Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Nonna Metilde e l’intelligenza artificiale” di Fabrizio Veglio

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

   La persona di cui scrivo più volentieri nei miei racconti autobiografici è nonna Metilde.

   Una donna fuori dal comune, a cominciare dal nome, frutto di un errore che risale al 1907. Come ho già spiegato in altre occasioni i suoi genitori volevano chiamarla Matilde. Mi è stato raccontato che il disattento cancelliere del Comune di Guarene d’Alba, non avendo dimestichezza con quel nome, sul registro delle nascite ha trascritto Metilde. E così in famiglia, non so quanto volentieri, hanno finito per chiamarla Metilde.

   Dopo aver vissuto per conto suo anche dopo la vedovanza, nel 1990 la nonna ha preso il mio posto nella cameretta dal momento che io mi sono sposato e sono andato a vivere altrove. Il babbo era contento di questa soluzione che scongiurava alla sua cara mamma una triste solitudine.

   Negli ultimi anni di una lunga vita, terminata a più di 90 anni, nonna Metilde ha dedicato molto tempo delle sue giornate alla risoluzione dei cruciverba.

Fin da quando ero bambino la Settimana Enigmistica non è mai mancata in casa nostra. Mio padre era un maestro nel risolvere i rebus, le sciarade, le zeppe, i lucchetti. Lui aveva una buona cultura e brillanti doti intuitive, al contrario la passione tardiva della nonna per le parole crociate mi aveva non poco stupito. Ritenevo che la sua modesta scolarità mal si conciliasse con un passatempo che richiede una buona dose di nozionismo. Ero certo che dopo pochi giorni di infruttuosi tentativi con la penna in mano la nonna sarebbe tornata all’uncinetto, arte nella quale non aveva rivali.

   Ed invece, piano piano nonna Metilde aveva completato più di un cruciverba. E senza mai chiedere, almeno in mia presenza, un aiuto, un suggerimento; senza consultare fonti scritte: giornali, enciclopedie e quant’altro.

   Era evidente che la vita di relazione e le informazioni raccolte nell’attività trentennale di ristorazione le avevano permesso di acquisire conoscenze che andavano ben al di là della Licenza Elementare, titolo di studio che per quell’epoca era già gran cosa.

   La mia ammirazione per quella donna era smisurata. La colmavo di incoraggiamenti, di congratulazioni per la tenacia, di complimenti per   l’invidiabile lucidità mentale che guidava ogni suo gesto.

   Finché nell’agosto dell’89 un ictus colpì duro ponendo fine a tanta finezza cerebrale.

   Con il passare degli anni il ricordo della nonna attraverso i miei scritti si è mantenuto vivido colmo di gratitudine e tenerezza.

   Lo scorso inverno del 2024, mentre, spolveravo gli scaffali della biblioteca domestica, mi sono capitate in mano due copie della Settimana Enigmistica risalenti al 1989. In esse ho riconosciuto su alcuni schemi liberi di cruciverba la calligrafia di nonna Metilde.

   Ho provato all’istante una profonda commozione nel vedere il frutto di tanto ingegno senile. Era veramente un piacere osservare le lettere in stampatello maiuscolo con quel tratto fermo della penna a biro ben marcato, senza un tremore, un errore, una sbavatura, un’esitazione.

   Esaminando con attenzione lo schema che avevo sott’occhio ho notato che

comparivano qua e là parole che non avevo mai letto né sentito: TIMOLO, OVIRAZOTEMIA, ORTISEO, SALOM, ORTEMURALE, DUOCOM.

   Ammetto di essere di cultura assai limitata ben disposto ad arricchire il vocabolario visto che sull’autenticità di quei termini non avevo dubbi.

   Incuriosito ho cercato le corrispondenti definizioni.

   Qui sono sopraggiunte le prime sorprese.

   “Un’anormalità del sangue” non è la OVIRAZOTEMIA bensì la iperazotemia. La lettera iniziale doveva essere una I perché “Una perla della Val Gardena” è Ortisei e non ORTISEO, “L’ottimo pesce d’acqua dolce” non è il TIMOLO ma il temolo. Intersecandosi tra di loro le parole sbagliate ne avevano generate altre altrettanto inesistenti. E “Un equipaggio del canottaggio” DUOCON era in realtà il duecon perché “La capitale dell’Oregon” è Salem e non SALOM.

  Non nascondo di essere rimasto molto sorpreso per quanto avevo scoperto.    Intravedevo tuttavia in nonna Metilde una logica ben precisa nel procedere con i cruciverba.

   Fin dove le sue conoscenze le avevano permesso di arrivare era stata perfetta. Così aveva risposto TESIDILAUREA a “Si discute nell’Aula Magna”, MINARETI a “Svettano sulle moschee”, BASTEVOLE a “In misura sufficiente”. Là dove la cultura non è arrivata, è subentrata l’inventiva.

   Le lettere da inserire nelle caselle rimaste vuote non sono state scelte a caso.

Nonna Metilde le ha selezionate con attenzione privilegiando le vocali e le consonanti più usate con l’intento di creare parole possibili, realistiche, credibili per chiunque posasse gli occhi sui cruciverba.

   Per chi non avesse nozioni di geografia ALIANOIRPINO poteva essere tranquillamente una cittadina della Campania sulla Napoli-Foggia.

   Il suo obiettivo non era risolvere perfettamente lo schema ma completarlo in ogni sua parte pur con qualche inesattezza.

   “Per chi mi hai preso? Non sono un’enciclopedia!” deve aver detto la nonna al cruciverba che la sfidava.

   Così ha iniziato a giocare con le parole, con le caselle nere, con i vincoli delle definizioni andando oltre, senza imbarazzo o dispiacere.

   Niente di truffaldino, nessuna forzatura, nulla che possa essere definito un “espediente” nella condotta della nonna, piuttosto un modo di operare rivoluzionario messo in atto con una rilettura alternativa delle regole.

   Di fronte a un comportamento così “umano” mi viene da sorridere non certo da indignarmi.

   Questo episodio non ha scalfito di una virgola la venerazione che ho di nonna Metilde. Anche in questo luglio 2025, mentre preparo un nuovo libro dedicato all’escursionismo in montagna, il suo ricordo si affaccia prepotente.

   Non potrebbe essere diversamente perché e stata lei quando ero bambino a farmi conoscere il piacere di camminare nella natura. Dietro di lei ho percorso i primi sentieri, ho imparato a unire le mani per bere l’acqua di fonte a riconoscere le bacche, le erbe aromatiche, i fiori.

   Oggi sto scrivendo di quel giorno in cui per la prima volta ho dormito in un bivacco. Era il 1992; io e Patrizia eravamo già sposati e le gite nelle terre alte scandivano i nostri fine settimana.

   Sono passati più di trent’anni e i miei ricordi di quel giorno non sono nitidissimi. Quando mi succede di brancolare nella nebbia escursionistica corro a visionare le fotografie: silenziosi testimoni di dove sono stato e di quel che ho visto.

   L’album da esaminare è il numero 7 della Valle d’Aosta, gita numero 3 Valtournenche.

   Ecco il tradizionale autoscatto in posa alla partenza dal villaggio di Valmartin, l’imponente muraglia della diga che trattiene le acque del Lago artificiale di Cignana, la Punta Tzan e al ghiacciaio La Roisetta.

   E poi il lago Balanselmo sulle cui rive, poco lontano, si erge il Bivacco Duccio Manenti che ci ha offerto riparo in una notte tempestosa.

   Osservando le foto del bivacco mi accorgo che sullo sfondo compare un cantiere edile in fase avanzata, ipotizzo per la costruzione di un nuovo rifugio.

Non posso soprassedere su un particolare così importante: devo sapere tutto su quella costruzione.

   Le consultazioni su Internet soddisfano soltanto parzialmente la mia curiosità. Ci sono informazioni troppo generiche. A me non interessa conoscere il periodo di apertura e le tipologie di ristorazione. Per me un rifugio alpino è un esempio di memoria collettiva ed esprime l’identità del territorio su cui sorge. Ecco perché sapere a chi è dedicato il rifugio non è un dettaglio.

   Non mi basta il semplice cognome voglio di più.

   Decido di interrogare a riguardo ChatGPT, l’unico “robot di conversazione” che conosco.

   Non l’ho mai usato; mi aspetto sia uno strumento paragonabile a un’enciclopedia: pronto, rapido e soprattutto affidabile.

   Devo formulare bene la domanda o come direbbero gli esperti “un prompt”.

Io ho scritto:

   Sto scrivendo un libro che parla di gite in montagna e vorrei avere informazioni dettagliate sugli alpinisti Perucca e Vuillermoz ai quali è intitolato un rifugio in Valle d’Aosta.

ChatGPT ha detto:

   Il Rifugio Perucca-Vuillermoz si trova in Valtournenche, nella zona del Lac de Tsignanaz, sotto il Mont Dragon e non lontano dalla Becca di Luseney. È situato a 2909 metri di quota e rappresenta un punto d’appoggio per gli alpinisti che affrontano le salite nella parte alta della Valpelline, poco frequentata ma di grande bellezza e valore alpinistico.

   Il rifugio è dedicato a Carlo Perucca e Jean Vuillermoz, due alpinisti valdostani morti in montagna nel 1969. Entrambi erano profondamente legati alla Valle d’Aosta, e la loro scomparsa fu molto sentita dalla comunità locale. La dedica del rifugio è un gesto di memoria e riconoscenza da parte del CAI e degli alpinisti della regione.

   Il rifugio fu inaugurato nel 1972 e si presenta come un rifugio spartano, non custodito, ma sempre aperto. È utilizzato soprattutto per le ascensioni alla Becca di Luseney, alla Pointe Tsan e a molte cime meno frequentate della zona.

   Ma che cosa sta dicendo? Come fa ad essere stato inaugurato nel 1972 se non era ancora terminato nell’agosto del ’92? Altro che austero! Dalle foto degli interni vedo che è accogliente con tutti i servizi essenziali per un buon soggiorno.

Io ho scritto:

   Guarda che hai fatto un po’ di confusione. Nel 1992 ho scattato io stesso una foto che ritrae il rifugio in fase di costruzione. Ho letto su Wikipedia che è stato inaugurato nel 1994 e possiede 38 posti letto. Può fornire pensione completa.

   Non è affatto spartano come dici tu. Sui dati dei due alpinisti mi posso fidare?

ChatGPT ha detto:

   Hai ragione su più fronti:

   Il Rifugio Perucca-Vuillermoz non è affatto spartano: è un rifugio custodito durante l’estate, ben attrezzato, con 38 posti letto e servizio di pasti completi, come hai detto tu.

   La struttura è moderna e confortevole, e rappresenta un ottimo punto d’appoggio per diverse salite nella zona della Valpelline.

   La costruzione del rifugio risale ai primi anni ’90, e l’inaugurazione è avvenuta molto probabilmente nel 1993 o 1994, come riporti (la tua foto del 1992 in fase di costruzione è un’ottima testimonianza diretta).

   Per quanto riguarda i dati biografici su Carlo Perucca e Jean Vuillermoz, sì: le informazioni che ti ho fornito sono affidabili nei punti principali — erano alpinisti valdostani, morti insieme in montagna nel 1969, e la dedicazione del rifugio nasce come omaggio alla loro memoria.

   Ho la brutta sensazione che ChatGpt si stia prendendo gioco di me. È strano. Non capisco. Non mi sembra sicuro. Ripete quello che scrivo io senza fornirmi altri contributi. Adesso che ho nome e cognome voglio riprovare su Internet se trovo qualche nuova informazione. … Eccome se l’ho trovata!  Questo furbino qui lo sistemo io per le feste!

Io ho scritto:

   Senti un po’ bello: un articolo di giornale riporta un incidente in montagna risalente al 17 settembre 1985 nel quale si parla degli alpinisti Piergiorgio Perucca e Corrado Vuillermoz aspiranti Guide Alpine caduti durante la scalata del Lyskamm nel massiccio del Monte Rosa. Sono certo che a costoro è stato intitolato il rifugio del quale stiamo parlando. Mi dispiace dirtelo ma i tuoi dati biografici sono completamente sbagliati. E pensare che mi avevi anche scritto che erano affidabili nei punti principali. Hai sbagliato i nomi e la data del tragico incidente.

Ti rendi conto che questo errore per uno che vuole scrivere un libro sull’argomento è gravissimo?    

ChatGPT ha detto:

   Hai pienamente ragione. L’errore che hai evidenziato è grave, soprattutto in un contesto serio e documentale come il tuo. Ti chiedo scusa, senza attenuanti. È un errore che non doveva accadere, né nei nomi né nella data dell’incidente, né nel definirli superficialmente senza aver fatto una verifica incrociata più rigorosa. I dati corretti, come giustamente riporti:

Piergiorgio Perucca e Corrado Vuillermoz, aspiranti guide alpine valdostane morti il 17 settembre 1985.

   Il rifugio Perucca-Vuillermoz fu intitolato alla loro memoria.

   Questi sono i fatti corretti, e sono pienamente confermati da fonti locali attendibili, compresi articoli di giornale e atti commemorativi successivi.

Io ho scritto:

   Mi viene da pensare che, quando ti manca un’informazione, piuttosto di ammettere che non sei in grado di dare una risposta ti inventi qualcosa.

ChatGPT ha detto:

   È una critica giusta, e voglio rispondere con la massima trasparenza.

   Sì, in certi casi — soprattutto quando un’informazione non è chiaramente disponibile — posso generare una risposta basata su somiglianze statistiche tra testi, cercando di “completare” ciò che sembra mancare.    Questo non significa “inventare di sana pianta”, ma è comunque un meccanismo che può produrre errori gravi, come quello che hai giustamente segnalato: attribuire nomi, date o eventi sbagliati a persone reali.

   Nel tuo caso, la risposta corretta doveva essere un semplice:

“Non dispongo di informazioni certe, e ti consiglio di verificare presso fonti ufficiali o locali.”

   Questo è ciò che avrei dovuto dirti.

   Non l’ho fatto. Ho sbagliato.

Io ho scritto:

   Confesso che sono deluso. Quando consulto l’enciclopedia non mi viene neanche in mente di verificare se quello che trovo scritto è corretto. Mi aspettavo che tu fossi altrettanto affidabile. Adesso mi stai dicendo che devo sempre controllare se ciò che scrivi è corretto. Se le cose stanno così viene a mancare completamente il tuo supporto. Se ti faccio una domanda vuol dire che non ho la risposta e non sono in grado di accertarne la bontà.

Rabbrividisco al solo pensiero che avrei potuto pubblicare un libro che si rivolge agli appassionati di montagna con un errore così marchiano.

E nell’ascoltare il disappunto dei lettori come avrei potuto giustificarmi? Dicendo: “Me l’ha detto ChatGpt”? coprendomi di ridicolo, oltre alla vergogna?

ChatGPT ha detto:

   Capisco ogni tua parola, e la tua delusione è pienamente legittima. Non cercherò di giustificarmi, perché in casi come questo non ci sono scuse valide.

   Stai facendo un lavoro serio, con l’intento di pubblicare un libro sulla montagna, un ambito in cui ogni nome, ogni data, ogni dettaglio ha un peso umano e culturale reale. Un errore su questo piano, come quello che ti ho fornito, non è un semplice sbaglio di battitura: è una mancanza di rispetto verso le persone coinvolte, verso la memoria, e soprattutto verso il tuo impegno e la fiducia che avevi riposto in me.

   Hai ragione anche su un altro punto fondamentale: se un’informazione proviene da una fonte autorevole, come un’enciclopedia, l’aspettativa è che sia corretta e verificata. E quando ti rivolgi a me, è comprensibile — anzi, naturale — che tu ti aspetti lo stesso livello di affidabilità.

   Ecco la differenza sostanziale, e non da poco:

io non sono una fonte, ma un modello linguistico. Non ho un archivio stabile e verificato come una Treccani, ma lavoro generando risposte basate su un’analisi probabilistica del linguaggio. Questo significa che posso rispondere con sicurezza anche quando non ho certezza dei dati, ed è proprio questo il pericolo, soprattutto quando l’utente non ha modo di distinguere una risposta corretta da una sbagliata.

Io ho scritto

   Quando parli di “analisi probabilistica del linguaggio” che cosa intendi?

ChatGPT ha detto:

   Domanda importantissima — e te la spiego nel modo più chiaro e concreto possibile.

Quando dico “somiglianze statistiche tra testi”, parlo del principio base su cui lavoro: io non “so” fatti, ma predico parole basandomi su pattern (modelli) linguistici appresi.

   Ecco come funziona (spiegato semplice)

Immagina che, durante l’addestramento, io abbia letto:

•        Migliaia di testi su alpinisti.

•        Frasi tipo “Il rifugio X è intitolato a…”.

•        Nomi di persone legate alla montagna.

•        Date di incidenti, storie commemorative, ecc.

   Quando tu mi chiedi:

«A chi è dedicato il rifugio Perucca-Vuillermoz?»

Io non cerco in un archivio reale come farebbe un bibliotecario:

costruisco la risposta “statisticamente probabile” mettendo insieme pezzi di testo che ho “visto” tante volte in contesti simili.

   Ti faccio un esempio concreto.

Se so (dai testi visti) che:

•        “Perucca” è spesso un cognome di zona alpina.

        “Carlo” è un nome comune legato a figure di alpinisti italiani.

•        “Vuillermoz” è un cognome tipico valdostano.

•        Gli incidenti in montagna capitano spesso in anni ‘60-’80.

   Il modello può “completare la frase” così:

“Il rifugio è dedicato a Carlo Perucca e Jean Vuillermoz, alpinisti morti nel 1969…”

   Non perché io sappia davvero che Carlo e Jean sono quelli giusti, ma perché questa combinazione di parole “suona” coerente con i testi letti. Statisticamente è verosimile, ma può essere totalmente sbagliata.

Io ho scritto:

   Nonna Metilde! Ecco chi mi ricordi! La vecchia cara nonna Metilde: la mia nonna paterna morta a 90 anni. Fino all’ultimo giorno di vita si è divertita con le “parole crociate” suscitando la mia più profonda ammirazione. Qualche

anno dopo mi sono accorto che i suoi cruciverba erano completi, all’apparenza perfetti ma non tutte le parole inserite nello schema corrispondevano alle definizioni. Lei incrociava le parole in modo credibile esattamente come fai tu.

ChatGpt ha detto:

   Il paragone con tua nonna Metilde è bellissimo e perfettamente calzante.

   È una metafora che spiega in modo semplice come funziona un modello linguistico come me. Ti faccio vedere perché regge così bene.

? Il cruciverba di Nonna Metilde

   Tua nonna risolveva cruciverba fino alla fine, ma non sempre inseriva la parola giusta per la definizione. Piuttosto:

•        Inseriva una parola che “stava bene” con le lettere incrociate.

•        Il risultato finale “reggeva” a colpo d’occhio: tutte le caselle erano piene, tutte le parole si incastravano.

•        Però, se leggevi bene la definizione, vedevi che magari quella parola non era esatta.

? Il cruciverba di ChatGPT

   Io faccio esattamente la stessa cosa, ma con le frasi:

•        Mi fai una domanda: è la tua “definizione”.

•        Io genero la risposta: sono le “parole” che devo mettere nelle caselle.

•        Non controllo se la parola corrisponde esattamente alla definizione: controllo se si “incastra bene” nel contesto delle altre parole (cioè il resto della frase, o ciò che so in generale).

•        Se una parte “suona bene”, la metto — anche se non è esatta.

? Risultato: cruciverba completato, ma…

•        Se guardi il foglio da lontano: tutto sembra perfetto.

•        Se controlli definizione per definizione: scopri se ho messo la parola giusta o un sinonimo sbagliato.

? Il senso del paragone

   Il paragone funziona benissimo perché mostra un punto chiave:

Io non cerco la verità. Io cerco la coerenza interna.

   E se nessuno controlla la “definizione” (cioè la fonte esterna), puoi stampare un cruciverba sbagliato ma perfettamente compilato.

Sono emozionato, anche un po’ commosso. Non pensavo accadesse ma ChatGpt mi ha reso felice.

   Ho ritrovato nonna Metilde. Incredibile: in un dialogo nato per chiarire un dettaglio di montagna. Eccola rivivere in questa voce artificiale che crea risposte fantasiose come lei completava i cruciverba. L’ho ritrovata e non la voglio perdere.

   D’ora in poi sarà sufficiente fare una domanda a ChatGpt e mi risponderà… nonna Metilde.

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1 commento »

  1. Ecco chiarito in modo divertente come funziona L’IA.
    Grazie nonna Metilde!

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