Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Colpo d’ordinanza” di Nicola Sguera

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Il colpo ha fatto più rumore dentro la mia testa che nel parcheggio spoglio. Lo stadio è lì, a una distanza che non so misurare: un’ombra massiccia. Il vento gira e porta l’odore di gomma.

Lei è a terra, a due passi dalla portiera. Gli occhi aperti, come quando fingeva di dormire e sorrideva ancora, nel buio. Ora non sorride. Io tengo l’arma d’ordinanza nella destra, alta ancora. Pare che qualcuno abbia fermato l’avambraccio a metà corsa. Sento il metallo contro il palmo, freddo, familiare.

Respiro. Conto. Uno, due, tre. I miei addestramenti mi hanno insegnato a contare per non tremare. Adesso il tremito non è nelle mani: è nel petto, nelle tempie. Non riesco a tossire. Non riesco a parlare. Se ci fosse qualcuno qui, se comparisse improvviso un cane, un guardiano, un ragazzo in bicicletta, saprei quale voce usare, saprei che faccia mettere.

Mi viene da ridere, ma la risata si spezza contro i denti. Ho sempre creduto di essere un uomo misurato. Ho lucidato la pistola con cura, negli anni; non l’ho mai temuta.

La gelosia. L’ho chiamata amore fino a ieri, zavorra buona, cura, vigilanza. L’ho chiamata protezione. Ho accarezzato con la mente ogni suo movimento, l’ho accompagnata anche quando si allontanava, ho costruito intorno a lei una casa di sguardi. Ogni sorriso che non capivo diventava una lama sulla mia lingua. Ogni ritardo, un processo. Ogni messaggio, un indizio. Ho studiato le sue abitudini come si studia un colpevole. Ho trasformato la fiducia in indagine.

Rivedo la nostra cucina, il tavolo con i compiti dei ragazzi. Tre. Il grande che mette le dita sul bordo della pagina e le macchia di grafite, l’altro che storpia le parole lunghe, la più grande che ci aiutava con gli altri. Li ho amati a modo mio. Oggi li ho sgozzati dentro senza toccarli, ho tolto loro la madre e mi sto togliendo da solo.

Mi do comandi, sembra d’essere in pattuglia. “Riponi l’arma.” “Controlla la scena.” “Fai un passo indietro.” La voce interiore non obbedisce. Guardo le scarpe di lei, sporche di polvere. La stringa destra è leggermente sciolta. Mi viene in mente la volta in cui, fuori da scuola, si chinò a rifare il nodo al primo, che piangeva per il cappio venuto male. Le sue mani, veloci e dolci: un gesto che non guardai, perché stavo discutendo con un collega di turni.

Stanotte non ho dormito. Mi sono alzato senza far rumore, ho camminato in cucina a piedi nudi, ho sentito il frigo vibrarmi nella schiena. Ho lavato la tazza senza usarla, come se volessi cancellare una colpa ancora da commettere. Poi ho aperto l’armadietto, ho controllato l’arma. Un gesto automatico, neutro, da militare. Eppure era già un saluto.

Le ho chiesto dove andava, stamattina. “Devo passare da tua madre, poi allo stadio, mi ha chiamato Sara per camminare un po’.” Le parole “allo stadio” hanno acceso una spia. Mi ero già immaginato lo spiazzo, le barriere, il vuoto. Mi sono visto arrivare. Mi sono visto aspettare. L’ho fatto. E adesso sono qui, dentro l’immagine che ho disegnato io.

Vorrei poter dire che è stato un raptus, che mi è calato addosso e mi ha preso senza darmi tempo. Non è vero. In realtà, ho fatto prove in silenzio. Ho provato frasi. “Perché?” “Con chi?” “Quando?” Erano domande che non volevano risposte; volevano una condanna. La gelosia è un giudice che scrive la sentenza prima del processo.

Ricordo una vacanza al mare, qualche anno fa, una settimana sbagliata e perfetta. Avevamo litigato di continuo, ma una sera, mentre i bambini dormivano, lei si sedette accanto a me sul balcone e restammo in silenzio. Mi prese la mano, come se non fosse mia. “Non ce la faccio a essere sempre sotto esame,” disse. Io risposi qualcosa di inutile, una frase da uomo corretto. Dentro, però, sentii il primo scricchiolio. L’ho ignorato. Ho preferito diventare sordo.

Mi sorprende la calma del mio corpo. Non sto correndo, non sto fuggendo. Un carabiniere sa cosa accade quando si aspetta dopo aver sparato: sirene, lampeggianti, verbali, ferri, voci. Io potrei aspettare. Potrei alzare le mani, potrei raccontare, potrei piangere davanti a uomini che non conosco, potrei lasciare che la legge mi nomini colpevole e mi tenga in vita al posto mio. C’è anche un’altra voce, spietata: non posso attraversare il volto dei miei figli con la mia faccia ai telegiornali.

Penso a mia madre. Sapeva che dentro di me la rabbia era una brace. “Stai attento con la testa,” mi diceva. Io rispondevo con le spalle. Non ho mai imparato la leggerezza. Forse per questo ho scelto il lavoro che ho scelto: regole chiare, dritto e rovescio, catene di comando. È una lingua che conosco. Ma la casa non è una caserma. Ho tradotto la vita in un regolamento e poi l’ho punita perché lo infrangeva.

Mi avvicino a lei. Non tocco. La pelle ha lo stesso colore di ieri. Gli occhi cercano una superficie su cui posarsi. Non la trovano. Inseguo un dettaglio sciocco per non affogare: l’anello che le scivola sempre un poco. Le ho promesso, una volta, di farlo stringere dal gioielliere. Non l’ho fatto.

I tre ragazzi. Mi paiono figurine ritagliate che non sanno dove incollarsi. Chi gli preparerà lo zaino domani? Chi dirà al secondo di non correre in corridoio? Chi canterà le canzoni stonate che la fanno ridere? Forse qualcuno lo farà. Forse la sorella di lei. Forse una cugina. Forse un vicino amorevole. Eppure non sarà la voce che li ha chiamati dal primo respiro, e non sarà la mia. La mia voce finirà oggi.

C’è una parte di me che cerca una via per mentire. “È stata un’improvvisa follia.” “Mi ha provocato.” “Ho perso il controllo.” Il vero è semplice: ho scelto. È terribile e semplice.

Ricordo quando mi chiese di fidarmi. “Di’ che ti fidi, almeno.” Lo disse senza pianto, fermissima, come si chiede a un medico di dire la verità. Io guardai in basso, dissi una parola qualunque, e poi feci finta di niente. La fiducia è un dono che non so fare. Non le ho mai detto “mi fido”. Le ho detto “ti controllo” con tutti i miei gesti.

Mi rivedo nella camera da letto, stanotte, in piedi vicino all’armadio. Lei dormiva di lato, con una guancia nella mano. Io le ho guardato il polso, le vene sottili. Una volta le ho detto che le sue vene mi tranquillizzavano.

Non è stato di colpo. È stato un lavorio di tarli: una parola qui, un sospetto là, un confronto finto. Ho spiato il suo telefono per alimentare la fiamma, non per scoprire. Anche quando non trovavo nulla, trovavo qualcosa. Una foto vecchia diventava recente. Una collega diventava rivale. Un saluto diventava promessa. Il geloso crea l’oggetto del suo terrore. L’ho creato. E l’ho punito in lei.

Se chiudo gli occhi vedo i miei figli tra vent’anni. Non sanno se usare il mio nome. Lo diranno come si dice “incidente”, “malattia”, “cosa successa”. Non sarò una storia, sarò un buco. Forse uno di loro cercherà la mia faccia in foto e non capirà come si sta vicini a un uomo che ha fatto questo. Forse lei mi perdonerà in una lingua che io non so. Forse nessuno perdona. Non importa. Non c’è più contrattazione possibile.

Mi siedo sul bordo del marciapiede. L’arma riposa sulle cosce. Ho imparato da ragazzo a smontarla, rimontarla, pulirla. Mi piacevano i pezzi in fila, la logica di ogni molla. La logica non mi ha salvato. L’arma non è la colpa; è lo strumento.

Ascolto il telefono che vibra. È nella mia giacca. Non lo prendo. So che potrebbe essere lei, ma lei non può più chiamarmi. Potrebbe essere la scuola o mia madre. Vorrei rispondere con una frase semplice: “Non ce la faccio.”

C’è una foto che porto nel portafogli: noi cinque in una stanza piena di luce. Io ho un’espressione uguale a tutte le mie espressioni: attenta alla macchina, preoccupata di venire bene. Lei ride al di fuori del riquadro, si vede solo la curva dell’orecchio e una ciocca di capelli che le scappa sul collo. Ogni volta che la guardavo mi dava fastidio che non fosse centrata. Volevo ordine.

“Non si muore per amore,” diceva mia nonna. Si moriva per fame, per fatica, per caso. Io sto morendo per possesso. L’ho travestito, gli ho messo parole buone. Era possesso. Volevo che fosse mia persino quando non era con me. Volevo piegare il suo sguardo, i suoi pensieri, le sue amiche. Volevo ridurre ciò che non capivo. Ho scambiato il timore per cura. Ho confuso il controllo con la fedeltà. E il mondo mi ha seguito, complice, con tutte le sue frasi ben stirate. “Un uomo deve essere uomo.” “Una donna deve capire.” Le abbiamo imparate tutti, e io le ho usate a mo’ di chiodi.

Sollevo l’arma, la guardo. Non è pesante. È esatta. Sento il dito che conosce la curvatura del grilletto. Mi chiedo se soffrirò. Mi chiedo se, nel mezzo del suono, ci sarà un punto vuoto, una luce. Mi chiedo se ci sia qualcuno che abbia il tempo di fermarmi. Non c’è nessuno. L’ho voluto così.

Non sono un credente. O meglio: ho sempre parlato con una presenza a metà. A volte, entrando in casa tardi, ho ringraziato piano, senza sapere chi. Oggi non ringrazio. Se c’è qualcuno, se c’è una misura che comprende ciò che non capisco, vorrei che andasse dai miei figli, non da me. Vorrei che qualcuno si sedesse accanto a loro, sul bordo del letto, e dicesse una frase buona: “Non sei il male di tuo padre.” Basterebbe.

Tocco il volto di lei con lo sguardo. Non posso lasciare parole su di lei, non posso affidarle nulla che non sia già rovinato da me. Vorrei chiederle perdono, ma è un verbo che non mi appartiene, e suona falso perfino dentro. Il perdono è degli altri. Io ho solo la mia decisione.

Ripenso ai preparativi. Ieri ho cambiato il sacchetto della pattumiera con attenzione, come se fosse importante. Ho piegato una maglietta dei bambini e ho sentito un odore di sapone buono. Per un attimo ho avuto la sensazione che tutto si sarebbe sgonfiato. Ho scelto l’eroismo del disastro: apparire forte facendo la cosa più vigliacca.

Non c’è altro da dire. Potrei inginocchiarmi. Potrei lasciare un biglietto. Potrei comporre un numero. Potrei chiamare mio padre, la voce che non ascolto mai. Potrei. Non ci riesco: l’odore del ferro copre tutto. E c’è questa immagine dello stadio vuoto, le gradinate sono scale senza qualcuno, il cielo basso. È una scena, sì. Io sono il mio stesso spettatore.

Penso ancora una volta ai tre. Li chiamo per nome, uno per uno, a bassa voce, come quando li sveglio la domenica e dico “piano, piano, che la mamma dorme.” Oggi la mamma non dorme. E non ci sarà una domenica prossima, per me. Forse per loro sì. Mi aggrappo a quell’avverbio. Forse.

Appoggio la schiena al muretto. Sento la superficie ruvida passarmi attraverso la giacca. Chiudo gli occhi per un secondo.

Porto l’arma alla tempia. Le mani, finalmente, non tremano. Penso una frase che non ho mai detto a nessuno: “Ho paura.” Lì dentro, dove nessuno la sente, suona più vera di tutte le mie parole. Poi un’altra, che non so a chi inviare: “Prendetevi cura di loro.” È presuntuosa anche questa, quasi  potessi comandare il futuro. La lascio cadere a terra, la frase, insieme a tutto il resto.

In quell’istante prima, quello che nei film dura un’eternità e nella vita è una punta di spillo, rivedo lei che gira la chiave nella porta e dice “ciao” come se il mondo fosse ancora un luogo abitabile. Lascio che quel “ciao” mi attraversi. È l’ultima cosa buona che prendo.

Respiro una volta, lunga. Il vento finalmente arriva, porta odore di erba bagnata. C’è sempre qualcosa che continua, anche quando noi no.

Premo. Nel mezzo del gesto, il silenzio si fa ancora più grande. Dentro, dico solo: “Ho distrutto tutto.”

E non c’è altro.

* * *

Sono passati solo pochi giorni. La casa è la stessa, eppure camminare dentro le stanze è come entrare in un museo di ceneri.

Mi hanno detto di essere forte, perché sono la più grande. Forte per i miei fratelli, che piangono senza capire, che chiedono “dov’è mamma?” e poi, subito dopo, “e papà?”. Io stringo le spalle, faccio un nodo alla gola e invento risposte che non hanno radici. Ho 18 anni e mi chiedono di essere adulta, di diventare madre e padre nello stesso corpo piccolo.

La notte ti parlo, papà. Non so se ti arriva, non so nemmeno se c’è un luogo dove le parole cadono quando non ci sei più. Ti parlo perché, dentro, ti voglio ancora bene. E questo mi fa paura. Perché tutti mi ripetono che sei un mostro, che hai rovinato la nostra famiglia, che non meriti nemmeno di essere nominato. Io ascolto e annuisco, eppure dentro c’è una parte di me che non ti lascia andare. Sento ancora la tua mano sulla mia spalla, quando mi portavi a scuola.

E poi c’è lei, mamma. La vedo in ogni foto, nelle stoviglie che ha lavato, nelle tende che ha scelto. La sento nel modo in cui i miei fratelli pronunciano il suo nome, piano: fragile, maneggiare con cura. Nel profondo, io la guardo con un’ombra negli occhi. Perché? Perché non ha fatto qualcosa? Perché i suoi sorrisi a volte erano ambigui, le sue assenze misteriose? So che non è giusto pensarlo, so che è vittima. Ma un pezzo di me la accusa. E se ti avesse spinto, papà, più vicino al baratro?

E allora mi sento colpevole due volte. Colpevole verso di te, perché una parte di me ti comprende. Colpevole verso di lei, perché una parte di me la biasima. Io che dovrei piangere e basta, non riesco a piangere in modo pulito. Ogni lacrima porta dentro due verità contrarie.

Forse crescendo capirò meglio, o forse questa confusione resterà la mia ombra. Forse sarò madre anch’io, e allora sentirò il peso delle scelte che avete fatto, che abbiamo subìto. Forse troverò una via per perdonare, o forse il perdono è una parola inventata per consolare i vivi.

Per ora, ti parlo. Ti dico che ti odio e ti amo nello stesso respiro. Ti dico che vorrei abbracciarti e insieme cancellarti. Ti dico che porterò i miei fratelli per mano. Eppure, lo so, non sarò mai abbastanza. E ti chiedo solo una cosa, papà: se c’è davvero un posto dove i morti possono guardare i vivi, tieni lo sguardo su di noi. Perché io non so se ce la farò da sola.

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1 commento »

  1. ho letto questo testo con molta attenzione. sono uno studente del professore di storia e filosofia sguera nicola, e sento di dovergli molto per il modo in cui mi ha avvicinato davvero alla scrittura, alla lettura e al pensiero. per me è un punto di riferimento in ogni correzione e in ogni consiglio, e questo racconto ne è stata un’ulteriore conferma.
    amo il suo modo di scrivere, così ritmato, fatto di pause e di punti che spezzano il respiro e allo stesso tempo lo guidano. frasi come “respiro. conto. uno, due, tre.” creano una sensazione reale, quasi fisica, che entra dentro mentre si legge. è un racconto capace di descrivere in modo potentissimo una dinamica come quella del femminicidio, con un realismo così forte da costringere quasi a fermarsi, con una debolezza d’animo, con le lacrime. la sua scrittura è introspettiva e insieme estremamente visiva: costruisce scene, volti, movimenti, come se fosse un film nella mente di chi legge.
    alcune frasi mi hanno colpito in modo particolare, forse perché le ho sentite vicine a me.
    quando scrive: “non ho mai imparato la leggerezza… ma la casa non è una caserma”, mi sono rivisto molto. da sempre ho desiderato lavorare in polizia, proprio perché la leggerezza non fa parte di me, mentre la pesantezza e l’iper-vigilanza abitano le mie giornate. leggendo queste righe ho avuto la sensazione di trovare una risposta che non ero mai riuscito a darmi. forse anche per questo ho cambiato strada, pensando all’architettura: mi sono chiesto che vita sarebbe una vita già pesante, ulteriormente appesantita dal lavoro di polizia, e se riuscirei davvero a essere un buon padre o un buon marito.
    mi ha colpito molto anche la riflessione sulla gelosia: “anche quando non trovavo nulla, trovavo qualcosa… il geloso crea l’oggetto del suo terrore.” è una frase di una verità disarmante. l’insicurezza e la gelosia mi hanno accompagnato a lungo, e solo attraverso un percorso personale, anche terapeutico, sento di stare cambiando. a volte confondo questa minore gelosia con poco affetto, ma capisco che non è così. leggere parole così precise su questo sentimento è stato potente, quasi accusatorio, ma nel senso più profondo e autentico.
    infine, la parte della figlia mi ha colpito forse più di tutte. quella duplicità, quell’amare ancora il padre mentre il mondo lo definisce un mostro, quel biasimare la madre e sentirsi subito dopo in colpa. la frase: “ogni lacrima porta dentro due verità contrarie” mi sembra una condizione profondamente umana. la duplicità dell’uomo, questo convivere di verità opposte, è da tempo parte delle mie riflessioni, e da tempo cerco di darle una forma e una spiegazione. leggere queste parole mi ha fatto sentire meno solo in questo pensiero, come se qualcuno fosse riuscito a dire con chiarezza qualcosa che io sentivo ma non riuscivo ancora a esprimere. è una lotta interiore che non si può né vincere né perdere del tutto, ed è proprio questa complessità, questa mancanza di risposte semplici, che rende il testo così vero.
    grazie per aver scritto e condiviso un racconto così intenso. per chi, come me, ama la scrittura e prova a capirsi anche attraverso le parole, leggere qualcosa del genere non è solo un’esperienza letteraria, ma anche profondamente personale.

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