Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Una Vita Vissuta a Bassa Voce” di Simone Di Giovanni

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

I miei primi ricordi non hanno colori netti. Sono frammenti, luci intermittenti come quelle di una stanza d’ospedale vista attraverso le palpebre socchiuse. Da bambino il mio corpo era una gabbia che non capivo. Le crisi arrivavano senza chiedere permesso. Un attimo prima ero lì, l’attimo dopo tutto si spegneva. Epilessia. Una parola troppo grande per un bambino troppo piccolo.

Fino ai sei anni la mia vita fu fatta di assenze. Assenze da scuola, dall’asilo soprattutto. Gli altri bambini imparavano a stare insieme, io imparavo a stare fermo su un letto, ad aspettare che qualcuno mi dicesse che era passato l’attacco. Quando finalmente guarì, quando i medici dissero che era finita, qualcosa era rimasto indietro. Non la malattia, ma io.

Alle elementari e alle medie il mio corpo non cresceva come quello degli altri. E quando il corpo non cresce, cresce tutto il resto: gli sguardi, le prese in giro, le risate soffocate che senti anche quando nessuno ride apertamente. Il bullismo non ha sempre bisogno di pugni. A volte basta uno sguardo che ti dice: sei meno. Così iniziai a rifugiarmi dove nessuno poteva prendermi in giro: nel cibo. Mangiavo per riempire i vuoti che non sapevo nominare. E ingrassavo. E più ingrassavo, più sparivo.

Alle superiori qualcosa cambiò. Mi avvicinai allo sport: bici, nuoto, palestra. Il mio corpo iniziò lentamente a rispondere. Non diventai bello, non diventai sicuro. Ma diventai un po’ meno invisibile. Mi feci degli amici. Ridevo con loro, uscivo. Ma non ero mai al centro. Ero quello un passo indietro, quello che ascolta, quello che non guida mai. Con le ragazze era peggio. Impacciato, rigido, sempre convinto che qualunque segnale fosse solo gentilezza. Forse qualcuna era interessata, col senno di poi. Ma io smisi presto di provarci. Era più facile convincermi che non fosse cosa per me.

Poi arrivò il diploma. Il lavoro. E a ventitré anni, nel mio primo posto fisso, arrivò lei. Sposata. Tre anni più grande. All’inizio sembrava impossibile. Io, che non avevo mai avuto niente, diventavo improvvisamente scelto. La relazione durò cinque anni. Cinque anni vissuti a metà, nascosti, rubati. Io ero giovane, innamorato, dipendente. Lei aveva una vita fuori da me. Quando cambiai lavoro, la storia si spezzò di netto. Niente spiegazioni lunghe, niente addii drammatici. Solo un vuoto improvviso. E qualcosa dentro di me si indurì.

Smisi di preoccuparmi dei rapporti. Smisi di cercare. Tornavo a casa, chiudevo la porta, accendevo il PC. Il mondo restava fuori. Ogni tanto un viaggio in Thailandia. Lì non dovevo dimostrare niente. Pagavo per essere desiderato. Era semplice. Freddo. E funzionava. A trentacinque anni ebbi una breve storia con una barista del mio paese. Uscimmo un paio di volte. Poi finì. Subito dopo mi innamorai davvero. Una ragazza di due anni più giovane, stessa compagnia. Un anno insieme. Un anno senza mai consumare davvero. Il mio senso di inadeguatezza era più forte di tutto. Lei se ne andò. Dopo, una diciottenne. Solo sesso. Nessun amore. Nessuna promessa. Poi basta. Convinsi me stesso che fosse meglio così.

Ma alla soglia dei cinquanta anni, una sera come tante, seduto sul divano, con una serie TV che scorreva senza che io la guardassi davvero, lo pensai chiaramente per la prima volta: «Ho sprecato la mia vita». Ed è lì che accadde. Il personaggio sullo schermo si fermò. Letteralmente. Si girò verso di me.

Saltai sulla sedia.
«Tranquillo» disse lui. «Non sei impazzito.»
«Che cazzo sta succedendo?» balbettai.
«Mi chiamo come vuoi tu. Non è importante.» Mi guardò come nessuno mi aveva mai guardato: senza giudizio. «Quello che conta è questo: se potessi tornare indietro, non per cambiare il passato, ma per consigliare te stesso… lo faresti?»
Risi nervosamente. «È una domanda del cazzo.»
«Rispondi.»
Il silenzio mi pesò addosso come una verità troppo rimandata. «Sì» dissi. «Sì, cazzo. Lo farei.»
«Quando?» chiese lui.
Ci pensai un attimo. Non all’infanzia. Non ai bulli. «Subito prima di quella relazione» risposi. «Prima della donna sposata.»
Lui annuì. «Allora vai.»

Il mondo si piegò. Quando lo guardai meglio mi resi conto di quanto fosse giovane. Non solo nel corpo: nello sguardo. Aveva ancora addosso quella fame di approvazione che io avevo imparato a mascherare col cinismo.
«Sei… io?» chiese lui, come se dirlo una seconda volta potesse renderlo più reale.
«Sì.» Mi sedetti sul bordo del letto. «E no, non sono qui per dirti che andrà tutto bene.»
Lui incrociò le braccia. Un gesto di difesa che conoscevo fin troppo bene. «Allora perché sei qui?»
«Perché stai per prendere una decisione che ti sembrerà una fortuna. E invece sarà solo una scorciatoia.»
«Parli di lei?»
Il suo tono cambiò. Non era più sospettoso. Era coinvolto.
«Sì. Ti farà sentire speciale. Desiderato. Per la prima volta nella tua vita penserai: qualcuno mi ha scelto.»
Abbassò lo sguardo. «È sbagliato volerlo?»
«No» risposi subito. «È umano. Ma è sbagliato accettarlo alle sue condizioni.»
Si alzò in piedi. Iniziava a essere nervoso. «Tu non capisci. Io non ho mai avuto niente. Mai. E ora—»
«E ora sei disposto ad accontentarti di essere un segreto.» La mia voce era ferma, ma dentro tremavo.
«Meglio di niente» disse lui. E in quella frase c’era tutta la nostra storia.
Mi alzai anche io. «No. Meglio di niente è vivere senza nasconderti. Meglio di niente è qualcuno che può prenderti per mano in mezzo alla strada.»
«E se nessuna lo farà?» Mi guardò negli occhi. «Se resto solo?»
Inspirai a fondo. «Resterai solo comunque, se continui a pensare di non meritare di più.»
Il silenzio ci cadde addosso come un macigno. «Io non sono come gli altri» disse piano. «Sono sempre stato quello in ritardo. Quello sbagliato.»
«No» risposi secco. «Sei quello che ha imparato a sopravvivere invece che a vivere. Io ho passato anni a evitare il rifiuto. Sai cosa ho ottenuto? Il rimpianto.»
Mi fissava come se stessi parlando di una malattia che poteva ancora evitare. «Cosa dovrei fare?»
«Allenati» dissi. «Non per piacere agli altri. Per sentirti a casa nel tuo corpo. E smetti di raccontarti che sei meno. Ogni volta che pensi “non fa per me”, chiediti: o è solo paura?»
«E con le donne?» Arrossì leggermente. Era quasi tenero.
Sorrisi. «Sarai goffo. Dirai cazzate. Verrai rifiutato. Succede a tutti. La differenza è che tu non devi prenderlo come una sentenza.»
«E se mi faccio male?»
Lo guardai dritto. «Ti farai male comunque. Ma almeno sarà per qualcosa che vale. Non sarai più spettatore della tua vita.»
Il mondo iniziò a vibrare.
«Aspetta!» disse lui. «Sei sicuro che non mi stai mentendo?»
Lo guardai un’ultima volta. «Mi sono mentito per quarant’anni. Con te ho finito.»

Tornai nel mio tempo. Era il 24 dicembre 2025. Ma i ricordi iniziarono a sovrapporsi. Ricordavo due vite: quella che avevo vissuto e quella che avevo visto nascere dopo quell’incontro.
Nella nuova linea temporale, il me giovane non iniziò quella relazione. Ricordo lei che gli sorrideva nello spogliatoio, proponendogli di vedersi. Lui esitò, poi rispose: «No. Merito qualcosa di più semplice. E tu anche». Quella porta non si aprì mai.

Continuò ad allenarsi, ma per occupare spazio, non per sparire. Si fece amici veri, come Marco, che diventò una presenza costante. Ci furono i rifiuti, come quello di Elisa, ma questa volta lui non lasciò che un silenzio su WhatsApp lo definisse. A trentun anni incontrò Anna. Non fu perfetto, fu impacciato, fu vero. La storia durò quattro anni e finì, ma non lo distrusse. Invece della Thailandia ci fu il Portogallo, da solo, per imparare a scegliersi.

Lo rividi un’ultima volta, in una sorta di sogno cosciente, quando lui aveva quarant’anni. «Non sono diventato un vincente» mi disse.
«Nemmeno io» risposi.
«Ma non mi sento sprecato.»

Gennaio 2026 arrivò con una consapevolezza nuova. Iniziai a uscire con Sara. Eravamo entrambi goffi. «Tendo a spiegare troppo. È un meccanismo di difesa dal sentirmi fuori posto» le dissi un giorno.
Lei rispose: «Anch’io mi sento così. Solo che ho smesso di scusarmi».
Restammo insieme un po’, poi le nostre strade si separarono, ma senza il senso di fallimento di un tempo. A cinquantacinque anni incontrai Lucia in biblioteca. Ci sposammo con un pranzo semplice. Lei capiva i miei silenzi e io le sue paure. Non avemmo figli, e imparammo ad accettare anche quel vuoto.

Quando Lucia se ne andò, lasciandomi solo a sessant’anni, non provai ribellione. Avevamo fatto un buon lavoro. Ora sono vecchio. La stanza è silenziosa. Il me giovane torna un’ultima volta accanto al mio letto.
«Ne è valsa la pena?» chiede.
«È stata più vera di quanto pensassi» rispondo.
«Hai ancora paura?»
«Sì. Ma non mi guida più.»
Lui sorride e svanisce. Quando il respiro si fa corto, non penso agli errori. Penso che non sono stato perfetto, ma sono stato presente.

Poi, non “mi sveglio”. Semplicemente sono.
La stanza è vasta, senza angoli. Io non ho un corpo, ma ho memoria. Sono l’anima che ha vestito quell’uomo. Osservo quella vita e capisco che non era progettata per “riuscire”, ma per sentire. Sentire il limite, la vergogna e, infine, la scelta di restare. Quell’identità non è guarita dalla paura, ha solo imparato a non lasciarsi governare da essa.
L’esperienza è completa.
Potrei dissolvermi nella totalità, ma sento una curiosità consapevole. Voglio continuare a esplorare cosa succede quando la coscienza decide di non scappare da un corpo fragile. Mi reincarnerò. Non per debito, ma per scelta. L’identità che ho lasciato si dissolve come un nome che non serve più. L’essenza resta. Non è servito essere straordinari. È bastato essere sinceri.

E con questa certezza, scelgo di tornare.

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