non risparmia nessuno.
Lei racconta e intanto ci accompagna verso la nostra stanza. Il nostro alloggio è grande, ha alti soffitti; ci sono cinque letti singoli, noi siamo in quattro. In camera indugia silenziosa, guarda la grande porta-finestra del balcone che dà sulla strada principale, infine ci dice: «Vi aspetto domani mattina a colazione.»
Usciamo per la serata. Fa caldo, ma una leggera brezza marina mitiga l’afa pesante e la rende gradevole. Scegliamo da un’app un localino che ci convince — abbiamo voglia di leggerezza e di cocktail.
La serata trascorre tranquilla, chiacchiere leggere e un po’ banali: «Vivi a Milano?» Mi indica Carlotta. Annuisco con un sorriso. Lei è di Salerno ma lavora e vive a Milano; lo sguardo dice tutto il suo disprezzo. Mi chiede cosa penso della città così controversa. Rispondo. Lei mi guarda e capisco che ha iniziato a odiarmi, e lo farà per tutta la vacanza.
Il cameriere viene a prendere le ordinazioni; chiedo una granita, fa caldo. Lui a memoria recita una serie di gusti — mi diverte ascoltarlo. Quando finisce gli dico che ho già dimenticato i gusti e lui ricomincia. Ridiamo tutti, anche lui. Non l’amica che mi odia.
Penso alla domestica di quel palazzo ricco di fascino, l’ultima testimone della storia di quella famiglia, ma anche dei racconti delle generazioni precedenti. Quella piccola donna antica ha colpito tutti noi, con esiti diversi perché noi siamo diversi. Sappiamo che rappresenta una specie di album fotografico di quella famiglia e di un pezzo dell’aristocrazia locale, ma lei appartiene all’anima popolare e povera del posto. Vite opposte eppure simili: lei sa che si ripetono gli stessi schemi in ogni strato sociale — le invidie, le cattiverie, la slealtà, la disonestà. Tutto umano. In quelle stanze ricche è stata la testimone quasi invisibile di cattiverie simili a quelle vissute nella sua povera famiglia originaria.
La mattina dopo, la luce del sole penetra e invade la stanza e il soffitto con una tale prepotenza che né le tende né le imposte riescono a schermare. Il suono del traffico è già fastidioso; la città inizia presto a muoversi: stridio di freni, imprecazioni dialettali, il suono metallico di auto in coda che si toccano. Rumori che ci obbligano a un risveglio sgradevole.
Apriamo le grandi finestre affacciate sulla strada; la luce non più filtrata ci acceca e ci confonde i sensi. Subito dopo lo spettacolo è da mozzare il fiato: un mare immobile, azzurro finto come il cielo, ricorda un quadro naif.
A colazione l’ampia cucina è circondata dalle grandi finestre; il sole illumina ogni dettaglio: pentole antiche lucidissime appese alle pareti, piatti e stoviglie disposti in modo ordinato — solo le stoviglie della cena, appena lavate, creano un cumulo di finto ordine. Intorno tutto appare meraviglioso, anche il necessario disordine. Noi invece, ancora intontiti dal sonno, sappiamo che ogni espressione o dettaglio dei nostri volti è esposto senza pietà. Imbarazzati, guardiamo la tavola preparata per la colazione cercando di evitare gli sguardi reciproci, ci illudiamo così di sfuggire al giudizio. Siamo nudi. Non possiamo nasconderci.
L’anziana signora ci saluta accogliente, ansiosa di rendere il suo servizio perfetto, di nuovo loquace e allegra come la sera precedente. Quella felicità intrecciata anche a sacrifici e rinunce fa pensare a quel che vale davvero.
Chiedo se è possibile consumare uova a colazione. Lei mi guarda confusa e mi dice: «Ci sono torte fatte in casa e dolci della nostra tradizione.» Sorrido. Lei apre il frigo, trova le uova, mi dice: «È Fortunata, ma forse sono scadute — come le vuole?» L’accarezzo con lo sguardo mentre le dico: «Faccio da sola, se posso.» Mi guarda friggere la mia colazione, mi passa il sale e insiste sulle uova scadute; le rispondo sorridendo che non importa, perché qui niente importa.
C’è allegria intorno; la felicità è contagiosa e la signora ha conquistato tutti noi. Il padrone di casa, appoggiato alla parete, la venera più di una madre. Non parla — solo gli occhi la seguono con attenzione tenera, la guardano muoversi e raccontare con quel tono cantilenante che sembra rassicurarlo. Tra le mani stringe la tazzina del caffè, forse l’ennesima; con l’indice ne disegna il bordo in un gesto continuo — inizia, finisce e ricomincia, senza fermarsi. Il volto è leggermente ansioso.
Stregate da questa atmosfera, abbiamo quasi dimenticato la nostra imminente vacanza, il motivo della nostra presenza lì.
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