Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Alle 7:10” di Paolo Pavone

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

01

La domenica di agosto, al mattino, la città sembra un animale stanco che respira piano, senza far rumore. Le tapparelle sono abbassate, i cortili silenziosi, le strade larghe e vuote.

Alle 7:10 anche il parco è quasi deserto. Il sole non è ancora alto e una luce soffusa comincia a insinuarsi tra gli alberi.

Lei a quell’ora corre sempre.

La ghiaia scricchiola sotto le scarpe con un ritmo regolare.

Sinistra, destra. Sinistra, destra.

Corre sempre lo stesso percorso.

Parte dalla zona più alta, poi scende verso le giostre. Prosegue lungo il vialetto che costeggia l’anfiteatro, superato il campo di rugby prende la curva stretta a sinistra e si dirige verso il laghetto, fino ad arrivare alla fontanella.
Un cane abbaia in lontananza, dietro la siepe che separa il parco dalla strada. Non si vede il padrone. A dire il vero, non si vede nessuno. Solo una coppia anziana che cammina piano, troppo lontana per distinguere i volti, e un ciclista che attraversa il viale sterrato senza fermarsi.

Quando si incammina lungo il sentiero in direzione del laghetto, rallenta appena, per abitudine. È il punto in cui il terreno cambia, diventa più irregolare. Le radici affiorano e una volta ha inciampato, rischiando di cadere.

Alza lo sguardo.

Poco più avanti c’è una panchina verde, sta lì da sempre, esposta al sole senza l’ombra di un albero a proteggerla. La vernice è quasi del tutto scrostata, al bracciolo destro manca una vite mentre quello sinistro pende, allentato. Di solito è vuota.

Quella mattina no, qualcuno è seduto.

Non riesce a coglierne i lineamenti da quella distanza. Vede solo una figura ferma, le spalle leggermente incurvate, le mani appoggiate sulle ginocchia. Indossa una maglietta scura. I gomiti sono scoperti. Le braccia sembrano grandi, o forse è l’ombra che le ingrandisce.

Non c’è nulla di strano in una persona seduta su una panchina.

Eppure no.

Il suo passo perde un istante di ritmo. Solo un battito fuori tempo. Poi riprende.

Sinistra, destra. Sinistra, destra.

La fontanella, più avanti, lascia cadere una goccia.
Plin.

Lei non distoglie subito lo sguardo.

Forse la sta guardando, ma non ne è sicura.

Quando gli passa davanti lui non si muove. Lei sente il proprio respiro farsi più presente, più rumoroso del necessario.

Non succede niente.

Supera la panchina. Continua a correre.

Dopo qualche metro, quasi contro la sua volontà, si volta appena con la coda dell’occhio e lo vede alzarsi.

Non è un gesto brusco. Si solleva con calma, come chi ha deciso che è ora di andare. Il sole gli illumina il viso per un secondo. Lei non distingue l’espressione, solo gli occhi.

Questa volta è certa che la stia guardando.

Lei è ancora in movimento, ma il passo perde elasticità. Le ginocchia si irrigidiscono. Il respiro si accorcia, ma non per la fatica.

Lui scende dalla panchina senza fretta. Un piede sulla ghiaia, poi l’altro. Si sistema la maglietta come se dovesse presentarsi a qualcuno. Fa un passo. Poi un altro.

Il sentiero è largo abbastanza per due persone. È sempre stato largo abbastanza.

Sinistra, destra. Sinistra, destra.

Tiene lo sguardo fisso davanti a sé. “Non hai paura” si dice.

Sente il rumore dei suoi passi dietro di lei. O forse è l’eco dei propri. La ghiaia scricchiola, identica, indistinguibile.

Si volta.

Lui è più vicino di quanto avesse previsto. Non abbastanza da toccarla, abbastanza da riempire lo spazio dietro le sue spalle.

Accelera.

Le suole scivolano appena sulla terra liscia. Sente un passo più lungo dietro di sé. O forse lo immagina.

Una mano le sfiora il polso.

È un contatto leggero, potrebbe essere involontario.

Ma il suo corpo reagisce prima della mente e si libera con uno strappo.

L’equilibrio si spezza. Il piede trova una radice, la caviglia cede. Il mondo si inclina.

La ghiaia contro la pelle è un bruciore immediato, netto.

Prova a spingersi su un gomito, non regge.

Qualcosa la tiene giù. O qualcuno.

Le sembra di sentire il suo respiro caldo, vicino all’orecchio.

Lei non si volta, non vuole fissare il suo viso nella memoria.

Le dita affondano nella terra, la polvere si incolla sotto le unghie.

Chiude gli occhi. Il tempo non passa.

Poi, un rumore lontano — una bicicletta? una voce? — attraversa il parco come un’onda sottile.

Subito dopo il peso si alleggerisce e l’aria torna a entrare nei polmoni.

Si solleva. La ghiaia è incollata alla pelle sudata, le mani tremano.

Si guarda intorno.

Il sentiero è vuoto.

La panchina verde è lì, immobile come sempre. Non c’è nessuno seduto.

Il cane non abbaia.
La fontanella perde.

Plin.

Alle 7:10 il parco è deserto.

02

Alle 7:10 il parco ha un colore che presto sparirà. La luce è pallida, tra l’alba e il pieno giorno, e l’aria è già calda.

Lei corre sempre a quell’ora.

Sinistra, destra. Sinistra, destra.

Il respiro entra, esce.

La fontanella lascia cadere una goccia.

Plin.

Alza lo sguardo. Poco più avanti c’è una panchina verde.

È vuota.

No.

Qualcuno è seduto.

Ha le spalle leggermente incurvate, le mani appoggiate sulle ginocchia. Indossa una maglietta scura. I gomiti sono scoperti.

Un uomo seduto su una panchina. Nient’altro.

Sinistra, destra. Sinistra, destra.

Supera la panchina. Continua a correre.

Dopo qualche metro si volta appena, con la coda dell’occhio.

È ancora lì.

All’improvviso la scena si incrina.

La luce sembra arretrare di un grado. Il cane smette di abbaiare a metà suono. La goccia della fontanella resta sospesa un istante a mezz’aria.

Pl— risale nel rubinetto.

I suoi passi diventano più leggeri, poi più lenti, poi scorrono all’indietro senza che lei lo voglia. Le braccia oscillano al contrario. Il sudore rientra nella pelle. Il respiro si riavvolge nel petto.

Sinistra, destra… Destra, sinistra.

L’uomo si raddrizza. Torna a sedersi. Le spalle si ricurvano. Le mani si riappoggiano sulle ginocchia.

Lei è di nuovo all’inizio del rettilineo, come se nulla fosse successo.

Alza lo sguardo.

La panchina verde. Qualcuno è seduto.

Non sa se ha già visto ciò che sta per accadere, o se lo sta inventando adesso.

Lui scende dalla panchina con calma. Un piede sulla ghiaia, poi l’altro. Si sistema la maglietta sui fianchi, come chi si prepara a chiedere qualcosa di semplice.

Fa un passo verso il sentiero.

Lei non accelera. Non rallenta.

Il sentiero è largo abbastanza per due persone. È sempre stato largo abbastanza.

«Scusi.»

La voce la sorprende più del gesto. È giovane, incerta.

Lei continua a correre ancora per due falcate. Poi si ferma. Non del tutto. Resta in un mezzo movimento, il corpo pronto a ripartire.

«Scusi» ripete lui, indicando il suo polso. «Che ore sono?»

Il suo primo impulso è dire di non saperlo. Invece abbassa lo sguardo sull’orologio sportivo.

«Le sette e dieci.»

Lui annuisce.

«Grazie. Pensavo… pensavo più tardi.»

Ha un accento leggero, quasi impercettibile.

Lei accenna un sorriso che non sa se è cortesia o difesa.

«Aspetta qualcuno?» gli chiede.

«Un amico. Mi ha detto vicino al lago. Ma io non conosco bene.»

La coppia anziana passa alle loro spalle. Il cane ricomincia ad abbaiare, stavolta più vicino. Il parco respira normalmente.

«Il lago è più avanti» dice lei, indicando il vialetto opposto.

Lui guarda nella direzione che lei indica. I suoi occhi sembrano stanchi.

«Grazie» ripete. «Buona corsa.»

Lei riparte.

Sinistra, destra. Sinistra, destra.

Dopo qualche metro si volta con la coda dell’occhio. Lui è rimasto fermo un istante, poi si incammina verso il lago, nella direzione opposta alla sua.

La panchina verde resta vuota.

La fontanella lascia cadere una goccia.

Plin.

Alle 7:10 il parco non è deserto.

03

La domenica sembra un giorno vuoto. La casa è silenziosa.

Lei è seduta sul letto.

Ripensa al parco.

Un uomo che si alza da una panchina.
Un uomo che chiede l’ora.

Le due immagini non si sovrappongono. Si alternano.

Si guarda le ginocchia. La pelle è intatta.

Passa il pollice sotto le unghie. La polvere è ancora lì.

Resta ferma così per qualche secondo.

Poi si alza. Muove il piede. La caviglia risponde con un dolore breve.

Va in bagno e apre l’acqua. La lascia scorrere sulle mani più del necessario.

Quando torna in camera, si ferma sulla soglia.

Come se avesse dimenticato qualcosa.

Non sa cosa.

Fuori, da lontano, un cane abbaia.

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.