Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Una seconda possibilità” di Marco Leonardi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

All’inizio, non capii come fosse successo.

Ero salito sull’ascensore nel bel mezzo di una telefonata di lavoro, è vero, per cui, probabilmente, non avevo fatto caso al piano che avevo premuto: sta di fatto che la porta era socchiusa (strano) e l’appartamento, vuoto.

Profumava di intonaco fresco e vaghi ricordi.

La giovane donna ritta su una scaletta a tre gradini si girò verso di me…

“Buongiorno, desidera?”

La guardai  e trasalii:  era magra come Cinzia da giovane sotto la tuta bianca macchiata di tinta color ocra, e i capelli che spuntavano dalla cuffia in plastica ricci come i suoi di un tempo, e nello stesso modo neri dove la vernice non li aveva toccati.

Uguali gli zigomi affilati e gli occhi pervinca, forse anche il naso sottile e diritto e la bocca che la mascherina nascondeva…una giovane parente, forse, di cui non mi aveva mai parlato? 

“Mi scusi, signorina”, ricordo che dissi, “Evidentemente ho sbagliato piano. Sono Matteo Bonanni, abito in un appartamento molto simile al suo, al 5°”

Stavo chiudendo la porta dietro di me quando mi arrivò la sua voce

“E io sono Costanza”, disse scendendo la scaletta e venendo verso di me, “In effetti, questo è il terzo piano. Mi scusi se non le do la mano signor Matteo ma capirà. Spero di rivederla”

Fu Cinzia, poco dopo, a svelare l’arcano.

Sedeva sul divano color crema, tanto bello quanto scomodo e costoso e mi dava le spalle. Sullo schermo di fronte a lei un susseguirsi di rendering, grafici, tabelle…

“Ciao amo’. Mi è capitata una cosa assurda”

Nemmeno si voltò.

“Sei finito nell’appartamento di quella nuova, al terzo piano. Non capisco cosa ci vai a fare alle assemblee condominiali se non ascolti quello che viene deciso e comunque non leggi i verbali.

Hanno cambiato la pulsantiera dell’ascensore, sono venuti stamattina. Come al solito sarai stato al telefono e conoscendoti…”

Sì, ero al telefono e sì, ero distratto. Lo so, di essere distratto. Ma forse non è stata un errore, Cinzia. Forse avevo voglia di rivederlo, quell’appartamento. Ricordi? Ci piaceva…certo, non ha il grande terrazzo di questo, pieno di bicchieri che tintinnano e corpi femminili fasciati in tubini scuri, di camerieri che scivolano bianchi tra i tuoi invitati, di vassoi cromati. Solo un piccolo balcone, perché il resto era occupato da una cameretta che qui non c’è. Ci piacevano i bambini, rammenti?

A me, almeno, piacevano. 

Rimanesti incinta nel momento sbagliato, proprio quando la tua carriera di arredatrice stava arrivando all’apice, quando il nome Cinzia Aleardi cominciava a diventare importante, nella Milano da bere. Dicono che fu lo stress, non lo so. Perdesti il bambino, non ne hai più voluto sapere. Troppo dolore, dicevi, troppo. Basta così”

“Se vuoi mangiare qualcosa, ti ho lasciato un po’ di insalata con il tonno in frigo…è nella ciotola color ocra che ci hanno regalato i Terreni. Cerca di non romperla”

Color ocra.

Lo stesso colore con cui Costanza stava tinteggiando le pareti.

Lo stesso colore con cui noi volevamo dipingerlo, quello stesso appartamento.

La brividi un paio di sere dopo. Il grosso furgone davanti a me aveva anch’esso voltato a destra per via Bertelli e proseguito in via Agorat, fermandosi davanti al nostro palazzo.

Lei era davanti al portoncino d’ingresso, con il cellulare in mano.

Si sbracciò per fermarlo, mentre io cercavo di capire se fosse meglio superare il mezzo e scendere nei garage o aspettare lì.

Scelsi di aspettare.

Gli uomini che scesero dal furgone erano tracagnotti e olivastri, peruviani, probabilmente.

E anche il divano che fecero scivolare dal pianale era olivastro, in finta pelle.

Il mio, nostro divano…

Ricordi, Cinzia? Era quello dei tuoi, come tutti i mobili di un tempo. Li odiavamo, vero?

Eppure, a poco a poco, ci erano diventati cari, ci eravamo abituati…poi, le cose sono cambiate.

Più soldi, niente figli. La tua smania di novità, la mia condiscendenza. Quante volte abbiamo rinnovato l’arredamento, Cinzia, negli ultimi vent’anni? Quanti soprammobili di lontane contrade sono stati spolverati, lucidati e spostati come ordinavi dalle nostre cameriere?

…E dopo il divano, ecco il tavolo appena rettangolare trattato per fingersi di noce, con le gambe panciute. Le due assi per allungarlo. Una vetrinetta a me ben nota…

Non era possibile.

La raggiunsi. 

“signorina Costanza”, ansimai, “Mi scusi ma sono parecchio turbato”

Lei sorrise.

“Turbato? Addirittura? Che succede, signor Matteo?”

“I mobili che stanno scaricando. Erano i miei, cioè i nostri, miei e di Cinzia, la mia compagna, fino a circa venti anni fa. Li avevamo venduti a un rigattiere di Quinto Sole e ora…”

“…E ora eccoli qui. Insegno in una scuola media, signor Matteo. Non posso permettermi chissà cosa. Mi piace andare in giro, cercare qualcosa di carino tra i rigattieri…a voi no?”

Sì, ci piaceva. Era la fine degli anni 90, erano gli anni delle amicizie ruspanti, soprattutto per me. Dei: “a Boffalora c’è un mio amico, un falegname. Si chiama Berto, fa dei mobili in finto antico che sono la fine del mondo”. Dei fratini misurati e scartati a decine perché non ci stavano in sala. Dei maggiolini finemente intarsiati ma troppo costosi. Delle scorpacciate di polenta e brasato nelle vecchie trattorie di paese e poi via, sulla Passat verde ad amoreggiare senza nemmeno poter abbassare i sedili, perché nel bagagliaio era incastrato  un vecchio dondolo…

Anche la cucina.

Anche la cucina era la nostra vecchia cucina.

Ero entrato nell’appartamento di Costanza con uno strano miscuglio di imbarazzo e desiderio (sì, la giovane non mi lasciava indifferente, e mi stupiva la facilità con cui erano diventate amiche, lei e Cinzia). 

“Ti sei ricordato di comperare il cous cous, vero?”

Continuavo a guardare il messaggio della mia compagna.

Inutile, non scompariva.

E l’olio no, non lo avevo preso.

“Venga, signor Matteo. Entri pure. Visto che tramonto? Dal balcone è uno spettacolo e conviene che se lo goda, durano così poco le cose belle”

“Già. Non è che ha del cous cous, signorina? Domani gielo ricompero, stia tranquilla…E’ che Cinzia ne ha bisogno per preparare non so che piatto nuovo da far  provare ai Boscolo, domani a cena. E io mi sono dimenticato”

“Non si preoccupi, ne ho. Ma ha visto che bello? Il tramonto, il naviglio…vorrei uscire anch’io ma sto preparando una relazione per il consiglio didattico e sono in ritardo. Perché non me li descrive lei?”

“Non penso sia possibile, signorina”, mi sentii rispondere

“la signora Cinzia mi ha detto che un tempo voleva scrivere, signor Matteo”

Davanti a una frase così, di solito chi si diletta a buttare giù qualcosa che assomiglia a un racconto va in crisi.

Non so perché, non avvenne affatto.

Guardando il tramonto che dipingeva di rosso e oro le acque del canale cominciai a raccontare.

Stavo cercando di descrivere le nubi che velocemente coprivano ciò che rimaneva del sole quando squillò il telefono.

Cinzia.

Sarebbe tornata tardi, molto tardi.

“Si è fatto buio, signor Matteo. Aspetti che accendo la luce”

La voce di Costanza mi fece sobbalzare.

Mi girai: solo gli occhi le vedevo, illuminati dalla luce di un lampioncino in ferro battuto ritto in un angolo del piccolo terrazzino, così simile a uno che avevamo visto io e Cinzia molti, molti anni fa.

Eravamo in un paese sperduto della provincia, Robecco sul Naviglio. Il tuo paese natale, Cinzia. Ci avevano portato, quella sera, un risotto con il persico che se ci penso…E il terrazzino era simile a questo, ricordi? E anche il lampioncino e i moscerini e le falene e il rumore dell’acqua, poco distante

Poi lei uscì dall’ombra. Reggeva un grande vassoio di legno con due piatti fumanti e in mezzo  la brocca di vino bianco, immagino un resling, e la caraffa dell’acqua a nasconderle il petto e il piccolo seno, sotto la camicia blu

Il vento le muoveva la sottile gonna a fiori e io guardavo senza fiato  e…

“Non capisco”, dissi dando voce ai miei pensieri.

“I due piatti? Oh, mentre mi faceva vedere il tramonto mi ha messaggiato una mia collega. Doveva venire da me, stasera a cena, ma ha avuto un impegno improvviso. E allora mi sono detta: perché sciupare questo magnifico risotto con il persico?”

Si chinò per appoggiare i piatti con il bordino blu e oro su due tovagliette in corda messe negli angoli del tavolino, nero e metallico come il lampione.

Come i quattro tavolini di quel ristorante di Robecco, e come quelli rettangolari e finemente traforati. 

Fu’ una cena strana, per me. Così diversa da quelle con Cinzia, nei ristoranti lussuosi e chiassosi dove amava portare I suoi amici. Poche parole annegate in lunghi silenzi. I suoi occhi, che la luce del lampioncini faceva brillare come fiammelle… “Signor  Matteo? Signor Matteo?”

La sua voce entrò nel mio torpore come una lama. 

Avevo anche sognato: non eravamo più lì ma nel ristorantino di Robecco e con me non Costanza ma Cinzia, che vedevo per la prima volta e mi raccontava di voler abbandonare l’insegnamento per portare avanti lo studio milanese di arredamento del padre, morto da poco. 

Mi sfregai gli occhi. 

“Mi scusi. Mi sono addormentato come uno stupido. Che ore sono?”

“L’importante è che il viaggio le sia piaciuto. Quasi la una, direi che anche per me è ora della nanna, domani sarà una giornata dura”

Mi ero illuso?

Forse si. Non sarebbe stata la prima amante, eravamo una coppia aperta, io e Cinzia…

Mi accompagnò all’ingresso, prese la giacca dall’armadio con le ante a specchio e me la infilò,

poi chinò il capo, arrossendo

“Anch’io”, sussurrò dopo aver appoggiato appena le sue labbra sulle mie “Anch’io provo qualcosa per lei, signor Matteo”

Fu il mio turno, di guardarla fissa negli occhi, mentre un senso di impotenza mi saliva dallo stomaco alla gola…

“Però potrei essere suo padre…”

“Sì. Ma abbia fiducia e pazienza. Dia tempo al tempo…Talvolta ci viene data una seconda possibilità. Ah, non dimentichi il cous cous: è al solito posto”

Avevo passato una notte d’inferno, pensando alla stronza che tra le righe – oh, nemmeno troppo tra le righe – mi aveva dato del vecchio. E poi…una seconda possibilità. Grazie, adesso sono felice, posso almeno sperare. Stronza. Brutta stronza che mi sembri addirittura bella da quanto ti desidero…

“Ma mi ascolti?”

Ricaccio le lacrime in gola mentre cerco di concentrarmi sulla strada e nello stesso tempo ascoltare Cinzia e il suo fiume di parole…

“Mi raccomando, Matti. Non farmi fare figure con le tue battute stupide: stiamo andando alla festa di laurea di Andrea Salimbeni, ora dottor Salimbeni. Suo padre è uno dei miei migliori clienti ed è un uomo serio, molto serio. 

“Cici..”

“E trova un po’ di tempo per telefonare all’amministratore di condominio, quel problema dell’acqua che percola dal terrazzo agli appartamenti sotto il nostro deve essere risolto, e subito. Sono stufa di dover rispondere alle richieste di danno di quegli idioti, soprattutto del Bonassi che chissà da quanto non paga nemmeno le…”

“Cici…”

“Ma la smetti di interrompere? Che cazzo vuoi?”

Esplodo.

“Che cazzo voglio? Voglio capire che gioco state giocando, tu e la santerellina. Non solo ha arredato la casa come era la nostra un tempo, ieri sono stato a cena da lei e…”

“…E com’è a letto?”

“Meglio di te sicuramente, questo è sicuro. E dei tuoi amanti mezzi froci che manifestano per Gaza e il Venezuela.  Ieri sono stato a cena da lei e indossava la gonna e la camicetta che avevi da giovane, abbiamo mangiato nei piatti di quando ci eravamo appena messi insieme, sulle stesse tovagliette…per non parlare d’altro.

Ma adesso arriva il bello. Stamattina, mentre ronfavi, ho telefonato alle scuole medie qui vicino. Qui vicino perché va al lavoro a piedi, e a meno che qualcuno la passi a prendere…insomma, insegna alle Rodari, a meno di mezzo chilometro. E non si chiama Costanza, o meglio, Costanza è il secondo nome. Si chiama Cinzia, Cinzia Aleardi, esattamente come…”

Urlo quelle parole girato verso di lei, rosso in faccia come non mi capitava da secoli, rosso come il TIR che sta travolgendo la nostra Audi…

Dicono, i medici, che era stato praticamente un miracolo. Varie fratture, alcune scomposte, certo.

Ma nessuna lesione interna, neppure alla milza. Solo, nelle prime ore, un leggero stato commotivo che mi faceva sragionare (o forse erano i sedativi, vallo a sapere…)

Ero sicuro che ci fosse una donna con me, che stavamo litigando.

Che subito dopo lo scontro aveva cercato di salvarmi,  che era stata lei a spingermi nella scarpatella ai lati della superstrada ai cui piedi I soccorritori mi avevano trovato, lontano dalle fiamme ( e lo strano è che anche il camionista giura di aver visto due persone, sull’auto, prima dell’impatto…per quello che può valere, vista la quantità di alcool che aveva in corpo).

Penso a quei momenti, entrando in casa.

Costanza sta stirando e non dovrebbe; è pericoloso stare in piedi a lungo, per una donna nelle sue condizioni.

Mi vede, appoggia il ferro sull’asse e si avvicina.

“Novità?”

“Non hai sentito?”

“No”

“Hanno catturato Bin Laden. Almeno così dicono…”

“Speriamo che sia vero”
“Mah…secondo me non cambierà nulla. E a proposito di cambiamenti, cosa sta succedendo qui?”

Mentre parlo, le tocco il grembo appena arrotondato dalla gravidanza.

“Tutto bene. L’inquilino per ora non fa le bizze…non come quelli del V piano, che non vogliono pagare l’affitto perché dicono che nel loro appartamento ci sono i fantasmi”

“I fantasmi. Non sanno più che scuse inventare”

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.