Premio Racconti nella Rete 2026 “La farmacia dei pensieri” di Flavia Grosso
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026“Quanto è pesante la vostra vita?”
È la domanda con la quale iniziai l’incontro di quel pomeriggio. Organizzo infatti gruppi di sostegno per chi cerca leggerezza nella propria vita. Alcuni di loro vengono da mesi, altri addirittura da anni. La loro coccola settimanale, come la definiscono. Il mio discorso introduttivo è seguito quasi sempre da una raffica di domande. Tutti condividono i problemi degli altri e ovviamente le strategie per trovarne le soluzioni. Un giorno però decisi di raccontare la mia storia, sollecitata da una domanda a fine seduta di Giulia, una donna tra le più giovani del gruppo. E a quel punto l’incontro, come potrete ben immaginare, durò molto più a lungo del solito. Ritornando al mio discorso introduttivo di quel pomeriggio, cominciò esattamente così:
“Immaginate di avere uno zaino sulle spalle, uno di quelli che usavamo a scuola, con le cinghie. Quando nasciamo lo zaino è nuovo e leggero. Durante l’infanzia lo riempiamo di sogni ma a mano a mano che passa il tempo, lo zaino comincia a pesare sempre più. Non sempre infatti la vita va come avremmo voluto e allora accumuliamo delusioni e dolori. Perdite di cari e malattie mettono poi “il carico da cento”, come si suol dire. Lo zaino diventa allora così pesante che non riusciamo più a portarlo sulle nostre spalle. Sentiamo il peso delle cinghie e alcuni di noi si “fermano”. Ma non dovete accollarvi tutto questo peso. Imparate ad alleggerire il vostro zaino. Non è difficile, basta allenarsi. Togliete una pietra per volta, almeno quelle che vi pesano di più: dolore, rabbia, rancore. Alcuni di voi possono svuotarlo grazie a una passione: per qualcuno è lo sport, per altri il contatto con la natura. Ma l’importante è iniziare.”
Giulia a quel punto prese la parola, alzandosi in piedi di scatto: “Ci dica come ha fatto lei, la prego, prima di andare via.”
Fu allora che mi decisi a parlare di quella giornata che mi aveva insegnato ad alleggerire il mio zaino, ogni volta che ne sentivo il bisogno.
Andrea, il mio grande amore di sempre, se ne era andato. Mi aveva lasciato all’improvviso senza alcun segnale premonitore. Solo un semplice post-it appiccicato sul frigorifero prima di andare al lavoro con sopra scritto: “Anna, ho bisogno di prendermi una pausa, mi farò risentire fra un po’.”
Il biglietto non specificava se quel po’ sarebbe durato qualche giorno, qualche mese o addirittura per sempre. Sofia, nostra figlia nata otto anni prima da quella storia, in un momento in cui il nostro amore era all’apice, era l’unico aspetto della mia vita che adesso mi faceva interagire con il mondo esterno. Quella mattina, dopo aver messo il caffè sul fuoco, il mio sguardo cadde su un cartoncino i cui margini colorati sbucavano tra le bollette da pagare. Lo afferrai. Al centro, ben evidente, una scritta rossa in corsivo. Lessi ad alta voce incuriosita: “Piccola farmacia dei pensieri”- Via Bel Poggio, 21- vienici a trovare- ti sentirai subito meglio.”
“Se le inventano di tutti i colori,” pensai e distrattamente infilai il cartoncino nella borsa, assieme alle altre buste.
La sera, dopo essere uscita dall’ufficio, la strada che percorrevo per tornare a casa era interrotta per lavori e dovetti fare un altro percorso. Fu allora che intravidi la stessa scritta, posta su una targa ai lati di una porta rossa a vetri. Mossa dalla curiosità, decisi di scendere dall’auto per dare un’occhiata. Da fuori si poteva intravedere l’interno, illuminato com’era da lampade e luci. Mi avvicinai dunque alla porta: l’ambiente era piuttosto piccolo, ma ciò che colpiva era l’arredo curato. L’intero perimetro della stanza era circondato da scaffali che arrivavano sino al soffitto sui quali erano impilati centinaia di libri.
Timidamente suonai il campanello e dopo qualche secondo si avvicinò ad aprire un uomo sulla cinquantina dal fare giovanile.
“Buonasera, ha un appuntamento?” mi domandò accennando un sorriso.
“No,” risposi io titubante, “non pensavo servisse un appuntamento per venire, ma se ritiene opportuno verrò un’altra volta.”
“Non si preoccupi, tanto il prossimo cliente non è che fra mezz’ora; se vuole parlare del suo problema ho ancora un po’ di tempo.”
Sgranai gli occhi presa dallo stupore. Sentivo le mani tremarmi dall’emozione. Il peso della mia vita doveva essersi disegnato sul mio volto. Cosa voleva dire parlare del mio problema? E come faceva a saperlo, ero forse capitata da un chiromante?
“Lo so, tutti reagite allo stesso modo,” proseguì lui con tono affabile, “ma nel giro di cinque minuti è tutto chiaro. Se è qui, vuol dire che le è capitato qualcosa e penso già di intuirlo. Forse ho proprio quello che fa per lei.”
Il mio imbarazzo stava aumentando sempre più. Stavo per fare dietro front quando mi invitò ad accomodarmi.
Mi sedetti allora su una poltrona, accanto ad un grande tavolo rotondo, sul quale erano poggiati altri libri, mentre lui si allontanava per scomparire in un’altra stanza.
Approfittai per guardarmi intorno. Alla base di ogni scaffale vi era una scritta in stampatello su un cartoncino colorato. Cominciai a scorrerli dall’alto verso il basso e fu proprio allora che fui scossa da un brivido: in alto, su un cartoncino arancione c’era scritto: “pillole di autostima contro l’amore non corrisposto,” seguivano, alla seconda fila, su un cartoncino verde: “gocce di sollievo per la depressione,” leggermente più in basso, di colore viola: “iniezioni di successo contro il fallimento,” infine, ancora più giù, su un cartoncino rosso: “pastiglie di entusiasmo per la felicità,” per finire in blu: “granuli per attacchi d’ansia.”
Afferrai la borsa, mossa dall’istinto di scappare ma in quell’istante riapparve lui con in mano un vassoio.
“Gradisce un tè? Con o senza zucchero? Non sia in imbarazzo, la vedo tesa. Vedrà che le basteranno tre o quattro letture per rinascere completamente.”
Non credevo ai miei occhi. Si comportava come se sapesse quello che mi era accaduto. Mi porse la tazza di tè e poi prese un libro dallo scaffale dei cartoncini arancioni.
“È anti-solitudine e abbandono: « La vita nuova » di Claudia Adler. Lo conosce? È indicato per rafforzare l’autostima e l’indipendenza. Però per correttezza sono tenuto ad avvertirla che vi possono essere anche degli effetti collaterali.”
Nel frattempo avevo cominciato a sorseggiare il tè, cercando di non far trapelare la tensione che stava ormai montando come un soufflé.
“Gli effetti collaterali ci possono essere eccome”, aggiunse sfogliando il libro, “ma non sono poi così tanti: potrebbe infatti portare a riflettere sul suo passato e sulle dinamiche che l’hanno condotta alla situazione attuale. In caso di aumento di ansia le consiglio di interromperlo. Per quanto concerne la posologia, le consiglierei di non superare le dieci pagine prima di cena. Poi, a stomaco pieno, leggere altre dieci pagine prima di andare a dormire”.
Provavo l’istinto di fuggire ma al contempo una forza misteriosa mi impediva di andarmene.
“Il primo glielo regalo, non si preoccupi”, proseguì, “se poi va bene sono convinto che tornerà a trovarmi presto.”
Lo ringraziai stringendogli la mano e misi il libro in borsa.
“Allora, come andò a finire?” domandò Giulia con gli occhi che brillavano per la curiosità.
Quella sera, quando arrivai a casa, non vedevo l’ora di iniziare a leggere ma Sofia doveva finire i compiti e io preparare la cena. Mi sentivo a pezzi, stanca e confusa per quello strano incontro, e poi la casa senza Andrea mi sembrava di un vuoto quasi spettrale. Sistemato tutto, dopo aver dato il bacio della buona notte a Sofia, presi il libro dalla borsa, lo aprii e lessi le prime righe: “chi ti lascia non ti toglie valore ma ti restituisce spazio, devi cominciare da lì.”
“Devi cominciare da lì…” rilessi ad alta voce due – tre volte quella frase, sapevo che dovevo ricominciare, ma non sapevo in che modo. Mi sentivo come un palloncino sgonfio indeciso se provare a rimanere sospeso nell’aria o se andare a schiantarsi al suolo.
Riflettei che fino ad allora avevo interpretato l’abbandono solo come mancanza: meno amore, meno certezze, meno futuro. Non avevo mai pensato che potesse essere anche un’apertura.
Continuai a leggere. Ogni pagina sembrava parlare a me, come se qualcuno avesse annotato i miei pensieri in anticipo. Non c’erano formule magiche, non c’erano promesse irreali. Solo domande.
“Quali parti di te hai messo in pausa per soddisfare gli altri?”
“Cosa faresti se non dovessi più aspettare qualcuno?”
Chiusi il libro dopo le prime dieci pagine, come mi era stato prescritto. E per la prima volta da settimane non piansi. La sera successiva lessi le altre dieci pagine. E poi altre ancora.
Non fu una guarigione improvvisa. Non smisi di sentire la mancanza di Andrea, né smisi di chiedermi dove fosse o con chi fosse, ma cominciai a sentire qualcosa di diverso: un leggero allentarsi delle cinghie sulle spalle e il mio zaino che cominciava a pesare meno.
Una sera, mentre accompagnavo Sofia a danza, mi resi conto che stavo per la prima volta osservando il cielo senza sentire quel nodo alla gola, al quale ero ormai abituata. Era una cosa minuscola, impercettibile. Ma era una pietra in meno.
La settimana seguente tornai alla “Piccola farmacia dei pensieri.”
Quell’uomo mi accolse come se sapesse già.
“Effetti collaterali?” chiese sorridendo.
“Ho iniziato a ricordarmi chi era la Anna di prima” risposi, “il suo libro ha funzionato.”
“Non ha funzionato il libro, ha funzionato lei!” esclamò guardandomi negli occhi.
Quella volta non presi nulla dagli scaffali arancioni.
Scelsi un libro dai cartoncini rossi: “pastiglie di entusiasmo per la felicità.”
Lessi ancora. Cominciai anche a scrivere. Telefonai a un’amica che non sentivo da tempo. E poi ripresi a suonare il pianoforte, che avevo abbandonato anni prima perché “non c’era tempo”.
Il tempo c’era. Era solo occupato.
Quando finii di raccontare, nella stanza del gruppo non volava una mosca.
Giulia mi guardava ancora, ma questa volta aveva gli occhi lucidi.
“E Andrea?” chiese piano, quasi temendo la mia risposta.
Inspirai a fondo, come a farmi coraggio. Poi, dopo una pausa che mi sembrò eterna, risposi: “Andrea un giorno è tornato. Ma ero io a non essere più la stessa, quella del post-it sul frigorifero. Non sentivo più il peso delle cinghie sulle spalle.”
Giulia aveva abbassato lo sguardo.
“La farmacia dei pensieri, sappiate, non è un luogo magico. È un percorso. Ci insegna a non reprimere le emozioni. Il dolore che non attraversiamo resta fermo dentro di noi. E ciò che resta fermo non si trasforma.”
Mi guardai intorno. Nessuno parlava. Si avvertiva solo un silenzio pieno di complicità.
“Allora, da quale pietra cominciamo oggi?”
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