Premio Racconti nella Rete 2026 “La rete” di Laura Giorgia Sorano
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Quando scese frettolosamente le scale, si rese conto che quella seduta non le era servita a nulla. Richiudersi alle spalle il portone della terapeuta le aveva dato un senso di liberazione.
A cosa serviva davvero processare con una persona esterna ciò che aveva provato e sentito? Come se non fosse legittimo provare e sentire quelle emozioni. Sì, aveva provato sollievo.
Trovava metodicamente noioso e prevedibile il modo di analizzare della sua terapeuta: ripercorrere avanti e indietro la stessa trama, cosa che già nella vita non le piaceva. Programmava con cura i suoi itinerari, pur di non aggrovigliarsi nei propri stessi passi. Quel continuo tornare indietro e poi avanti, e ancora indietro, l’aveva annoiata al punto da riuscire lei stessa a dominare la conversazione.
Le era sembrato come respirare di nuovo dopo una lunga apnea autoindotta: dapprima il dolore della privazione, poi il benessere crescente del respiro che ritorna nel momento stesso in cui si era allontanata. Così, scendendo quelle scale, si ripromise che non ci sarebbe più tornata.
Il piano era di parlare con lei della necessità di una pausa, di un periodo per sedimentare il loro percorso, e poi lasciare che il tempo facesse il resto, fino a sparire dalle priorità della terapeuta stessa.
Camminando per strada, ripensando ai mesi e alle conversazioni avute, aveva capito che la terapeuta non faceva altro che proiettarsi come un’ombra perfettamente complementare a ogni suo pensiero. Allora aveva iniziato a sperimentare: modificava i suoi racconti, alterava il suo personaggio, si narrava come un’altra. Così, quella “altra” prendeva vita: impaziente e crudele, libera da ogni esitazione, viva nei pensieri che lei stessa temeva di avere.
Era nata così una vita parallela: cruda, definitiva, quella che avrebbe voluto vivere e che non viveva, frenata dal poco coraggio e dal bisogno di essere accettata. Più cresceva la forza di quell’alter ego, più le sembrava inutile continuare a raccontarlo come riflesso distorto. Era decisa: non sarebbe più tornata da lei.
Non avrebbe più attraversato l’androne ampio e vetrato, al cui centro troneggiava un’elegante scrivania che non aveva mai visto occupata, se non dal cane sonnacchioso che sollevava appena la testa in segno di saluto. Non avrebbe più esitato tra l’ascensore, troppo stretto per i suoi gusti, e le scale, che le davano almeno l’illusione di un’eccitazione emotiva. Non avrebbe più atteso i suoi soliti minuti di anticipo davanti alla porta, temendo di incontrare qualche abitante del palazzo o un altro paziente. Non avrebbe più sfiorato la superficie liscia del campanello, né esitato prima di premerlo, domandandosi se qualcuno all’interno l’avesse già udita. Non avrebbe più attraversato quella sala d’attesa stranamente familiare, né interpretato quell’altra se stessa, ribelle e audace.
Eppure, mentre si allontanava, sicura della propria decisione, un pensiero improvviso la fece esitare: magari, solo un’altra volta.
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