Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il caffè del mattino” di Salvatore Bossio

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Sentì una cosa dura. Piccola, ma dura.
Restò immobile.
Non era dolore, non era nemmeno paura. Era come se qualcuno avesse bussato da dentro.

Aveva trent’anni. In quel bagno cominciò una storia…una storia di coraggio.

Non gridò. Non pianse. Si sedette sul bordo della vasca e respirò piano. Dentro di lei si aprì uno spazio. Capì che la sua vita stava cambiando e che avrebbe dovuto imparare a camminare in modo diverso.
Poi si alzò, andò in cucina e mise la moka sul fuoco.

Quando il caffè uscì, si sedette al tavolo. Davanti alla finestra i campi erano ancora umidi, i vetri appannati. Rimase in silenzio, con la tazza tra le mani e le nuvolette di fumo caldo.
«Allora,» disse piano, «da oggi ci sei anche tu.»

Non parlava con me.
Parlava con ciò che aveva trovato dentro di sé.

Da quella mattina, ogni giorno iniziò così, un caffè con lei e la sua malattia.

Arrivarono le visite, le attese, le parole difficili. Arrivarono i corridoi bianchi e le sedie di plastica. Ma qualcosa dentro Eleonora non si spense. Anzi. Si accese. Capì che il tempo non era infinito e che proprio per questo doveva essere pieno, vissuto, amato.

Passarono i mesi, poi gli anni.
Eleonora imparò a convivere. Si alzava, metteva la moka sul fuoco e diceva a voce alta: “Allora, oggi come stiamo?”
Non era follia. Era un modo per non sentirsi invasa. Se la malattia aveva deciso di restare, lei avrebbe deciso come.

Nei giorni buoni, usciva con i cani a camminare nei campi, lungo il fiume. Sentiva il sole sulle spalle e la malattia sembrava lontana, come se fosse rimasta a casa. Nei giorni cattivi, invece, sedeva pesante sul petto, sulle ossa, sulle ore. Ma Eleonora continuava a parlarle.

«Non vincerai tu,» diceva a volte.
Poi, altre volte: «Ma non vincerò neanche io. Quindi vediamo di capirci, potremmo allearci!»

Imparò a guardarsi allo specchio senza paura anche quando il corpo cambiava. Imparò a chiedere aiuto senza vergogna e a dire “oggi no” quando serviva. Non rimandò più nulla. Ogni giornata doveva essere completa: lavoro, amici, silenzi, fatica, bellezza. Tutto aveva un posto.

Il coraggio non fu nelle grandi battaglie. Fu nelle mattine. Nelle tazze lavate. Nei capelli che ricrescevano e poi cadevano di nuovo. Nei compleanni festeggiati con una torta piccola e una stanchezza enorme. Fu nell’imparare a chiedere aiuto senza vergogna e a rifiutarlo senza senso di colpa.

Gli amici cambiavano, crescevano. Alcuni sparivano, incapaci di stare. Altri restavano in silenzio. Eleonora non odiò mai nessuno per questo. Aveva capito che ognuno ha la sua paura e non tutti sanno guardarla in faccia.

Quindici anni passarono così, a piccoli sorsi.

Non si privò di nulla.
Se c’era il sole, usciva.
Se c’era da viaggiare, partiva anche solo per vedere il mare d’inverno.
Se c’era da ridere, rideva senza risparmio.
Se c’era da amare, amava con tutto.

Col tempo diventò più forte.
Non invincibile.
Più vera.

Io la guardavo e imparavo.

Per molto tempo la guardai soltanto.
Lei si sedeva al tavolo con la sua tazza e con quella presenza invisibile accanto. Io restavo in piedi, come se quel posto non fosse per me.

Poi un giorno capii che non volevo lasciarla sedere lì da sola.

Mi insegnò che il coraggio non è fare cose straordinarie. È stare dentro la propria vita senza tirarsi indietro. È sedersi al tavolo anche quando si è stanchi e dire: «Vediamo cosa c’è oggi.»

Passarono gli anni.
Le stagioni cambiarono.
Il giardino fioriva e poi tornava spoglio.
Ma il caffè del mattino restava.

C’erano giorni in cui sembrava che la vita avesse più spazio. Altri in cui lo spazio si restringeva. Ma Eleonora continuava a riempire le ore con una presenza limpida. Non negava la fatica, ma non le lasciava il comando.
«Finché c’è il caffè,» diceva sorridendo, «c’è il giorno.»

Quindici anni passarono così.
Quindici anni pieni.

Viaggi brevi e viaggi sognati. Tavole apparecchiate con gli amici. Risate improvvise. Silenzi lunghi. Anche la paura, a volte, ma attraversata. La sua vita non fu più corta: fu più intensa. Più larga. Più viva.

Poi, una mattina di primavera, la casa di campagna era più silenziosa del solito. Le foglie cadevano lente. Eleonora si alzò con fatica, si trascinò fino alla cucina. Mise la moka sul fuoco, come sempre. Il profumo riempì la casa.

«Siamo arrivate,» disse con un filo di voce.

Si sedette al tavolo. Davanti a lei, la sedia era occupata. Non con ostilità, non con trionfo. Solo con presenza.
Bevve un sorso.
Poi un altro.

Non c’era più rabbia. Non c’era neanche pace. C’era una specie di amicizia strana, inevitabile. Avevano camminato insieme per quindici anni. Avevano condiviso ogni mattino. Avevano litigato, taciuto, resistito.

Eleonora appoggiò la tazza.
«Grazie,» disse, senza sapere bene a chi. Non serviva.

Da allora il caffè del mattino lo preparo io.
La luce entra sempre allo stesso modo.
La casa è la stessa.
C’è forte il suo profumo.

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