Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il rumore del silenzio” di Paolo Agazzi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Mary aveva imparato presto che il silenzio poteva essere più rumoroso di qualsiasi parola. Non era un pensiero che le veniva spesso, ma ogni volta che guardava Edward mentre lui fissava un punto indefinito oltre la finestra, lo sentiva crescere dentro di sé come una crepa sottile.

Si erano conosciuti in una mattina di pioggia, una di quelle piogge leggere che sembrano voler lavare via qualcosa che non si riesce a nominare. Mary era entrata di corsa in una piccola libreria per ripararsi, stringendo al petto una cartella di disegni. Edward era già lì, seduto su una scaletta, intento a leggere.

Quando lei aveva fatto cadere tutto per terra, lui non aveva riso.

«Aspetta,» aveva detto soltanto, chinandosi ad aiutarla.

Le loro mani si erano sfiorate su un foglio. Un gesto minimo, quasi inesistente, ma sufficiente a creare una tensione che nessuno dei due aveva saputo spiegare.

Da quel giorno avevano iniziato a incontrarsi per caso con una frequenza sospetta. Prima davanti alla libreria, poi al bar all’angolo, poi nei parchi dove Edward sosteneva di pensare meglio.

Mary disegnava volti che non aveva mai visto; Edward scriveva frasi che non mostrava a nessuno.

«Perché non fai leggere le tue cose?» gli aveva chiesto una sera.

Edward aveva sorriso appena. «Perché una volta che qualcuno legge, diventa reale.»

Lei non aveva capito, ma aveva annuito lo stesso.

L’amore arrivò senza annunciarsi. Non ci fu un momento preciso, nessuna confessione teatrale. Solo un’abitudine crescente alla presenza dell’altro. Il modo in cui Edward le spostava una ciocca di capelli mentre parlava. Il modo in cui Mary gli prendeva la mano quando attraversavano la strada, anche se non passava nessuna macchina.

La prima notte insieme, Mary rimase sveglia ad ascoltare il suo respiro.

Aveva paura che si fermasse.

Non sapeva da dove venisse quella paura, Edward era vivo, caldo, vicino, ma era lì, come se la felicità fosse qualcosa di fragile, destinato a rompersi appena la si guardava troppo a lungo.

Edward invece dormiva profondamente, come se il mondo non potesse raggiungerlo.

Col tempo, Mary iniziò a notare le sue assenze. Non fisiche, all’inizio. Era presente, ma lontano. A volte si interrompeva a metà frase. Altre spariva per ore senza spiegazioni.

«Dove sei stato?» chiedeva lei con un tono che cercava di sembrare casuale.

«In giro.»

Sempre in giro.

Una sera, mentre lui faceva la doccia, il telefono vibrò sul tavolo. Mary non era mai stata una persona curiosa, ma quella volta lo schermo si accese mostrando un nome che non conosceva: Claire.

Il messaggio era breve.

Mi manchi ancora.

Mary sentì qualcosa chiudersi nello stomaco.

Non aprì la conversazione. Non voleva diventare quel tipo di persona. Quando Edward uscì dal bagno, lei stava guardando fuori dalla finestra.

«Tutto bene?» chiese lui.

«Sì.»

Fu la prima bugia che si scambiarono senza saperlo.

Ne seguirono molte altre, tutte piccole, quasi invisibili. Bugie fatte più di omissioni che di parole.

Mary non chiese mai chi fosse Claire.

Edward non raccontò mai di lei.

La gelosia non arrivò come un’esplosione, ma come una nebbia. Mary cominciò a immaginare scene che non aveva visto, conversazioni che forse non erano mai esistite. Ogni ritardo diventava un sospetto. Ogni distrazione, una prova.

Eppure, quando Edward la guardava con quella dolcezza disarmante, tutto sembrava sciogliersi.

Una notte, mentre erano sdraiati al buio, Mary gli chiese:

«Se un giorno mi perdessi… ti accorgeresti subito?»

Edward rimase in silenzio per un momento.

«Non potrei perderti,» disse infine.

Non era una risposta. Mary lo capì, ma fece finta di niente.

Col passare dei mesi, Edward diventò più inquieto. Scriveva di più, dormiva meno. A volte Mary lo trovava seduto sul pavimento con lo sguardo vuoto.

«A cosa pensi?» chiedeva.

«Al passato.»

«Fa così male?»

Edward esitò. «Fa più male quello che non ho detto.»

Mary avrebbe voluto chiedere di più, ma aveva paura della risposta.

Una domenica d’autunno trovarono una casa abbandonata vicino al lago. Le finestre erano rotte, il giardino inghiottito dalle erbacce.

«Viviamoci,» disse Edward scherzando.

Mary rise. «E mangiamo polvere?»

Entrarono lo stesso. In una stanza vuota, Edward le prese il viso tra le mani.

«Non andartene mai» sussurrò.

Mary sentì un brivido. «Non sono io quella che scappa.»

Edward abbassò gli occhi.

Quella sera, tornando a casa, Mary capì che c’era qualcosa che lui non riusciva a dirle. Lo percepiva nel modo in cui la stringeva, come se temesse di non avere più tempo.

La verità arrivò in inverno.

Edward stava male da settimane, ma aveva minimizzato: stanchezza, stress, niente di serio. Poi svenne mentre camminavano per strada.

In ospedale, il tempo sembrò deformarsi. Le ore non scorrevano, cadevano.

Il medico parlò lentamente, con una cautela che Mary imparò a odiare.

Una malattia rara. Diagnosi tardiva. Prognosi incerta.

Mary non pianse subito. Rimase seduta accanto al letto, osservando Edward dormire.

Quando si svegliò, lui disse soltanto: «Scusa.»

«Per cosa?»

«Per non avertelo detto prima. Lo sapevo già.»

La stanza si riempì di un silenzio feroce.

«Da quanto?»

«Da mesi.»

Mary si alzò di scatto. «E io? Io dov’ero mentre decidevi di affrontarlo da solo?»

Edward chiuse gli occhi. «Non volevo che mi guardassi come mi stai guardando ora.»

Lei non sapeva che espressione avesse. Sentiva solo una crepa aprirsi dentro.

«E Claire?» chiese improvvisamente.

Edward sembrò sorpreso. «Hai visto il messaggio.»

«Chi è?»

«Era… la persona con cui stavo prima di te. Se n’è andata quando ha scoperto della malattia.»

Mary rimase immobile.

Tutte le sue paure, tutta la gelosia, costruite su un equivoco.

«E io?» sussurrò. «Pensavi che avrei fatto lo stesso?»

Edward non rispose.

Quello fu il momento in cui Mary capì che l’amore, a volte, non basta a convincere qualcuno di meritarselo.

Da quel giorno non si separarono più. Mary lo accompagnava alle visite, imparava nomi di farmaci impronunciabili, sorrideva quando lui la osservava per capire se avesse paura.

Aveva paura, sì. Una paura immensa, animale.

Ma più della perdita temeva il rimpianto.

Una notte, mentre la neve cadeva lenta oltre i vetri dell’ospedale, Mary gli disse:

«Sai qual è la cosa che mi fa più rabbia?»

Edward scosse la testa.

«Tutto il tempo che abbiamo sprecato a non dirci le cose.»

Lui le sfiorò la mano. «Credevo di proteggerti.»

«Mi hai solo lasciata fuori.»

Passarono settimane difficili. Poi, contro ogni previsione prudente dei medici, le cure iniziarono a funzionare. Lentamente, Edward riprese peso, colore, energia.

Il giorno in cui tornò a casa, Mary aprì tutte le finestre.

«Così entra il futuro,» disse.

Edward rise, una risata che non si sentiva da mesi.

Quella sera andarono al lago, davanti alla casa abbandonata.

«Te la ricordi?» chiese lui.

Mary annuì.

Rimasero in silenzio a lungo, ma non era più il silenzio di prima. Non era pieno di cose trattenute, era uno spazio condiviso.

«Ho avuto paura,» confessò Edward.

«Anch’io.»

«Paura di morire?»

Edward scosse la testa. «No. Di non averti amata abbastanza apertamente.»

Mary si avvicinò. «Allora comincia adesso.»

Edward la guardò come se la vedesse per la prima volta.

«Ti amo,» disse.

Non era una frase nuova, ma era la prima volta che suonava senza difese.

Mary sorrise. «Vedi? Non era così difficile.»

Lui esitò. «Ho ancora paura che un giorno tu possa svegliarti e renderti conto che amare qualcuno così fragile è troppo.»

Mary gli prese il viso.

«Edward, ascoltami. Non si perde qualcuno tutto in una volta. Lo si perde ogni giorno in cui si smette di scegliere. Io ti scelgo anche quando è difficile, anche quando ho paura.»

Il vento increspò la superficie del lago.

Edward appoggiò la fronte alla sua.

«Prometti che se mai dovessi chiudermi di nuovo… mi costringerai a parlare.»

Mary sorrise appena. «Prometto. Ma tu prometti che non scapperai nel silenzio.»

«Promesso.»

Rimasero lì finché il cielo si scurì.

Il futuro non era garantito, forse non lo è mai, ma per la prima volta non sembrava un nemico.

Mentre tornavano verso casa, Mary prese la mano di Edward.

Non lo faceva più per paura che sparisse, lo faceva per ricordargli che era lì, e che, finalmente, non c’era più nulla di non detto tra loro.

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