Premio Racconti nella Rete 2026 “La rivoluzione delle pecore” di Lucia Paolini
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La comunicazione arrivò in un pomeriggio di pioggia leggera. Non fu letta con urgenza. Rimase qualche ora sulla scrivania centrale, stampata su carta sottile, con l’intestazione del Direttorio di Salvaguardia.
Si chiedeva un piano triennale, una mappa delle responsabilità interne e una dichiarazione di coerenza progettuale.
Il tavolo laterale, vicino alla finestra che non si apriva del tutto, era il suo posto abituale. Davanti a lui il portatile, il documento del verbale già impostato con data e ordine del giorno: Incontro di verifica e riallineamento progettuale.
Le sedie erano disposte in cerchio, come sempre. Lo slogan sopra la parete principale, dipinto anni prima, non aveva perso colore: Costruiamo dal basso. Insieme.
I Garanti erano seduti uno accanto all’altro. Non parlavano ancora. Aspettavano che tutti prendessero posto.
La comunicazione del Direttorio fu letta con attenzione. Non vi si trovava nulla che potesse essere chiamato minaccia. Eppure, quando la riunione terminò, i Garanti non si dispersero come al solito. Restarono a parlare tra loro, a voce bassa.
Uno di loro disse che il Direttorio aveva sempre diffidato delle realtà troppo autonome. L’altro osservò che certe richieste di “mappatura” nascondevano, in realtà, un processo di censimento autoritario, spesso primo passo verso un ridimensionamento.
«Dobbiamo dimostrare chi siamo», disse uno dei Garanti all’assemblea successiva.
«Non possiamo presentarci come un luogo attendista.»
L’altro aggiunse, con tono più fermo:
«La moderazione è una forma di resa.»
Pochi giorni dopo il Direttivo delle Pratiche Culturali e Sociali propose, come accadeva ogni anno in quel periodo, il progetto d’autunno. Una rassegna che attraversava arti visive e laboratori territoriali. Un lavoro costruito nei mesi precedenti, discusso con cura, sostenuto da chi vi aveva lavorato senza compenso.
Il responsabile bussò nel primo pomeriggio. Portava il documento stampato, ordinato in una cartellina rigida.
«Te lo lascio qui», disse.
«Come sempre.»
Lui annuì.
Lesse con attenzione, pagina dopo pagina. Non cercava difetti, ma coerenza formale. Controllò le firme, verificò le date, ricontrollò il budget.
Prese il timbro rosso dal cassetto. Approvato per il Bene Comune. Lo appoggiò con gesto fermo sulla prima pagina.
«Va bene», disse.
«Ti mando copia del verbale.»
«Perfetto», rispose l’altro. «Ci sentiamo per il calendario.»
Si salutarono con un cordiale rispetto reciproco.
La comunicazione del rifiuto arrivò quattro giorni dopo. Era firmata dal Comitato dei Garanti.
Si criticava il Direttivo per aver orientato il lavoro verso iniziative “culturaliste”, scollegate dalla necessaria intensità militante. La rassegna veniva definita “rappresentazione autoreferenziale”, incapace di incidere sul conflitto sociale. Dedicare risorse a laboratori in un momento di pressione politica crescente configurava attendismo moderato. L’assenza di dibattito sugli attuali comportamenti oppressivi del Direttorio di Salvaguardia indicava una posizione debole e priva di reale contenuto politico.
Il progetto veniva pertanto respinto.
In fondo alla pagina, sotto la comunicazione allegata, il timbro rosso risultava cancellato da una linea nera netta.
Lesse la comunicazione. Il linguaggio era più duro del consueto, ma non del tutto inatteso dopo l’assemblea. Rimase qualche secondo a osservare la linea nera che cancellava il timbro rosso. Poi richiuse la cartellina.
Aprì il verbale della riunione precedente e inserì una nota sintetica: Il progetto viene rinviato per revisione su indicazione del Comitato dei Garanti.
Non aggiunse altro.
Prese il telefono interno.
«Hanno chiesto una riformulazione», disse al responsabile del Direttivo. «Ti giro la comunicazione.»
Dall’altra parte ci fu una pausa breve.
«Va bene», rispose l’altro. «Ne parliamo in settimana.»
Riattaccò.
Il gesto non gli sembrò diverso da molti altri compiuti negli anni precedenti. Le osservazioni e le revisioni, anche severe, non erano una novità.
Chiuse il file e passò alla pratica successiva.
Il Direttivo delle Pratiche Culturali e Sociali lavorò alla riformulazione per una settimana. Inserirono un incontro pubblico sul tema delle politiche repressive del Direttorio di Salvaguardia e una discussione collettiva.
Il nuovo documento fu consegnato senza commenti.
Lui lo lesse con la stessa attenzione della prima versione. Mise il timbro rosso. Lo registrò nel verbale. Non vi era nulla che non potesse essere considerato conforme.
La risposta arrivò con un bip la sera stessa, sul canale della Bacheca Permanente.
Non proveniva direttamente dal Comitato dei Garanti. Era firmata da uno dei membri più attivi del Presidio.
«Quello che sta accadendo è un fatto gravissimo.
Davvero pensiamo che aggiungere un dibattito in coda a una rassegna basti a rispondere alla fase che stiamo attraversando?
Cosa ha intenzione di fare il Direttivo delle Pratiche Culturali e Sociali rispetto agli attuali comportamenti oppressivi del Direttorio di Salvaguardia?
Continuare con laboratori e mostre mentre fuori si stringono i controlli?
È questa la linea che vogliamo rappresentare?»
I messaggi si accodarono rapidamente.
«Condivido. È un fatto gravissimo.»
«Qui stiamo sbagliando direzione.»
«Questa follia deve essere fermata.»
«Fermate questo treno, per carità.»
I bip continuarono, arrabbiati.
Lesse tutti i messaggi senza intervenire. Non cercava di capire chi avesse ragione. Si limitava a registrare il tono. Gli sembrò che la discussione non stesse cercando una soluzione.
Spense il telefono.
La mattina seguente, il Direttivo delle Pratiche Culturali e Sociali inviò una comunicazione formale al Comitato dei Garanti.
Oggetto: Richiesta di incontro chiarificatore.
Si proponeva un confronto direttamente con i garanti, al fine di approfondire le osservazioni emerse sul canale della Bacheca Permanente e individuare una soluzione condivisa. Si sottolineava la volontà di evitare ulteriori fraintendimenti comunicativi e di ristabilire un clima costruttivo. Si proponeva una data.
La risposta giunse al quarto giorno.
Oggetto: Assemblea straordinaria di verifica collettiva.
Nel testo si leggeva che, a seguito del rifiuto del Direttivo delle Pratiche Culturali e Sociali di affrontare il confronto richiesto dalla comunità, si rendeva necessario convocare un’assemblea aperta. Si invitavano pertanto tutte le anime che compongono il Presidio a partecipare, al fine di ristabilire coerenza e responsabilità collettiva.
Rilesse la propria corrispondenza. Non vi trovò alcuna frase che potesse essere definita un rifiuto.
Chiuse la mail.
Il Direttivo si riunì quella sera. Discussero a lungo. Alla fine decisero di partecipare. Non per accettare l’accusa. Per non sottrarsi al confronto.
Quando tutti ebbero preso posto, uno dei Garanti guardò intorno al cerchio e annuì. «Possiamo iniziare.»
Lui aprì il portatile. Creò un nuovo documento. Assemblea straordinaria di verifica collettiva. Inserì la data. L’orario.
Per un momento esitò sulla voce Ordine del giorno. Poi scrisse: Chiarimento sulla linea politica del Presidio.
Il cerchio era completo.
Parlò uno dei membri più attivi della comunità.
«Questa assemblea non nasce da un conflitto personale, ma da un’esigenza collettiva.»
Lui cominciò a scrivere.
«Si è ritenuto necessario aprire uno spazio pubblico di confronto, dopo che il Direttivo ha rifiutato di affrontare la questione in forma trasparente.»
Le dita si fermarono un istante. Poi ripresero.
Si evidenzia la necessità di un confronto pubblico, a fronte del rifiuto di un chiarimento aperto da parte del Direttivo.
«Non possiamo permettere che decisioni politiche vengano discusse in modo riservato quando la base chiede trasparenza.»
Le accuse si susseguirono.
«Qui non si tratta solo di metodo. Si tratta di fiducia.»
«La direzione di questo Direttivo non è più quella del Presidio.»
«Questo Direttivo fa poco o nulla.»
«Si è scelto di proteggere un approccio moderato.»
Poi qualcuno disse:
«Chiediamo le dimissioni immediate del Direttivo delle Pratiche Culturali e Sociali.»
Lui scriveva.
Viene avanzata richiesta di dimissioni immediate del Direttivo delle Pratiche Culturali e Sociali.
Non alzò lo sguardo.
Poi vennero lette alcune frasi del progetto.
«Il Presidio intende mantenere un dialogo costante con le istituzioni locali al fine di garantire continuità e trasparenza alle attività svolte.»
Un mormorio attraversò il cerchio.
«Si ritiene prioritario operare nel rispetto delle normative vigenti, evitando pratiche che possano compromettere la sostenibilità legale dello spazio.»
«Questo è burocratichese.»
«Qui si mette la legalità prima della militanza.»
«Si delegittima l’occupazione come strumento politico.»
I membri del Direttivo tentarono di intervenire, spiegando che quelle frasi erano state estrapolate da un contesto che dichiarava ben altre cose.
Le voci li coprirono.
Lui smise di scrivere.
Nella borsa a tracolla c’era la copia integrale del progetto. Avrebbe potuto leggerla. Avrebbe potuto ricollocare le frasi nel loro contesto.
Ma sapeva che non si stava discutendo un testo. Si stava costruendo una colpa.
I membri del Direttivo si alzarono.
Attraversarono il cerchio in silenzio.
Uno dei Garanti si alzò con voce da comizio di piazza.
«Prendiamo atto», disse, «che chi non si riconosce più nella linea del Presidio sceglie di sottrarsi. Questo luogo non è nato per cercare compromessi con l’istituzione. Non è nato per dialogare con il potere.»
«Si è scelto di proteggere un approccio moderato.»
Una frase si ripeté più volte.
Moderato.
«Un presidio non può essere moderato. O è parte del conflitto o ne è complice.»
Lo sguardo percorse il cerchio.
«È nato per opporsi.»
Un mormorio di approvazione.
«Non stiamo epurando nessuno. Stiamo ristabilendo una linea. Chi non la condivide è libero di andare.»
La parola libero rimase sospesa e per un attimo diventò acida e amara.
«Il Presidio è uno strumento. E gli strumenti devono essere affilati. Non addolciti.
Li abbiamo visti scappare come pecore.
Se non sono in grado di reggere un’assemblea politica, è giusto che lascino spazio a chi può farlo.»
Applausi brevi. Compatti.
Lui guardava lo schermo.
La frase era ancora lì:
Viene avanzata richiesta di dimissioni immediate del Direttivo delle Pratiche Culturali e Sociali.
Lui restò seduto un istante. Il documento sullo schermo era ancora aperto.
Chiuse il portatile.
Prese la borsa.
Attraversò il cerchio.
La porta si richiuse alle sue spalle. Un semplice “stoc”.
Nei giorni successivi non tornò al Presidio.
Sulla Bacheca comparvero messaggi di rilancio, di coerenza ritrovata, di identità rafforzata.
Si organizzò una giornata pubblica. Striscioni, parole d’ordine, compattezza. Il cerchio delle sedie era stato sostituito da una linea retta.
Poi le stanze iniziarono a svuotarsi. I laboratori rimasero chiusi. Le mail senza risposta. Le convenzioni non rinnovate.
Lui si cancellò da ogni contatto.
Accettò l’invito di un piccolo gruppo che aveva deciso di continuare altrove. Presero in affitto una stanza. Quattro sedie, un tavolo storto, una finestra che si apriva del tutto. Non c’erano slogan sulle pareti. Ricominciarono da lì.
Un pomeriggio si recò all’ufficio centrale per depositare la documentazione del nuovo spazio.
Sul terminale comparve la scheda del Presidio. Un timbro rosso ne cancellava il nome: “Terminato.” Chiese al funzionario una copia della documentazione aggiornata.
Lesse in piedi.
“Sgomberato per incuria e occupazione violenta. Riassegnato. Organi di garanzia: sospesi. Garanti: cancellati.”
Ripiegò le pagine con calma.
Capì allora che il Presidio non era stato difeso. Era stato usato. Senza le persone che ne sostenevano il lavoro quotidiano, era rimasto in piedi solo come forma.
Tornò nella stanza sopra il laboratorio.
Gli altri erano già seduti.
Tirò fuori il timbro rosso.
Lo guardò.
Lo appoggiò sul tavolo.
«Non serve», disse.
Prese una penna.
Scrisse la data a mano.
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