Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il Promettente del 1987” di Sara Rinaudo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Era il 1987 quando mi dissero “promettente”. Fu una resurrezione, dopo lo sforzo di partorire il topos… o anche solo un racconto che avesse testa, coda e perfino un momento clou. Anni chino sui fogli per dare vita a quella creatura claudicante che, ai miei occhi, era un gigante.
“Promettente”, un piccolo aggettivo che crea aspettative pantagrueliche! E io, adolescente imberbe e imbelle, ci cascai e promisi! Promisi a me stesso che un giorno sarei entrato in editoria dalla porta principale, con giacca di velluto con le toppe sui gomiti, maglia di lana a collo alto – sì, pure a luglio, l’etichetta necessita sacrificio – e un’espressione intensa da “voce necessaria” o “cantore di una generazione” o più prosaicamente “persona che non mette tre avverbi consecutivi nella stessa frase come se stesse stendendo il bucato”.
Ci ho creduto finché i primi segni di vetustà sono comparsi alle tempie. Oggi è il 2026 e posso confermare, con serena lucidità, che la porta principale era un’uscita di sicurezza e io sono rimasto fuori a tirare la maniglia come un criceto romantico. Risultato: non una segnalazione, non un premio alla perseveranza.
Non chiamatemi sciocco. Sono rancoroso, insistente, grammaticalmente pruriginoso, stabile come una pila di libri su una mela annurca. Ma non sciocco. Già nel 1988 capii che il mio destino non era la pubblicazione. Rimandato il medesimo racconto ad altri tre concorsi, il “promettente” non si presentò. Evaporato, come le bollicine di un prosecco lasciato senza tappo per una settimana.
Dopo qualche anno ebbi una folgorazione: dovevo scegliermi un pubblico. Folto, costante, di nicchia. Un pubblico che non potesse scappare né fingere di aver “letto tutto” fermandosi all’incipit per impegni improvvisamente inderogabili. Bastava poco per garantirsi almeno cinque lettori disposti a concedere al testo attenzione nella speranza discreta, non di divertirsi, certo, ma almeno di trovarvi un effetto soporifero.
Ebbene: il mio pubblico sono i giudici dei concorsi letterari. Loro mi leggono. Sempre. Alcuni mi riconoscono dal titolo, come si riconosce un rash cutaneo. Ma la mia foscoliana anima inquieta non mi permette di indugiare in nostalgiche affezioni. I giudici sono la mia platea in ostaggio, il mio romanzo sociale, il mio esperimento antropologico, il mio buffet gratuito di emozioni passivo-aggressive.
Li immagino, seduti davanti a un tavolo, circondati da fogli, PDF, stampe, font improbabili e titoli che sembrano nomi di farmaci. Perifrasi, parafrasi, flussi di coscienza che sembrano più prolassi logorroici incontrollati, tutto un’inforcar di occhiali e stropiccio di capelli sfibrati dallo stress.
E lì, tra “Il respiro della luna in un bicchiere sbeccato” e “Cenere e desiderio: un viaggio”, arrivo io con un testo dal titolo: “Sopralluogo nell’Anima: perché il dolore è un frullatore e noi siamo fragole”
Titolo lungo? Sì. Pretenzioso? Sì. Ridicolo? Forse (mai giudicare un libro dalla copertina).
Stancante ancor prima della prima riga. Perché il segreto non è scrivere male.
Il segreto è scrivere troppo.
Scrivo ogni giorno. Viaggio con un piccolo libercolo sbeccato dalle orecchie piegate, una matita sferzata da colpi di taglierino… e basta. La gomma non è contemplata. Cancellare è un’ammissione di colpa. Io non mi pento: mi espando!
Parliamo realmente di preparazione atletica: affilata di matita, produzione a livelli anaerobici e stretching profondo! Tutti i giorni, nessuna pausa, neppure durante le ferie. Anzi: le festività sono i periodi più prolifici, la mia finestra su un’umanità variegata, fonte di inenarrabile ispirazione!
Entro in un centro commerciale e scrivo come un rubinetto rotto che ha letto Proust e l’ha preso come una sfida. Faccio un giro ad una festa di paese e produco con lo spirito di un Dostoevskij della media pianura padana.
Il mio processo creativo è rigoroso e scientifico: apro un concorso, leggo il regolamento, mi aggancio a una parola qualunque e… produco un mostro.
“Tema libero, massimo 9.000 battute spazi inclusi.” Sorrido dalla tenerezza: ingenua fiducia nell’autocontrollo umano. Ma alla fine, perché no? Del resto, l’istinto di sopravvivenza del “promettente” comprende adeguare lo stile allo spazio disponibile, pur di avere un lettore. Mi concedi un romanzo? Ti regalerò spazi ampi, ariosi, abbastanza comodi da ospitare un ballo delle debuttanti o la battaglia di Verdun.
Mi limiti nelle battute? Ah, marrano! Perirai sotto il carico di una densità narrativa da nebbione campagnolo! Conto le battute come un carcerato conta i giorni e se arrivo a 8.732 battute e mi manca il terreno sotto i piedi, inserisco un personaggio inutilissimo che entra, dice una frase e scompare. Il mio preferito è il vecchio con la sedia.
“Scusi,” dice il vecchio, “ha visto la mia sedia?”
“No.”
“Va bene, cercherò altrove.”
Sparisce.
Non tornerà mai più.
Come la mia credibilità.
Sei righe. Cento e qualcosa battute. È arte? È diarrea? E chi se ne frega? L’importante è raggiungere il limite e se il limite non lo raggiungo, lo supero, così il giudice deve pure decidere se penalizzarmi o avere compassione e, quindi, punirsi con la lettura completa!
È una vittoria a somma zero. Per me.
Nello scorrere il dito sulla rotella del mouse, a marzo ho notato un concorso imperdibile. Tema: novelle e novene. Mi sono impegnato e, con discreto orgoglio, ho mandato il mio contributo narrativo.
Titolo: “L’eco del silenzio e la marmellata: cronaca intima di un uomo che non trovò il coperchio.”
La trama era semplice: un uomo perde il coperchio della marmellata e, invece di comprarne un altro, si interroga sul senso della perdita. Sì, suona stupido. Lo è, ma io l’ho scritto come se fosse Madame Bovary in un supermercato, carico di dramma simulato e greve peso filosofico.
Ho iniziato con un incipit che profumava di tragedia:
“Ogni casa felice ha un coperchio. Ogni casa infelice ha una marmellata aperta.”
Quindi mi sono lanciato nella descrizione del barattolo con una precisione erotico-estetica da far arrossire i realisti francesi:
Il vetro era “freddo e trasparente come certe verità inutili”.
La marmellata “densa come il rimorso di chi ha usato troppi punti e virgola”.
La luce del frigorifero “una lama di neon, crudele e democratica”.
E poi, con sapiente puntualità, ho fatto ciò che so fare meglio: ho perso il filo. Ma non per sbaglio. Per mestiere.
Il protagonista, cercando il coperchio, trovava: una bolletta del gas del 1999 (memoria, traumi e conguagli); un calzino spaiato (solipsismo esistenziale e cattivo odore).
A pagina quattro non si parlava più di marmellata.
A pagina cinque il protagonista ricordava una maestra delle elementari che gli disse “promettente”.
A pagina sei ero io che parlavo di me che scrivevo di lui che ricordava.
Scocco l’e-mail dal mio arco, con PDF allegato. Perché il PDF è sempre un atto di guerra.


Immagino spesso la giuria. Tutti pensano che si parli di persone qualunque che si distinguono per grande esperienza, anni di scrittura, decadi dedicate all’editoria o alla creatività più spinta, secoli di correzione di bozze. No. Non sono esseri umani come altri.
Sono persone che devono espiare una colpa. Magari risalente a tre vite precedenti, ma il karma colpisce alla cieca, un po’ come la fortuna, ma nel senso arcaico del termine.
Nasci, cresci, studi e poi PAM: ecco che il karma arriva a reclamare il fio per aspirare al nirvana. Predestinati del sacrificio, martiri della consecutio temporum.
C’è la giudice gentile, quella che scrive “si intravede una voce”. Che cara. È una donna che ancora crede che il dolore sia “materia narrativa”, ignorando che per molti di noi “promettenti” il dolore è sadismo alfabetico.
C’è il giudice tecnico, che misura la punteggiatura come un geometra. Con me entra in crisi. Io non sono punteggiabile: sono meteo. Tempesta di virgole. Grandine di puntini di sospensione!
C’è il neofita dei concorsi, entrato in giuria per merito, che profonde entusiasmo da tutti i pori. Al termine delle letture, solitamente ha perso 10 anni di vita e in lui sopravvive l’entusiasmo di un commesso dopo il Black Friday.
E infine c’è la coordinatrice. Il suo ingrato compito è trovare le parole più adatte per presentare i testi ai giurati. Generalmente l’incipit suona molto come: “Questo testo… come dire… è…” e cerca parole diplomatiche perché non si può scrivere nel verbale: “Questo autore è un terrorista del periodo ipotetico.”
Io li rispetto. Davvero. Sono eroi senza mantello, con un pacco di stampe e una tisana al dragoncello. Il senso di sacrificio che li pervade è quasi partigiano, in un mondo di attacchi nemici a suon di dittici e crasi!
Una sera mi arriva una mail.
Oggetto: Esito concorso “Racconti d’Inverno”
La apro col cuore da adolescente tardivo, quello che ancora pensa: magari stavolta.
Il testo recita:
“Gentile autore,
la ringraziamo per la partecipazione. Il suo testo ha suscitato un acceso dibattito in giuria.”
Acceso dibattito. Io sorrido più del dovuto, perché “acceso” significa che qualcuno ha alzato la voce.
E quando un giudice alza la voce, io ho già vinto. Avrà preteso test d’ingresso prima dell’invio degli elaborati? Un filtro anti-autore che cestini preventivamente gli indesiderati (come il sottoscritto)?
Continuo: “Pur non rientrando tra i finalisti, desideriamo segnalarle che la sua scrittura è… particolare.”
Particolare. Eccolo lì. Il cugino povero di “promettente”. Particolare è quello che dici a un bambino che ha disegnato un cavallo con tre zampe e ti guarda soddisfatto.
Al termine del messaggio, una frase che mi fa rabbrividire.
“P.S. La preghiamo, per le prossime edizioni, di rispettare i limiti prescritti. Il suo elaborato superava il massimo consentito di 7.000 battute.”
La mia scrittura ossessivo-compulsiva mi ha portato a rompere la diga e, finalmente, il mio gesto è stato riconosciuto! Medaglia di bronzo in narrativa incontinente! Bisogna festeggiare con un bel poema. Deve essere qualcosa di spettacolare, una derapata artistica con parcheggio ad incastro. Opto per l’esistenzialismo simbolico che spacca!
Titolo:
“Resilienza”
(termine abusato, ma che va su tutto, un po’ come il nero)
Suona così:
“Nacqui.
E nascendo
Stetti.
Stretti
Affolliamo
La vita.
Evita
La gloria
Specchio del
Mondo.
Tondo
Nasci
Quadrato
Non muori.”
Navigo e trovo i miei nuovi destinatari: Concorso a tema “Vita”.
Mi alzo, gonfio il petto: PRESENTE! In cuor mio so già cosa succederà: un giudice aprirà il file, sospirerà, dirà: “No… ancora lui.”
E leggerà.
Nel grande, patetico mercato dell’attenzione, questo è ciò che resta ai “promettenti” dell’87: un piccolo, crudele trionfo amministrativo.
Ed ora scusate: domani scade un altro bando.

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