Premio Racconti nella Rete 2026 “Se telefonando” di Marcello Luberti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La mia non è una storia ordinaria e nemmeno fortunata, posso dire però che ci ho provato ardentemente e che solo alla fine ho gettato la spugna. Ho sempre agito per il meglio, non credo di aver commesso grandi errori, non ho detto di no alla vita che mi si parava davanti, ma ne sono stato ugualmente sopraffatto. Non sempre sono riuscito ad evitare il male, penso a Rachele, la mia prima figlia: lei ha poi capito il senso delle mie scelte e adesso è l’unica persona che mi adora.
Renato Marchetti è davvero un bell’uomo. A 56 anni, con un fisico scolpito da maestro di padel e un passato di tennis agonistico, ancora riscuote apprezzamenti di ogni tipo. Ne ha passate di tutti i colori, ma con serenità invidiabile arriva in spiaggia sorridendo e salutando le persone della Stella Azzurra di Anzio, è amico di tutti. I vicini di ombrellone si affrettano a salutare anche Mina, che cammina curva aggrappata al papà, a testa bassa e con enormi occhiali da sole che la schermano al mondo, ficcata in un saio-accappatoio di color blu intenso, dotato di cappuccio. A volte lei sembra riconoscere qualcuno, è muta, ma ogni tanto lancia dei mugugni belluini e anche qualche Ciao con una sproporzionata voce cavernosa.
Segue Agata, la seconda moglie di Marchetti, una ex-bellissima, miss Marche per il Cinema 1983. Pure lei ondeggia sulla sabbia, come la figlia, appesantita dall’alcool, anche se non ce la fa proprio a cancellare le tracce di una femminilità prorompente e i suoi modi sensuali.
Senza mai togliere gli occhiali, Mina va subito a controllare le pietre colorate che ha verniciato il giorno prima, lasciate ad essiccare accanto alla staccionata che delimita lo stabilimento: sono tutti colori sgargianti che fanno capire l’idea che lei ha del mare. Il boss della Stella Azzurra lascia sempre disponibile quell’ombrellone per i Marchetti.
Fu per me mortificante riconoscere che la sola bellezza di Agata riusciva in un attimo a spazzar via l’amore per mia moglie Grazia, che sinceramente credevo di amare. Rachele aveva solo cinque anni. Affrontai un conflitto straziante: cosa mi diede la forza per andare avanti, me lo chiedo tuttora. Avevo tutti contro, persino i miei genitori si sentirono traditi dal figlio che stimavano di più, un commercialista già affermato alla soglia dei quarant’anni, con clientela di rango, associato dello Studio Calderari.
Grazia si trasformò in una macchina da guerra. Facendo leva in modo spudorato su Rachele, divenne un’implacabile fonte di problemi legali e di soldi: non potei vedere mia figlia per due anni e mezzo; ci volle l’ingiunzione del Tribunale per riabbracciarla. Lei non lesinò ignobili commenti appena si rivelarono i primi problemi di Mina, la figlia che ho avuto da Agata.
Sono passati ormai vent’anni da quando Renato notò, come non vederla, Agata, al circolo tennis della Muratella, una bruna longilinea e ben fatta con un nasino da modella e occhi di finta timidezza, un’allieva del collega Alessandrini. Tra un colpo e l’altro la miss canticchiava Se telefonando, si accorse Renato. Ma vedi un po’, proprio la canzone di Mina a cui era più affezionato. Si sentì da subito trasportato da una insostenibile forza distruttiva.
Fu un attimo impercettibile, silenzioso, ma chiarissimo. Senza riflettere, le offrì una coca cola ghiacciata all’ombra dei palmizi del Circolo, era il 29 giugno, San Pietro e Paolo, una giornata sempre speciale per i cittadini di Roma. Era separata da appena un anno dal marito, un ortopedico che lavorava venticinque ore al giorno. Non avevano figli. Lui le disse di quanto amava Grazia e Rachele, ma Agata non indietreggiò di fronte alla cosa che avvertiva come la più naturale al mondo: mettersi scherzosamente sottobraccio al famoso tennista e sfidarlo a ricordare le parole dell’intera canzone.
… che il nostro amore appena nato … (è già finito)
Al resto della frase, lei non ha mai dato retta: Renato era già in quel momento eterno amore, un amore che non sarebbe finito mai.
All’inizio si fece l’ipotesi di lesioni subite da Mina nel corso del parto, un parto naturale per una quarantenne primipara, ma poi si acclarò la malformazione genetica. Il fatto è che agli inizi la pupa rispondeva normalmente agli stimoli esterni, mangiava, dormiva, cresceva. Poi cominciarono gli urli, la testa agitata freneticamente, i primi gesti di autolesionismo comparvero intorno ai due anni. Da allora, Agata e io ci siamo dannati l’anima. Mina ha bisogno di riabilitazione, scuola quella che può, ginnastica e tante cure mediche. Deve essere costantemente seguita e ha una sensibilità indefettibile, si accorge delle correnti di amore e dei vari sentimenti che le girano intorno. Agata ha pian piano perso la speranza, sovrastata da problemi quotidiani insormontabili. Dopo un po’ smise di lavorare, faceva la maestra elementare, e ha incominciato a bere. Io sono un grande incassatore, la mia fede in Dio si è rafforzata e non mi vergogno di dire che l’amore e la responsabilità per Rachele, la mia prima figlia, mi hanno molto aiutato. Che sono stato punito per aver cercato, dopo Grazia, una felicità trabocchevolmente scandalosa.
Ecco, quindi, che arriva il momento più bello della giornata di Mina al mare, quando riesce a resistere a tutte le cose strane che vede, quando non si spazientisce e trascina la madre in mezzo alla sabbia per una zuffa primordiale, quando non le si scatena una pipì irrefrenabile: la traversata della baia di Anzio sul Sup guidato dal suo Papozzo. Si mette a prua con le gambe in acqua e torce il busto a destra e sinistra mentre Renato rema e cerca di mantenere in equilibrio la baracca. Poche giornate di mare piatto permettono la bellissima combinazione e il padre diventa allora la persona più felice del mondo, la figlia pure, anche se quando incrociano qualche nuotatore lei emette gemiti terrificanti e si agita come un’invasata.
Il padre si ferma per un attimo per vedere se anche Mina trova un po’ di pace e di appagamento per la bella gita, ma lei pretende di continuare e Renato si adegua, è contento anche lui.
Tornano a riva che è mezzogiorno, la sabbia è bollente, Mina strilla perché ha dimenticato di portare le ciabatte sul bagnasciuga. Agata e Renato sono bravissimi, raccolgono in pochi istanti l’armamentario necessario per il mare con Mina e tornano a casa per il pranzo. La ragazza pare abbastanza tranquilla, mangia senza un mugugno, asseconda finalmente i genitori e fa quello che loro le dicono di fare.
Il caldo comincia a farsi sentire. Renato si congeda per una pennichella, Agata si permette un meritato goccio di Pernod distesa dul divano in soggiorno e Mina fa finta anche lei di addormentarsi sulla sdraio in giardino.
Ma nella calura silenziosa dell’abbioccamento generale la ragazza viene presa da un sentimento che nessuno riuscirebbe a vederle sul volto. Si muove lentamente, con circospezione invidiabile, sale le scale cercando di non fare rumore, e si avvicina al padre che si è inabissato per il consueto sonnellino della domenica, gli si avvicina con garbo e gli dice, trattenendo la solita potenza baritonale, quasi sussurra: «Ti-ti vollio bbene … papo». Non lo sfiora nemmeno. Missione compiuta, è riuscita a non risvegliare Papozzo, che per tutta risposta si gira su un fianco continuando bellamente a dormire per i rimanenti dieci minuti di tregua in una vita condotta sulla graticola.
Ogni giorno che mi sveglio, al mattino presto, vado a controllare Mina, l’unico scopo della mia vita. La guardo dormire, libera finalmente dai suoi tormenti. Chissà se un giorno riuscirà mai a dirmi “Papà ti voglio bene”. Chissà cosa succederà dopo di noi. Agata, purtroppo, è fuori gioco, sta invecchiando in maniera rovinosa, perde colpi a vista d’occhio. Chissà se ci sarà Rachele a prendersi cura della sorella. Vanno molto d’accordo, sono un padre fortunato.
Ogni tanto penso alla canzone con cui ci siamo conosciuti, Agata e io, che ha portato al nome di mia figlia, e mi pongo la domanda scorretta disgraziata che fa tremare l’edificio della mia povera fede. Se telefonando … mi avessero detto, all’altro capo del filo, la sorte che mi attendeva, il destino che spettava a Mina, che cosa avrei risposto? Ancora oggi non lo so.
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