Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il quadro di una vita” di Enrico Chiarugi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Era un uomo sui cinquant’anni, basso, con una calvizie già in stato avanzato, accentuata dal secco taglio a spazzola. Si muoveva in modo veloce e inquieto, guardandosi intorno con circospezione, come se volesse scusarsi per lo spazio che occupava e che considerava di proprietà altrui; di quelli che, al contrario di lui, avevano un lavoro e una famiglia.

I vestiti gli andavano un po’ larghi. A volte gli erano stati passati da amici che volevano rinnovare

il guardaroba, più spesso erano stati acquistati al mercato della cittadina toscana in cui abitava e poi sformati dal lungo uso.

Tutto lo conoscevano come “Zizzi”. In molti non sapevano neanche il suo vero nome e lui stesso non avrebbe potuto dire quando, perché e da chi era nato quel buffo nomignolo che conteneva l’ultima lettera dell’alfabeto ripetuta tre volte, quasi un marchio di nullità elevato al cubo.

In quella piccola società di provincia, Zizzi svolgeva un ruolo di pubblica utilità: permetteva ai suoi concittadini (laureati e non, sposati, con figli e senza, traditori e/o traditi, sfiniti dal lavoro, sfiduciati della vita) di rianimarsi per un attimo: davanti a lui, incontrato per strada o al bar e che era stato fatto oggetto di una battuta tagliente, la loro esistenza sembrava ritrovare un senso; i loro successi millantati, le loro bugie, dette ad altri e a sé stessi, le loro piccole miserie sparivano e tutto prendeva una parvenza di dignità. Non era molto per vivere ma abbastanza per sopravvivere.   

Guardando al suo stile di vita Zizzi non si poteva certo definire povero. Aveva un’auto, anche se una vecchia Cinquecento, fumava un pacchetto di Marlboro al giorno (nel Bar Tabacchi “Norge” – dove si recava ogni mattina a prendere il secondo caffè della giornata, fare quattro chiacchiere e leggere il giornale a sbafo – gliele davano morbide, come piacevano a lui, ma Zizzi tastava comunque il pacchetto per esserne sicuro), andava tutte le sere al cinema, a pranzo e a cena mangiava in trattoria, un posto tradizionale, senza troppe pretese, dove ordinava regolarmente un primo, un secondo con contorno e una macedonia, più un quartino di rosso “della casa”.

Rimasto a ventisette anni senza i genitori, morti in un incidente stradale quando lui era ampiamente fuori corso alla Facoltà di Giurisprudenza di Pisa, Zizzi si sentì subito dispensato non solo dal dovere di terminare gli studi, ma anche da quello più doloroso di doversi mettere a lavorare. Suo padre e sua madre, che da tempo avevano accantonato il sogno di vederlo laureato, avvocato e sposato con figli, stavano già pensando di lasciare i propri risparmi alle Sorelle del Divino Amore o ai Frati Comboniani (o magari a entrambi) ma il destino fu più rapido dei loro piani: deceduti senza aver fatto testamento (in cui avrebbero almeno potuto sfogarsi contro quell’inetto senza ambizioni che era toccato loro in sorte), i genitori di Zizzi lasciarono al figlio due appartamenti sul lungomare e un conto corrente di tutto rispetto. Un appartamento fu venduto e il ricavato fu messo in banca, a incrementare quel tesoretto che avrebbe dovuto farlo vivere di rendita, anche se con pochi lussi.

Zizzi iniziò così a vivere una vita senza pensieri (come se prima li avesse mai avuti!). Niente di particolare: con gli interessi del capitale poteva vivere decentemente, sempre che si attenesse a un programma rigido che non prevedeva colpi di testa. Per esempio, le vacanze, in questo suo piano, non erano previste. Del resto lui non ne aveva bisogno. Prima di tutto perché abitava in una cittadina sul mare e poi perché “le ferie sono la misera consolazione di chi deve sgobbare tutto l’anno, non certo di un uomo libero come me” – così almeno pensava, senza il coraggio di dirlo ad alta voce, seduto a un tavolino del bar frequentato dagli impiegati e dagli operai della grande fabbrica chimica che dava lavoro a mezzo paese.

Quando si accorse di provare qualcosa per una donna conosciuta al bar (fino a quel momento aveva avuto solo qualche pigro flirt estivo) ne fu quasi spaventato: la sola idea di dover introdurre nel suo programma di vita voci di spesa quali “invito a cena”, “fiori”, “anello”, fino alla più spaventosa di tutte, “matrimonio”, lo indusse a lasciar perdere ancor prima di cominciare a fare sul serio.

Da quel momento in poi iniziò a frequentare con moderazione le prostitute che si vendevano lungo l’Aurelia. Ne trovò una, Lina, neanche più tanto giovane, che lo trattò con particolare gentilezza dopo una sua prestazione rapidissima, che, proprio per la sua velocità, venne ricompensata con un piccolo sconto. Fu forse l’aspetto economico, unito ai toni dimessi di Lina, così diversi dagli abiti chiassosi delle altre ragazze, a far diventare Zizzi un suo cliente abituale e affezionato. Mai più di due volte al mese, però, ridotte poi a una man mano che l’inflazione gli erodeva in modo implacabile le sostanze, così come faceva il mare con le spiagge di quella modesta cittadina, bianchissime per gli scarichi del colosso del bicarbonato.

Zizzi teneva alle sue abitudini più di tutto. Ogni taglio alle entrate lo obbligava purtroppo a calcoli complicati e a dolorose “riallocazioni delle risorse” (parole sue) in cui coinvolgeva, come dispensatori di consigli inascoltati, non soltanto i suoi pochi amici ma anche i clienti occasionali del bar. Non era tanto il fatto di dover rinunciare a qualcosa (passare, per esempio, da un pacchetto di sigarette al giorno a tre quarti e poi a metà pacchetto), no; era il fatto che questo cambiamento ne causava altri: tempi di permanenza ridotti nel bar, dove all’epoca si poteva fumare mentre si leggeva il giornale, e tempi vuoti da riempire con altro, purché fosse gratis.

Alla fine degli anni ’70 e soprattutto nei primi anni ’80 l’inflazione marciava nel nostro paese con un passo trionfale, senza fare prigionieri. Dopo aver ridotto il conto corrente ai minimi termini, non bastandogli più i soli interessi, Zizzi si sentiva ormai costretto a vendere anche il secondo appartamento, quello in cui abitava. E qui bisogna dire che la sua pigra intelligenza riuscì a partorire un’idea, forse la prima, che si potesse definire quasi geniale.

Uno dei frequentatori del bar, un piccolo e avido commerciante della zona, parlando di sua madre, una vedova sull’ottantina ancora in gamba, confidò agli amici del biliardo di non poterne più dell’anziana donna, che si lamentava di continuo perché lui andava raramente a farle visita preferendole la stecca e il panno verde. In un attimo, davanti a un uditorio attento e sorpreso, dopo essersi schiarito teatralmente la voce, Zizzi si fece avanti ed espose con semplicità un teorema affilato. Il commerciante avrebbe potuto comprare il suo appartamento per un prezzo “interessante”, versandogli un piccolo mensile invece dell’intera cifra. La madre avrebbe potuto trasferirsi anche subito nella nuova casa, dove lui avrebbe però conservato l’uso di una stanza. La vecchia signora, in cambio della sua compagnia, si sarebbe “sdebitata” preparandogli la colazione tutte le mattine: “Un momento, questo, ideale per fare un po’ di conversazione” concluse Zizzi.

Attirato soprattutto dal prezzo, il commerciante, che non si faceva scappare neanche il più piccolo affarucolo, disse “sì” d’istinto, proponendosi di convincere la madre in un secondo momento – cosa che poi regolarmente avvenne, non dopo pochi tentativi.

Zizzi riuscì così a ottenere quello che si era proposto: un gettito mensile sicuro, con l’aggiunta di 850 lire di risparmio giornaliero sulla colazione al bar, e soprattutto il privilegio di non dover essere costretto a rinunciare alle proprie abitudini.

Nonostante questo suo sforzo – peraltro l’unico della sua vita – fosse stato coronato da successo, sembrava che il mondo intero si fosse passato la voce per congiurare contro di lui. Era in questa chiave almeno che Zizzi leggeva le notizie sul giornale. Il rinnovarsi della crisi israelo-palestinese, l’invasione dal Libano, l’aumento del prezzo del petrolio, persino le Brigate Rosse – fu fermato da una pattuglia della polizia a causa del suo vecchio montgomery da “sessantottino” in ritardo e fu perquisito piuttosto rudemente – tutto succedeva solo per dargli fastidio, per creargli un problema. Più lui cercava di nascondersi nelle pieghe della realtà “senza dar noia a nessuno” (così diceva) e più la realtà lo veniva a cercare, anche solo per annunciargli che la nuova legge finanziaria prevedeva ritocchi del bollo auto e delle tariffe energetiche.

I continui aumenti resero la sua vita un vero inferno. Zizzi, con le occhiaie e l’aria afflitta, si portava sempre dietro una calcolatrice e, battendo nervosamente sui tasti, faceva calcoli su calcoli. A chi gli chiedeva che cosa avesse, rispondeva con degli “Eeeh…”  lunghi e sospirosi, come a dire “Lo so solo io!”

Sembrava molto più stanco degli operai che frequentavano il suo stesso bar. Molti di loro, conoscendolo come arrivano a conoscersi le persone in provincia, grazie a una catena di pettegolezzi e pregiudizi, lo disprezzavano e lo deridevano da anni, da sempre ricambiati (ma sempre in silenzio). Anche con il suo vecchio cappotto di due taglie in più, Zizzi si sentiva superiore ai lavoratori in tuta e non era raro sentirlo predicare, in quell’epoca di scioperi frequenti, “che il paese era allo sfascio, che ci voleva ordine, che non era possibile andare avanti così”. Il tutto mai urlato e sempre detto di fronte a un conciliabolo di pochi intimi, anche perché prendersi un pugno in faccia avrebbe significato altre scocciature (andare dal medico, magari anche dal dentista) e lui non poteva certo permetterselo; non era solo per i soldi, era perché aveva le ore della giornata scandite da una miriade di impegni.

Tra questi c’era anche quello di telefonare una o due volte alla settimana alle zie di Firenze, due signorine di ottantanove e ottantasette anni che vivevano insieme in un bell’appartamento di proprietà sul Lungarno. Quella casa era, in prospettiva, la sua assicurazione sulla vita: unico nipote, figlio della sorella amatissima, l’unica che si fosse maritata, Zizzi si sentiva già l’eredità in tasca. Non arrivava ad augurare la morte alle due vecchiette che, sorde come due campane e magre come due acciughe, sembravano invece avere una salute di ferro, ma, si sa, prima o poi tutti si muore.

È che le zie non morivano mai. La sua chiamata dal telefono a gettoni del bar (Zizzi non aveva più il telefono in casa, un’altra spesa eliminata) era fatta un po’ per sincerarsi che le due donne ci fossero ancora, un po’ per accattivarsele ben bene: è vero che era l’unico nipote, ma meglio non dare niente per scontato. Peccato che la sordità delle zie lo costringesse ad alzare la voce nel locale affollato e alla fine gli facesse sprecare più gettoni del dovuto.

Non era raro che qualche cliente del bar, dando di gomito a un altro o facendo l’occhiolino alla cassiera, si divertisse a provocarlo: “Allora, come stanno le zie? Tutto bene a Firenze?”. C’era la volta in cui qualcuno diceva di aver letto sul giornale che il capoluogo della Toscana guidava le statistiche per la maggiore longevità dei suoi abitanti. O chi invece vantava ad alta voce i benèfici effetti del Gerovital, un farmaco “miracoloso” di cui a quei tempi si era molto occupata la stampa: “Macché novanta, cento anni! Vedrete che tra un po’ si vivrà fino a centoventi, centocinquant’anni!” E intanto faceva cenni d’intesa ai vicini.

Zizzi li lasciava dire con un sorriso di superiorità stampato in faccia e senza dar loro corda, tanto sarebbe stato lui a ereditare e allora figurarsi la rivincita che si sarebbe preso!

Le due sorelle, abituate a vivere in simbiosi, morirono a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, quando ormai lui non se lo aspettava più, quasi fossero diventate immortali. Fu proprio una telefonata fatta al Bar Norge dalla loro portinaia a dargli la notizia che “sua zia Ersilia si era spenta serenamente”. E fu sempre per telefono, una settimana dopo il funerale della zia più anziana (Zizzi era andato a Firenze in treno – costava meno – indossando un vestito nero prestatogli da un amico) che venne a sapere che “si era spenta serenamente” anche Angela, la più giovane.

Chi prima lo derideva ora gli batteva la mano sulla spalla ma Zizzi non sembrava poi così felice. Lo aspettavano tutte le preoccupazioni dell’eredità, le pratiche burocratiche e poi far pulizia nella casa dove le due vecchiette avevano ammonticchiato avanzi di stoffe, vecchi bottoni, riviste polverose; al solo pensarci non riusciva quasi a trattenere le lacrime. Sarebbe stato costretto a fermarsi a Firenze per qualche giorno. E dove avrebbe mangiato?

La delusione di Zizzi fu enorme. Le due donne avevano lasciato la casa e i soldi del conto corrente al Convento delle Suore di Maria Addolorata, la cui Madre Superiora “è stata di particolare conforto per le sue povere zie, alleviando la loro solitudine” – così gli disse il notaio, un vecchio amico di famiglia, non senza un leggero tono di riprovazione nella voce. Il nipote era ricordato solo come legatario delle suppellettili, in gran parte ciarpame, e di un gatto soriano senza età e dal sesso indefinito. Unica nota positiva per lui, che era comunque costretto a liberare i locali entro una settimana (su questo la Madre Superiora era stata inflessibile), una decina di quadri di post-macchiaioli toscani coperti di polvere, che avevano comunque un qualche valore sul mercato locale.

Per un po’ di giorni non lo si vide al Bar Norge, dove la notizia del testamento si era già diffusa, tanto che ci fu pure qualcuno che si preoccupò per lui. Possibile che avesse fatto un gesto insano?

Zizzi odiava gli eccessi, giudicandoli uno spreco inutile dei suoi nervi (e di pastiglie di ibuprofene 400). Per cui, presi i quadri e dato tutto il resto a un rigattiere in cambio di due lire e di un passaggio in furgone verso la costa, giudicò che la cosa migliore da fare fosse accettare il corso degli eventi e tornare alla routine di sempre.

Una sua visita in banca per prelevare un po’ di contanti (si era ancora lontani dalla diffusione delle carte di credito e dei bancomat) gli ricordò duramente che non solo gli interessi si erano ormai ridotti al lumicino, ma anche che i suoi risparmi “erano gravemente intaccati” – come gli disse con un sorriso sulle labbra il direttore. Era questi una specie di “omino di burro” che nel tempo aveva proposto a Zizzi di “muovere il capitale” con investimenti che, con il senno di poi, gli avrebbero dato ottimi risultati. In quel sorriso Zizzi leggeva, non a torto, il sadico piacere di chi sa di avere la ragione dalla sua, oltre al senso di superiorità morale – questo, per lui, assolutamente incomprensibile – di chi si guadagna il pane lavorando. 

Cominciò a vendere i quadri, uno dopo l’altro. Contadini e covoni, calessi e barrocci, marine e barconi: Zizzi non li aveva mai guardati con attenzione se non nell’angolo in basso a destra, quello della firma. Natali, Domenici, Romiti: scolari diligenti dei primi macchiaioli, nessuno di loro aveva mai fatto un colpo di testa in vita sua, proprio come lui. Ogni nome significava però almeno un milione, un milione e mezzo di lire; qualche mese in più di ossigeno, poi si sarebbe visto. Nel frattempo li aveva appesi in sala, nonostante le proteste della vecchia signora, che, a buon diritto,

si sentiva la vera proprietaria della casa. Zizzi stava infatti invadendo il suo territorio, dove montavano la guardia, da due grandi quadri a olio, Padre Pio e la Madonnina di Lourdes.

La donna ormai lo tollerava a malapena. Ogni mattina la tazza di caffellatte che Zizzi prendeva tra le 10.00 e le 10.30, mai prima, gli veniva regolarmente sbattuta davanti accompagnata da un borbottio ostile, con conseguente fuoriuscita di liquido a bagnare la tovaglia. Lui non protestava, ma per ripicca aveva abolito qualsiasi forma di conversazione. Pur di non doverla incontrare sui suoi passi, trascorreva quasi tutta la giornata fuori casa, diviso tra bar, ristorante, di nuovo bar, di nuovo ristorante e cinema a chiudere. Uniche varianti, il mare d’estate e un passaggio finale al bar la domenica sera, quando il cinema locale replicava il film del sabato.

Tra tutte le voci di spesa quella che cominciò a creargli dei seri problemi fu il ristorante. L’idea di cucinarsi qualcosa in casa, neanche a pensarla: non ne era capace e poi avrebbe voluto dire entrare in cucina ma quella stanza gli era preclusa dalla vecchia. I panini del bar non si accordavano con il suo frequente mal di stomaco. E mangiare si doveva comunque.

La trattoria “Da Armando” era passata di mano più di una volta. Nessuno si ricordava più chi fosse davvero quell’Armando che aveva dato inizio alla serie dei proprietari e di cui nessuno, più per indolenza che per una precisa volontà, aveva voluto cambiare l’insegna, rassicurante nel suo stile anni ’50. Le varie gestioni si erano passate anche Zizzi, ospite fisso del secondo tavolo in fondo a destra, come fosse un arredo del locale. Mario, l’ultimo padrone, una volta che il suo cliente più fedele aveva fatto un discorso vago sul voler provare anche l’altra trattoria del paese, gli aveva praticato un piccolo ritocco alla cifra già modesta che gli veniva saldata a fine mese, ma anche “quei quattro soldi che non ci pagano neanche la luce – così diceva Mario alla moglie, che stava ai fornelli – cominciavano a pesare troppo. Del resto Zizzi ci aveva provato, ma non c’era modo di tagliare da altre parti.

Fu proprio Maria, la moglie di Mario (i rispettivi genitori non si erano certo sprecati con la fantasia) ad avere l’idea e a comunicarla a Zizzi con il dovuto tatto: se avesse dato una mano a servire ai tavoli, avrebbe avuto pranzo e cena gratis, per non parlare delle possibili mance. Certamente non glielo disse in questo modo così diretto e neanche in una sola volta. Conoscendo la sua suscettibilità, la procace signora impiegò una settimana buona per arrivare al punto.

Zizzi, sulle prime, non capì. Un lavoro? Ma stavano scherzando? E da cameriere, poi! Servire, lui?

“Non sarebbe stato un vero lavoro. Si trattava solo di porgere i piatti con un sorriso – gli disse Maria – Non era neanche servire. Era piuttosto mostrare l’ospitalità di un padrone di casa. E di quella casa poteva a buon diritto considerarsi uno dei proprietari, no?” Zizzi non doveva rispondere subito; che si prendesse pure tutto il tempo per pensarci.

Sparì per una settimana. Il tempo di provare l’altra trattoria, che lo scontentò nel gusto, ma soprattutto nel prezzo. Si affacciò anche in alcuni bar del paese che in quegli anni stavano offrendo i primi “piattini” e le prime “insalatone” a quei pochi impiegati della fabbrica, compatiti dai colleghi, che non riuscivano a mangiare a casa nella pausa pranzo. Fu uno schifo totale.

Mario e Maria lo videro affacciarsi alla porta poco prima delle 12.00, mentre stavano pranzando insieme alle due aiuto cuoche. Non ci fu bisogno di parole, che avrebbero solo fatto del male a Zizzi. Mario aggiunse alla tavola una sedia e un piatto, le cuoche gli fecero lo spazio in mezzo, Maria gli porse la cofana con i ravioli al ragù che, quella volta, trovò ancora più buoni del solito.

Finito di mangiare, Zizzi si avviò in silenzio verso la grande credenza in noce, aprì il primo cassetto e ne tirò fuori un grembiule immacolato; un’infinità di volte lo aveva visto fare a Mario e a tutti i gestori che lo avevano preceduto. Si guardò poi nello specchio di fronte e non riuscì a nascondere un pizzico di autocompiacimento. Per fortuna non si accorse del sorriso che si scambiarono in quel momento marito e moglie; un sorriso di tenerezza, non certo di derisione, che però , se fosse stato scoperto, avrebbe fatto fallire l’impresa sul nascere.

Tutto andò molto meglio del previsto. Zizzi fu un cameriere inappuntabile, come quel ristorante non ne aveva mai avuti: preciso nel servire a tavola, preciso negli orari di lavoro. Prese persino l’abitudine di mettere la sveglia al mattino (anche se alle 9.00) per l’ansia di non riuscire a fare il solito passaggio al Bar Norge, che ora lasciava misteriosamente con un’ora di anticipo. Qualcuno cominciò a fargli delle domande che Zizzi riuscì però a eludere abilmente.

In una ventosa giornata d’inverno, una delle tante in quel paese sul mare, un avventore del bar fece capolino al ristorante, che era frequentato per lo più da camionisti, rappresentanti e gente di passaggio; stava traslocando in un nuovo appartamento e non gli avevano ancora installato la cucina, altrimenti non avrebbe mai sprecato novemila lire solo per pranzare. Il suo stupore nel vedere Zizzi che serviva ai tavoli fu enorme, ma ancora più grande fu il suo sollievo quando venne direttamente il padrone a prendere la comanda, togliendolo dall’imbarazzo di un saluto.

Zizzi sembrava non averlo riconosciuto o aveva fatto semplicemente finta di niente, tanto il suo percorso tra un tavolo e l’altro sembrava studiato, in modo da non doversi mai trovare di fronte a quel suo compaesano.

Precipitatosi dopo pranzo al Bar Norge, l’uomo diffuse la notizia in un attimo, dopo aver teatralmente radunato la gente intorno a sé, come qualcuno che si prepara per un colpo a effetto. Fu la seconda sorpresa di quella giornata. La storia certamente lasciò tutti stupiti, ma invece di suscitare ilarità, come il delatore aveva previsto, fece nascere in tutti un sottile fastidio e anche una certa vergogna di sé stessi. Le persone ora si sentivano a disagio, soprattutto quelle che avevano preso in giro Zizzi più delle altre, quasi fosse una colpa personale se il loro zimbello era stato punito in un modo che consideravano avvilente. Furono in particolare le donne a esclamare tutta una serie di “Ma no!”, “Oddio!”, “Poverino!”, fulminando con gli occhi l’autore del racconto che in quel momento avrebbe tanto voluto scomparire. Da quel giorno il poveruomo vide calare le sue fortune con l’altro sesso, venendo via via emarginato anche dal giro dei giocatori di scopone e da quello degli amanti della stecca.

Per Zizzi si aprì una stagione nuova della sua vita, forse la più serena. Intorno a lui si sviluppò un’affettuosa rete di protezione di cui egli non si accorse subito. Al bar la cameriera lo serviva prima degli altri, il caffè gli veniva preparato ben ristretto, proprio come piaceva a lui, la cassiera gli metteva da parte le Marlboro morbide; i clienti, poi, cercavano di coinvolgerlo nelle discussioni del giorno non – come facevano un tempo – per avere l’occasione di prenderlo in giro, abitudine viva e vegeta in quei crudeli paesini della Toscana, ma per farlo sentire protagonista di qualcosa.

Al ristorante gli avventori erano aumentati e quelli affezionati si facevano vedere ancora più spesso. Mario e Maria non fecero alcuna fatica a riconoscere che Zizzi, con la sua dignitosa cortesia, aveva contribuito non poco a questo successo. Dopo i primi tempi la sua rigidità nel porgere i piatti come nell’interloquire con i clienti aveva lasciato il posto a una gentilezza naturale che però non oltrepassava mai i confini del rispetto reciproco, diventando una troppo facile confidenza. Questo alle persone piaceva molto.

Marito e moglie avevano anche pensato di assegnare a Zizzi una piccola quota del locale, in modo da farlo sentire ancora più coinvolto, ma quando glielo proposero, immaginando una sua risposta entusiastica, si trovarono invece davanti a un “no” abbastanza secco. Non avevano pensato, loro, a tutte le grane che questo voleva dire? Il notaio, il commercialista, “il rischio imprenditoriale” – Zizzi usò proprio questa espressione. Non se ne parlava neanche. Ci aveva messo così tanto ad accettare il suo “nuovo destino” (parole sue) che la sola idea di modificarlo, anche di poco, non lo avrebbe più fatto dormire. Il “nuovo destino”, forse richiamato da questa citazione, si risvegliò e prese una forma inaspettata.

La “vecchia” che viveva con lui era diventata del tutto inabile e ora, a restringere ancora di più gli spazi di Zizzi nella sua ex casa, era arrivata anche una badante moldava dai modi spicci. Niente più caffellatte servito al mattino e movimenti sempre più ridotti, anche perché la badante dormiva su un divano letto in salotto. Al mattino Zizzi metteva fuori la testa solo quando la donna era già uscita per fare velocemente la piccola spesa del giorno, dato che l’anziana signora, immobilizzata a letto, non poteva essere lasciata sola per molto.

Sulla parete sopra il divano i quadri, tranne uno, erano spariti tutti, lasciando le sagome polverose delle cornici impresse sull’intonaco malandato della stanza. Era rimasta solo una marina di Gino Romiti, tutta giocata sui toni del grigio e dipinta in un’uggiosa giornata di autunno, proprio come quella che si poteva scorgere dietro i vetri delle finestre in quel giorno determinante per questa storia.

A Zizzi restavano pochissimi soldi in banca. Prese perciò lo scala dallo sgabuzzino, la avvicinò alla parete e la aprì con cura.  Iniziò a salirne i gradini pensando a quello che avrebbe potuto ricavare dalla vendita del quadro, lasciato per ultimo perché era stato l’unico che era riuscito a fargli provare qualche emozione, anche nelle rapide occhiate che gli capitava di dargli prima di uscire di casa.

Il quarto gradino si spezzò con un suono secco. Nei pochi anni in cui la scala aveva fatto comunque il suo dovere, quel sottile pezzo di legno era riuscito a nascondere perfettamente il suo difetto di fabbricazione. Zizzi cadde all’indietro, roteando le braccia come per cercare un appiglio che non c’era. La sua caduta si fermò solo quando la seconda vertebra cervicale centrò con precisione millimetrica lo spigolo anteriore destro di una grossa cassapanca nera, dove la vecchia signora teneva ancora parte del suo corredo da sposa. Nel lampo che passò tra lo schianto e lo spegnersi definitivo di ogni luce, Zizzi fissò lo sguardo sui due tronconi dello scalino, caduti per terra a pochi centimetri dal suo viso.

“La gente oggi lavora male” furono le ultime parole di colui che sarebbe sicuramente diventato, se solo lo avesse voluto, il più grande cameriere del mondo.

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